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John Derbyshire, L'ossessione dei numeri primi di Andrea Vitiello   
ImageL'ossessione dei numeri primi
Boringhieri, 2006
di John Derbyshire

Negli ultimi anni l'ipotesi di Riemann è venuta prepotentemente alla ribalta e ha iniziato ad essere conosciuta da un numero sempre più elevato di persone, non soltanto matematici di professione, ma anche semplici appassionati e in qualche caso perfino profani della materia.

Questa diffusione a macchia d'olio è dovuta principalmente a ragioni di carattere storico, le quali hanno avuto anche l'effetto di dare un forte impulso a una produzione letteraria di tipo divulgativo. Appena qualche anno fa, nel 2000, ricorreva il centenario della sfida lanciata da David Hilbert, che l'8 agosto 1900, durante il secondo Congresso internazionale di matematica tenutosi a Parigi, propose una lista di ventitré problemi da risolvere nel corso del secolo che stava per iniziare. Non erano problemi scelti a caso, ma rappresentavano l'ultima frontiera delle varie branche della matematica di allora, cosicché la risoluzione di ciascuno di essi avrebbe dato un significativo contributo alla ricerca.

Dopo cento anni esatti, quasi tutti quei problemi erano stati risolti; a dire il vero solo uno di essi continuava ad essere un mistero. E proprio nel 2000, in occasione del centenario di quella colossale sfida, l'istituto americano Clay ha rinnovato la competizione: quell'unico problema di Hilbert ancora insoluto è stato affiancato da sei nuovi enigmi per un totale di sette problemi per il nuovo millennio ormai alle porte; ma, per rendere la sfida più interessante, l'istituto Clay ha messo in palio un milione di dollari per ogni quesito risolto.

La clamorosa notizia dei premi da un milione di dollari ha consentito una diffusione del fenomeno anche oltre la ristretta e chiusa cerchia dei matematici; contemporaneamente l'interesse si è concentrato in modo particolare su quell'unico problema che aveva resistito a ogni tentativo di soluzione durante tutto il XX secolo: l'ipotesi di Riemann.

Ecco le ragioni che spiegano la diffusione, in tempi recenti, di libri di divulgazione riguardanti i "Problemi del millennio" (così sono ormai conosciuti i sette enigmi) e l'ipotesi di Riemann in particolare. Questa "ipotesi" non è altro che una proposizione asserita nel 1859 dal matematico tedesco BernhardRiemann e che ad oggi non è stata né dimostrata né tuttavia confutata. A questo enunciato sono legati i nomi dei più grandi matematici dalla seconda metà dell'Ottocento fino a tutto il Novecento: da Hilbert a Connes, passando per Hardy, Littlewood, Ramanujan, Selberg. giusto per citarne qualcuno, ma si sappia che non c'è alcun matematico di un certo rilievo, tra quelli vissuti nel XX secolo, il cui nome non sia anche solo minimamente legato all'ipotesi di Riemann; ciascuno di essi è riuscito a dare un contributo per nuove scoperte legate, direttamente o indirettamente, all'ipotesi, ma nessuno è stato in grado di trovare una soluzione.

"L'ossessione dei numeri primi" racconta la straordinaria storia della congettura di Riemann, descrivendola in modo semplice, affinché possa essere capita da un profano, ma anche ricco e preciso, affinché chi ha qualche conoscenza in più possa entrare nel vivo dell'ipotesi stessa. Tuttavia non vengono discussi soltanto i dettagli tecnici: sono presenti molte notizie storiche accurate inerenti la vita e l'attività di molti matematici e non mancano digressioni su temi importanti legati al contesto in cui i fatti narrati avvenivano. Per fondere al meglio la matematica e la storia e rendere il discorso più omogeneo, l'autore John Derbyshire ha avuto una singolare idea: i capitoli con numero dispari contengono un'esposizione matematica, mentre i capitoli con numero pari contengono i fondamenti storici e biografici. Per i non addetti ai lavori sono presenti, nei capitoli più "tecnici", richiami di analisi e algebra, necessari per poter introdurre determinati concetti; i lettori più esperti possono tuttavia saltarli.

Ma cosa affermò Riemann di tanto complicato da neutralizzare i tentativi di tutti i grandi matematici da 150 anni a questa parte? Ci sarebbe da aspettarsi un enunciato lungo e difficile perfino da spiegare a parole. invece la formulazione dell'ipotesi, almeno nella sua sostanza, è di una semplicità a dir poco assurda. Ecco dunque l'ipotesi di Riemann: tutti gli zeri non banali della funzione zeta hanno parte reale pari a 1/2. Anche a chi non sa come è definita la funzione zeta, questa proposizione non dovrebbe apparire affatto difficile. Basti sapere che già all'epoca di Riemann era nota una funzione, la funzione zeta appunto, definita per ogni numero reale maggiore di 1. Nella sua formulazione originaria, la suddetta funzione si mostra come una somma di infiniti termini (nondimeno però tale somma può essere finita!).

Qualcuno poi ha pensato di estendere la funzione zeta al campo complesso, in modo tale che essa possa assumere valori ben definiti in corrispondenza di qualunque numero complesso, eccezion fatta per il numero 1, che resta l'unico valore per cui la funzione zeta non è definita. La nuova versione della funzione zeta può assumere dunque valori complessi e si annulla in alcuni punti; in particolare essa assume valore nullo in corrispondenza di tutti i numeri interi pari negativi. Per questo motivo i numeri -2, -4, -6, -8,. sono zeri per la funzione, ma non sono di grande importanza ai fini dell'ipotesi di Riemann e perciò sono detti "zeri banali". Ma oltre a questi, esistono altri valori che annullano la funzione zeta? E se sì quali sono? Ecco dunque la risposta, la cui veridicità non è ad oggi certa, proposta da Riemann: tutti gli zeri non banali della funzione zeta hanno parte reale pari a 1/2. Tutto qui.

