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Intervista a Enrico Giusti di Administrator   
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Intervista a Enrico Giusti
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D.: Ci può raccontare come è nata l'idea del museo?
R.: Tutto è nato con la mostra itinerante Oltre il compasso, realizzata in grandissima parte da Franco Conti, un professore della Scuola Normale che purtroppo è scomparso qualche anno fa. Conti ed io avemmo l'idea di organizzare una mostra sulla geometria delle curve che fosse interattiva e che avesse appigli con la realtà. Così, nel '92, allestimmo questa mostra, la quale riscosse un grosso successo, tanto da continuare, itinerante, per molti anni; dopodiché, provammo a renderla stabile a Pisa, dove però non riuscimmo a convincere i possibili finanziatori circa il fatto che si sarebbe trattato di un progetto utile. Poi, siccome conoscevo da tempo il sindaco del mio paese natale - Priverno, in provincia di Latina - parlai con lui dell'iniziativa. Un po' fuori Priverno si trovava una villa cinquecentesca appena restaurata e che l'amministrazione comunale non sapeva bene come utilizzare: così, nel '99, con il sostegno del Comune di Priverno, vi insediammo il museo, cui sono affluiti circa 15.000 visitatori all'anno. Purtroppo, recentemente l'amministrazione è cambiata, e la nuova ha deciso di procedere per altre strade in maniera autonoma; di conseguenza, l'esperienza di Priverno si avvia verso la conclusione. Per fortuna, ad aprile del 2004, noi avevamo aperto un altro museo qui a Firenze, grazie all'interessamento della Provincia di Firenze e ai contributi della Regione Toscana e dell'Ente Cassa di Risparmio di Firenze.
D.: "Noi" chi? L'università di Firenze?
R.: Con "noi" intendo un consorzio composto dalle università toscane e da altri enti, chiamato "Il Giardino di Archimede", che è pure il nome di entrambi i musei; e siamo uno dei pochi consorzi esistenti che non chiede soldi ai propri consorziati. Il Giardino di Archimede, inoltre, è il primo museo al mondo, che io conosca, dedicato solo alla matematica. Esistono, certamente, musei della scienza che possiedono sezioni riservate a tale disciplina - sebbene spesso siano molto piccole - e all'estero ci sono mostre itineranti anche importanti: però, come museo stabile e aperto al pubblico, il nostro è stato il primo. Adesso ce n'è un altro in Germania e ne stanno per aprire uno pure in Portogallo, ma noi siamo stati, appunto, i primi. Il progetto iniziale, elaborato con Franco Conti, prevedeva la possibilità di fondare vari piccoli musei in posti diversi, così che ognuno di essi servisse un bacino di utenza rappresentato dalle persone che potevano raggiungere il museo, visitarlo e tornare indietro in giornata. Naturalmente, le scuole sono il nostro target principale, ma nel caso di Firenze si può pensare anche a un turismo che viene da lontano per permanere più giorni. Al momento, non sono previste altre sedi, considerando pure che noi, dal punto di vista finanziario, ci basiamo esclusivamente sugli incassi, per cui la situazione si presenta sempre di estrema precarietà.
D.: Come mai si dedica alla divulgazione?
R.:Principalmente perché mi diverte. Se un mestiere diventa troppo una routine, preferisco cambiare attività. D'altra parte, uno dei fattori essenziali per la riuscita di qualsiasi intrapresa è proprio l'entusiasmo di chi vi si dedica: e uno si entusiasma se, appunto, si diverte. Invece, lo scopo "nobile" della divulgazione, quello che uno dichiara in giro tacendo l'altro, è cercare di avvicinare il cittadino alla matematica, tentare di alzare un po' il livello di conoscenza di tale materia da parte del pubblico, cercando di far capire come molto spesso essa entri nella vita quotidiana - magari in semplici oggetti di uso comune - senza che nemmeno ce ne accorgiamo. Io ho appena pubblicato un libro, La matematica in cucina, nel quale si spiega, appunto, come tantissimi strumenti adoperati comunemente in cucina - dalla centrifuga per l'insalata alle levette di tutti i tipi, all'imbuto, agli stessi fornelli, al lavello - funzionino proprio grazie a meccanismi o a princìpi matematici. Attraverso la matematica, riusciamo pure a capire perché le salsicce cuociono prima dell'arrosto! Alcune di queste applicazioni sono "profonde", nel senso che, ad esempio, certi risultati ottenuti studiando le superfici minime a livello di ricerca si "ritrovano" applicati nella forma delle scatole dei pomodori pelati o in quella del boiler dell'acqua calda. Inoltre, lavorando nel museo, ho capito come non esistano argomenti troppo banali, in matematica. Nella nostra struttura, per esempio, è presente un mappamondo con un filo che lo percorre per un tratto: noi lo usavamo per illustrare la nozione di geodetica dal punto di vista matematico; adesso, invece, lo usiamo per far capire al pubblico come mai con l'aereo, in un volo intercontinentale, spesso convenga passare per il Polo piuttosto che andare "dritti" alla meta lungo un parallelo. L'oggetto, così utilizzato, non suscita sorpresa, ma fa esclamare alla gente: «Finalmente ho capito perché quegli imbecilli continuavano a deviare invece di andare dritti!». Infatti, sulla cartina i paralleli sono dritti, mentre nella realtà no: cosa, questa, che inizialmente mi sembrava una banalità, mentre poi si è rivelata invece di estremo interesse per il pubblico.
D.: Quali caratteristiche deve avere, secondo lei, un buon divulgatore di matematica?
