|
> APPROFONDIMENTI - Le tecnologie e uomo_
Le tecnologie elettroniche hanno fondato nuovi modi di comunicare, in un certo
senso robotizzando, anche se solo mediaticamente e non anche creativamente
finora, quest'innata funzione umana, ma è solo da
un tempo molto successivo che il robot, nato per "fare", è
stato adibito anche a "pensare".
Robot era il nome dato dallo scrittore
ceko Karel Ciapek all'operaio automa d'un suo racconto degli anni Venti e,
come diversi altri, invece di congelarsi nel dizionario dei personaggi è
diventato un identificante termine d'uso.
In
entrambi i casi si tratta di assunzione di funzioni prima ausiliarie, poi
supplenti o addirittura sostitutive di quelle dell'uomo. In una serie di campi
sempre più larga. Il robot che fa ha bisogno di un'anatomia meccanica
copiata dall'uomo: braccia mobili e articolate, artigli in funzione prensile
o utensile, sistemi ottici, sensori, strumenti deambulatori che possono essere
gambe, ruote o cingoli. Il robot che pensa ha bisogno invece - poichè
seleziona input, elabora dati e fornisce risposte - di una sapienza propria,
cioè maxiarchivi, e poi sistemi di ricerca, dunque una memoria anche
motrice attiva, e tutta una serie di abilità capaci pure di riparare
errori; nonchè, per informarci dei suoi risultati, di uno strumento
video - alfanumerico/iconico - ed eventualmente sonoro, in grado anche di
trasferire immagini. Dunque somiglia in genere a una scatola finestrata o
assume le forme astratte di un satellite.
E' così difficile immaginare una possibile fusione di queste due divaricate
tipologie robotiche? Ma no davvero. La scatola pensante, miniaturizzata, è
presumibilmente avviata a diventare l'interior di una struttura meccanica
che abbia testa, tronco ed arti (e meno fragili dei nostri). E cinque sensi
e forse anche il sesto che non abbiamo noi. E perchè no anche un viso,
dei lineamenti e dunque una personalità esterna tanto differenziata
quanto lo può essere differenziata per ruoli quella interna? E potrà
essere giocattolo o consulente, lavoratore o maggiordomo, guardia del corpo
o dama di compagnia. O soldato. Il problema che ne nasce è se ne dobbiamo
essere contenti o spaventati. Era stato Isaac
Asimov ad iscrivere nelle sue opere di fantascienza "le tre
leggi della robotica", la prima delle quali stabiliva che essendo
il robot costruito dall'uomo non poteva, proprio per sua qualità intrinseca,
in alcun modo rivolgersi contro l'uomo.
Ma noi siamo sicuri che la macchina sia davvero così
blindata e inimpugnabile? Fatto è che abbiamo già visto innumerevoli
volte attori truccati da animali, da fantasmi, da zombi, da extraterrestri,
ma nel film di Spielberg "A.I. intelligenza artificiale"
tocchiamo il top con una serie di protagonisti truccati da robot perchè
devono appunto interpretare dei robot costruiti con perfezionatissime sembianze
umane. Qui i robot sono "i buoni" e che cattiveria, alienazione,
e perfidia comportamentale costituiscono invece attributo di tutti i personaggi
umani "veri", adulti o bambini che siano, e anche se loro non ne
hanno consapevolezza. L'uomo, cioè, si è fatto dio creatore
e come tale dispone crudelmente delle sue creature persino dopo averle dotate
(adottando non semplici catene di chips bensì sistemi di neuroni) di
sensibilità, affetti e recepimento di dolore.
Quella del condizionamento psicologico studiato perchè diventi di massa
("Arancia meccanica") e quella dell'uomo
che può diventare vittima delle tecnologie da lui costruite ("2001,
odissea nello spazio") stiamo cominciando a toccarle con mano. L'apologo
di questa si proietta più lontano ma poi non tanto, perchè che
l'uomo sia vicino a perdere la propria umanità costituisce anche questo
qualcosa di abbastanza latente. Il mondo in cui crediamo di star vivendo,
più o meno felici, costituisce infatti solo una troppo piccola parte
del mondo reale, e noi questa famosa COMUNICAZIONE stiamo in realtà
dimostrando di non saperla affatto usare bene. O no?
_INDIETRO |