Spesso si accosta il nome di Eulero alla funzione zeta. I motivi di questo accostamento sono diversi e tra essi figura sicuramente un'intuizione del matematico svizzero, che riuscì a rappresentare la funzione zeta sotto forma di prodotto di infiniti termini. Abbiamo detto poc'anzi che la funzione zeta fu originariamente definita come somma su un numero infinito di termini. E fu proprio partendo da questa semplice osservazione, cioè uguagliando il risultato della somma e del prodotto infiniti, che Riemann riuscì a costruire la sua celebre proposizione.

L'ipotesi di Riemann comparve per la prima volta in un documento scritto nell'agosto del 1859, quando il giovane matematico Bernhard Riemann presentò un saggio all'Accademia di Berlino, secondo l'usanza del tempo; Riemann era stato difatti nominato membro corrispondente dell'Accademia e per l'occasione preparò un lavoro sulle attività di ricerca in cui era impegnato. Il titolo del saggio era Über die Anzahl der Primzahlen unter einer gegebenen Grösse, che in italiano vuol dire "Sul numero dei numeri primi minori di una certa grandezza". Come!? Numeri primi? Cosa hanno a che vedere i numeri primi con l'ipotesi di Riemann e con la funzione zeta?

Ebbene, l'importanza dell'ipotesi di Riemann risiede nel fatto che, qualora si dimostrasse vera, consentirebbe di calcolare il numero di numeri primi inferiori a un certo numero fissato. Questo è un risultato sorprendente e alla luce di ciò è facile adesso spiegarsi perché questo problema sia considerato da sempre uno dei più grandi misteri della matematica: fin dall'antichità i matematici hanno cercato di scoprire la chiave di lettura dei numeri primi. da sempre si è cercato di trovare un ordine all'interno della distribuzione apparentemente aleatoria degli "atomi" della matematica.

Sicuramente una eventuale dimostrazione dell'ipotesi di Riemann costituirebbe un evento eccezionale, che avrebbe ripercussioni in molti settori, non soltanto nella semplice speculazione matematica. è stato provato che gli zeri della funzione zeta hanno uno stretto legame con la fisica quantistica ad esempio. inoltre si pensi ai numeri primi usati in crittografia. e chissà quanti altri misteri legati all'ipotesi potrebbero essere celati in attesa di venire scoperti!

Il nesso tra gli zeri della funzione zeta e i numeri primi, a dire il vero, non è affatto immediato e richiede elevate conoscenze matematiche per essere compreso appieno, anche se Derbyshire, da buon matematico, è riuscito a semplificare molto il discorso e renderlo quantomeno accessibile.

Probabilmente, la cosa più curiosa di tutta la narrazione è la scarsa considerazione che Riemann stesso ebbe all'inizio nei confronti della propria congettura, considerandola solo una parte marginale del saggio che presentò all'Accademia. Nel testo originale che redasse si poteva leggere, in riferimento alla propria ipotesi:

Sarebbe auspicabile senza dubbio che si avesse una dimostrazione rigorosa di questa proposizione: tuttavia per il momento ho lasciato questa ricerca da parte dopo qualche breve tentativo infruttuoso, poiché essa mi appare superflua per gli scopi immediati dei miei studi.

Qualcuno direbbe: "Le ultime parole famose"...

Andrea Vitiello




Leggi l'articolo e i commenti (2)
Scritto da andrews, il 16-04-2010 19:36
A distanza di xirca due anni dal commento di Biagio devo dire che, per quanto ho letto circa la dimostrazione di questi giorni dell'Ipotesi di Riemann (Teorema RH-Mirabilis di Gallo) le sue osservazioni sembrano essere profetiche.  
Il teorema di Gallo dimostra che effettivamenti gli zweri di Riemann hanno parte reale uguale ad 1/2...per cui è inutile continuare a cercare un controesempio. Ma dimostra anche che le altre aspettative dei mateamtici collegate alla dimostrazione dell'Ipotesi di Riemann ( maggiore conoscenza sui numeri primi e scacco matto al sisteam di cifratura RSA)erano del tutto vane.Alla fine della corsa per l'VIII Probelam di Hilbert posso solo dire che aveva ragione Biagio. 
Una dimostrazione di sole sette righe per il più difficile dei problemi di Hilbert? Si tratta di una conquista sulla quale nessuno mai avrebbe scommesso neppure un centesimo di dollaro e soprattutto neanche l'ombra di un centesimo di euro! A quando gli aggioranmenti sul WEB sulla vecchia Ipotesi di riemann? Andrews
Scritto da biagio, il 25-07-2008 12:57
non voglio commentare nulla ma soltanto dire che non c'è nulla di immaginario in quello che Riemann ha lasciato ai posteri. dico questo perche oggi, riesco a vedere esattamente quello che ha visto Riemann e cioè un paesaggio in cui sono presenti tutti i riferimenti che ci ha lasciato. 
non sono un matematico ma credo che la strada intrapresa da riemann non porti a nessuna conclusione e 
volgio anche dire che la funzione zeta somiglia molto ad uno strumento di tortura, alla quale Riemann ha sottoposto con acredine e cattiveria tutti quei pratici della matematica che amano il calcolo e senza il calcolo non saprebbero cosa fare.

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