R.: Io penso che per divulgare la matematica servano le stesse qualità che occorrono a un matematico e, più in generale, a un ricercatore: fantasia e disciplina. Naturalmente, il gusto per la divulgazione si apprende, ma innanzitutto bisogna trovarlo dentrose stessi. È quella sensazione di contentezza che proviamo quando riusciamo a cogliere un lampo di intelligenza da parte della persona a cui stiamo spiegando qualcosa. Questa, dunque, credo sia la molla fondamentale per riuscire a fare una buona divulgazione. Poi contano pure le tecniche, ma queste ultime si imparano: oggi cominciano ad esserci, ormai in varie università, una serie di master e di corsi di laurea mirati alla divulgazione scientifica in generale, che trattano pure, in particolare, di divulgazione della matematica, e che forniscono quel substrato tecnico da cui un divulgatore non può evidentemente prescindere. Infine, occorre tenere sempre presente che parlare di "matematica semplice" non è più facile che parlare di "matematica difficile": dipende dalle persone a cui ci rivolgiamo e da quanto riusciamo a comunicare loro.
D.: Che difficoltà ha incontrato nel divulgare la matematica?
R.: L'aspetto complicato della divulgazione della matematica riguarda, secondo me, la mancanza di un criterio abbastanza spiccio per misurare il successo della comunicazione. Quando uno dimostra un buon risultato in matematica, tutto il mondo viene a saperlo: Tizio ha dimostrato un bel risultato, e quindi sale di un gradino rispetto a chi ha ottenuto risultati inferiori; inoltre, egli stesso si rende immediatamente conto di aver dimostrato un buon risultato. Invece, la comunicazione al pubblico si presenta sempre molto delicata, giacché occorre mettersi nei "panni" di altri, di persone comuni che non sanno niente di quello che sai tu, cioè che non sono tuoi "pari" in quanto a conoscenza. In ogni caso, la bontà e il successo della comunicazione dipendono dal pubblico: se quest'ultimo è contento, la comunicazione di Tizio è buona; se invece si annoia, allora la comunicazione è scadente, nonostante, magari, Tizio sia bravissimo nella ricerca matematica. Poi, naturalmente, bisogna avere fantasia. A rendere tutto complesso è lo iato, anche temporale, tra il momento in cui un argomento viene proposto e quello in cui il pubblico lo recepisce, lo fa proprio: la difficoltà sta proprio nel misurare in maniera oggettiva il livello di accettazione da parte del pubblico. Questo livello in un libro dipende dalle copie vendute, e, in un museo, dal numero di visitatori. Ma il fatto che siano giunti molti visitatori talvolta inganna: seguendo un approccio troppo scolastico, si rischia di diventare molto noiosi; allontandosene troppo, però, le scuole non si riconoscono più come destinatari di tale genere di divulgazione e magari il numero dei visitatori crolla. Quindi, mentre nella ricerca matematica riusciamo a capire subito se abbiamo ottenuto un bel risultato, nella divulgazione, invece, la valutazione della bontà del proprio lavoro è molto più complicata.
D.: C'è un episodio divertente, capitatole nel corso della sua carriera scientifica, che ci vuole raccontare?
R.: Sì, ce n'è uno capitatomi quando ancora mi occupavo di fisica, e non è escluso che io poi non abbia fatto il fisico anche per questo motivo. Preparavo la mia tesi di laurea presso i Laboratori Nazionali di Frascati del CNEN. All'epoca, si cominciavano a realizzare dei nuovi acceleratori di particelle, i cosiddetti anelli di accumulazione, basati sull'idea che uno, per vedere delle particelle nuove, può accelerare le particelle che già conosce e poi farle sbattere con grandissima energia contro un bersaglio, poiché in quest'urto si creano, appunto, tutta una serie di particelle nuove. Negli anelli di accumulazione, dunque, le particelle non si fanno sbattere contro un bersaglio fisso, bensì collidere l'una contro l'altra dopo averle accelerate in direzioni opposte lungo un anello circolare. In questi primi anelli, che erano una specie di sincrotroni, le nuove particelle si ottenevano inviando in una direzione degli elettroni negativi e nell'altra degli elettroni positivi, o positroni: quando queste particelle sbattevano fra loro o uscivano fuori dalla macchina, l'evento si osservava bene sullo schermo del computer, perché l'altezza delle tracce visualizzate sul monitor dipendeva dalla massa delle particelle stesse. Oltre a queste tracce "normali", se ne notavano, però, anche altre più piccole, e tutti si chiedevano cosa "diavolo" potessero essere! Una possibilità, per la verità alquanto remota, era che si trattasse di particelle mai viste con una massa più grande di quella dell'elettrone. La mia tesi, dunque, consisteva nel vedere se era possibile che vi fossero veramente delle particelle mai viste che si creavano in questo modo. Per fortuna, la risposta che diedi nella mia tesi fu che no, non era possibile. E infatti, poco prima che mi laureassi, quando avevo già scritto la tesi, si scoprì che in realtà questi impulsi più piccoli dipendevano da Peppino, una persona che lavorava a questi esperimenti e che, stando vicino alla macchina acceleratrice, ogni tanto si girava e dava involontariamente con il gomito un colpetto sul tavolo, producendo tale effetto. Perciò, la mia tesi divenne nota in tutto l'istituto, tra gli studenti e tra i professori, come la tesi "sul gomito di Peppino...".
D.: La ringrazio molto per la bella e lunga intervista, nonché per la sua grande disponibilità.
R.: Grazie a lei. (Firenze, 21 dicembre 2004)



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