sublimina ha scritto:Mi unisco a questa discussione essendo tale argomento uno dei miei interessi principali e a quanto pare di carne a cuocere ce n’è abbastanza

, ne metto un altro pochetto

.
Complessità <--> Conoscenza.
Ho notato, anche rispetto a quanto appena detto, che per poterne parlare (di complessità) serva la conoscenza di qualche definizione, sono d’accordo. In verità è chiaro che non esiste una sola definizione di
complessità, non esiste una Ur-definizione che ne permetta la
conoscenza, per l’appunto. Sottolineo, da subito, che sono al corrente del fatto che il legame tra complessità e conoscenza non si identifica solamente con quello celato nelle righe precedenti. Tuttavia si può essere d’accordo sul fatto che una definizione è un buon punto di partenza per improntare un ragionamento quantomeno per essere sicuri di esercitarlo sugli stessi termini. Dalla mia ritengo che comprendere la complessità dell’Universo sia arduo, e questo sembra scontato, lapalissiano per dirlo in maniera dotta. Forse non è scontato cercare di spiegare perché la complessità dell’Universo è (almeno sembra) inconoscibile, ma ci sarebbe molto, molto altro da dire!
Caro Sublimina,avevo promesso di aver dato una risposta al tuo messaggio di cui mi sono limitato a riprendere solo la parte iniziale senza volerle dare priorità o significati particolari .
Ho capito benissimo che tu hai colta in pieno la problematica di fondo di questa discussione; se non commetto errori direi di sintetizzarla in questo modo:
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primo, la posizione di soggettivista implica che l'Osservatore si muova in un mare di autoreferenzialità sicché diventa praticamente impossibile non autoimpastarsi in se stesso (in sé stesso im quamdo l'universo è, appunto in sé stesso, cioè nell'IO osservante)
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secondo, al contrario, la posizione di oggettivista, che porta tutto l'universo fuori dal
Sè o dall
'IO osservante, sembra rendere la vita molto più semplice perchè: 1) l'Osservatore (l'
IO) ha poche o nulle influenze sul mondo esterno sicchè il mondo, quindi, gli osservabili, non vengono alterati dall'osservazione stessa ed i giudizi dell'osservatore sul mondo diventano praticamente stabili ed oggettivamente tangibili.
E allora? Allora, dico che anche il più rigido dei soggettivisti, quando si allaccia le scarpe o mangia un piatto di pasta asciutta, lo fa allo stesso modo del più convinto oggettivista, ma questo signore soggettivista è, però, cosciente che si sta muovendo in un modo che ha dei limiti di pratica validità perchè il mondo è nella sua coscienza logica e non fuoti. Voglio dire che se quel signore, dopo aver mangiato un piatto du pasta asciutta, facesse ricerche nella meccanica quantistica, dove gli oggetti delle sue considerazioni (osservazioni) sono di un'astrazione tale da porli a livello dei suoi oggetti "del pensiero", allora deve necessariamente tornare oggettiviata sicchè si apra a sorprese come quelle che colsero il povero Plank, si apra, voglio dire, come si aprirono i partecipanti alla convenzione di Copenaghen. Quando Cartesio divise (erroneamende) l'universo in due qualità di oggtti
nettamente separate, la
res cogitans e la
rex extensa, non si accorse che stava trattando della stessa specie di cose (oggi diremmo di osservabili dell'universo), ma di cose omogenee distinguibili solo per la diversissima quantità di
Conocenza (la rex cogitans elevatissima, la rex extesa molto minore. La divisione tra le due categorie è, quindi, non netta ma sfumata ed è proprio in questa terra di nessuno al confine tra le due
res che si collocano molti oggetti della MQ.
Posso, senza dubbio, essere con mille buoni motivi, criticato o censurato per l'approssimazione in cui ho esposto il mio pensiero, ma fido nella comprensione di chi mi legge.
Mario: CDMLMBNSD&SM - Un augurio di buona salute non si nega a nessuno, nemmeno ad un Borghezio o ad un Bossi!!