> PROGETTI RECENTI: COG_

Ci dovrà dire che cos’è l’intelligenza e come nasce, ma come robot, al primo sguardo, non gli si darebbe una lira. Non ha neppure le gambe, anche se il torso, le braccia e il collo si muovono con la facilità di quelli di un uomo. Le mani hanno solo tre dita mobili e un pollice rigido, cui una serie di sensori conferiscono però un sofisticato senso del tatto. Gli occhi sono costituiti da due piccole telecamere, ma per il momento vede il mondo solo in bianco e nero. E tre semplici microfoni gli fanno da orecchie. Il suo nome è Cog (un gioco di parole: cog significa ingranaggio meccanico, ma rappresenta anche le prime tre lettere della parola inglese cognition, che significa conoscenza) ed è nato all’Artificial Intelligence Laboratory del Massachusetts Institute of Technology. I due ricercatori che lo stanno mettendo a punto, Rodney Brooks, da 15 anni enfant terrible degli studi sull’intelligenza artificiale, e Lynn Andrea Stein, costrutthce di robot, si considerano un po’ il padre e la madre di Cog, perché per la loro creatura sognano qualcosa che nessuno ha ancora mai osato sperare da una macchina: l’intelligenza di un bambino di un anno.
Cog dovrà saper fare cose molto più difficili che compiere calcoli estremamente complessi o sconfiggere un maestro di scacchi. Dovrà imparare a coordinare occhi e mani, a riconoscere le persone, a interpretarne le reazioni, a «parlare» con qualcuno senza smettere di seguire un’altra conversazione. E raggiungere via via capacità più astratte e complesse come cogliere le analogie tra ragionamenti diversi. Ma l’intelligenza per fare tutto questo dovrà costruirsela da solo, con l’esperienza, allo stesso modo in cui, secondo molti neuroscienziati, si sviluppa l’intelligenza di un bambino. Per riuscirci si servirà di un cervello molto particolare, che si può scoprire seguendo il fascio di cavi colorati che emerge dalla testa di Cog fino a una stanza affollata di computer collegati tra loro in parallelo, all’incirca l’equivalente di 64 Macintosh IIs.
Le due strade possibili per conferire il dono dell’intelligenza a una macchina erano state indicate fin dal 1948 dal matematico inglese Alan Turing, le cui intuizioni ispirarono sial’invenzione del computer che i primi tentativi di creare un’intelligenza artificiale. La prima consiste nel programmare la macchina per risolvere un problema specifico, ad esempio il gioco degli scacchi: è la strada seguita fino a oggi. La seconda consiste invece nel dotarla di un corpo, lasciando che l’intelligenza si sviluppi attraverso l’esperienza dei sensi: l’intelligenza, senza il corpo, non esiste. Questa seconda strada, seguita da Rodney Brooks e Lynn Stein, si avvicina alle più recenti idee di moltineuroscienziati, secondo i quali il cervello umano non funziona affatto come i computer «intelligenti» tradizionali: questi, ad esempio, giocano a scacchi (Deep Thought gioca a livello di grandmaster) simulando a grandissima velocità uno dopo l’altro gli esiti di migliaia di mosse prima di decidere, ma non sanno fare altro.
Il nostro cervello non può funzionare così, dal momento che la trasmissione dei segnali nelle cellule nervose è enormemente più lenta di quella tra i circuiti di un computer. L’intelligenza umana, che è così rapida e capace di collegamenti, nasce probabilmente non dal funzionamento di singoli centri cognitivi, ma dal lavoro contemporaneo di un grandissimo numero di circuiti semplici, tra loro interconnessi e in continuo contatto con l’ambiente esterno. Il cervello infatti organizza e immagazzina le informazioni non solo per categorie (nomi, animali eccetera), ma anche a seconda dei modo in cui sono state ottenute (attraverso la vista, il tatto, l’udito). Allo stesso modo in cui il cervello di un neonato non viene al mondo come una tabula rasa, ma è dotato di riflessi istintivi come la ricerca del seno materno e ha la capacità di acquisire un linguaggio, così ai computer di Cog sono stati forniti alcuni strumenti fondamentali: la capacità di riconoscere una «madre» e alcune espressioni di base come il sorriso e il disappunto (attraverso software di riconoscimento facciale), o quella di distinguere i toni divoce dolci da quelli più severi. Col tempo, Cog dovrà imparare a pensare. Se riuscirà a mostrare segni di intelligenza, allora vorrà dire che le teorie di psicologi e neuroscienziati sul funzionamento del cervello umano hanno qualche fondamento. Se non lo farà, si dovrà ripensare tutto daccapo.

Ma come si fa a stabilire se un robot è intelligente? Parlandoci, fula risposta di Turing già nel 1950, e a tutt’oggi non è stato trovato un criterio migliore. Nel test proposto da Turing, una macchinaè intelligente se un uomo che dialoga con essa attraverso un terminale o qualsiasi altro strumento non riesce a distinguere le sue risposte da quelle di un altro essere umano.

Cog riuscirà a sviluppare anche una coscienza di se stesso? Selo farà, saranno i ricercatori che «giocano» con lui a riconoscerla. Ma un domani, quando sarà stato dotato anche della parola, forse ce lo dirà lui stesso.

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