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Charles Darwin nacque a Shrewsbury (Inghilterra) il
12-2-1809. Grande appassionato di geologia e botanica, abbandonò all’età
di 23 anni gli studi di medicina per avviarsi alla carriera ecclesiastica.
Più tardi fu invitato a partecipare ad una spedizione, diretta alle
isole Galapagos, dal capitano del brigantino Beagle. Nel corso del viaggio, che
durò cinque anni, si dedicò totalmente alle sue ricerche e ai
suoi studi, accumulando elementi che lo portarono, dopo il suo ritorno in
Inghilterra, alla formulazione della teoria evolutiva.
La teoria evoluzionistica di Darwin si basa su alcuni
presupposti:
1. Il simile genera il simile.
2. Nelle popolazioni
si verificano delle variazioni alcune delle quali sono ereditarie.
3. In una specie il numero degli individui che riescono a
sopravvivere fino all’età riproduttiva è molto piccolo
rispetto a quelli generati.
4. Quale individuo debba sopravvivere o morire è
determinato dall’adattamento (selezione naturale).
5. Dopo un certo periodo di tempo la selezione naturale
fa accumulare dei cambiamenti tali da differenziare i gruppi in organismi.
La teoria non riusciva a spiegare i meccanismi
ereditari. Darwin non riusciva a spiegare, in particolare, tre problemi:
1. Come vengono trasmesse le caratteristiche ereditarie?
2. Perché queste caratteristiche ereditarie non si
mescolano ma possono scomparire per riapparire alla successiva generazione?
3. In che modo appaiono le variazioni dovute alla
selezione naturale?
Con la nascita della genetica, nasce anche una nuova
branca della biologia: la genetica di popolazione. Una popolazione è
definita come un gruppo di organismi della stessa specie che si riproducono tra
di loro in un certo ambiente e in un certo tempo. Ciò che caratterizza
una popolazione è il proprio pool
genico che è dato dalla somma di tutti alleli dei geni di tutti gli
individui della popolazione. Per quanto riguarda il singolo individuo, invece,
viene definito fitness il numero di
discendenti relativi a
quell’individuo.
Consideriamo il primo punto della teoria
evoluzionistica di Darwin: “il simile genera il simile”. Ciò
accade perché il DNA di un individuo viene trasmesso, a seguito di una
duplicazione, alle cellule del figlio in maniera estremamente precisa.
Tuttavia, affinché ci sia una reale evoluzione, è necessario che
compaiono delle variazioni nell’individuo; in questo modo egli
potrà adattarsi meglio all’ambiente che lo circonda. Per tale
motivo è importante che il genetista di popolazione riesca a determinare
l’ampiezza della variabilità genetica. Ciò serve a capire
quali variazioni vengono mantenute o favorite nel pool.
I metodi utilizzati a tale scopo sono:
1. La selezione artificiale (mette in evidenza la variabilità
latente).
2. Gli studi sperimentali sugli incroci.
3. Il metodo Hubby-Lewontin (analisi degli enzimi).
Il secondo problema che Darwin con la sua teoria non
riusciva a spiegare può essere così integrato: Perchè i
dominanti non eliminano i recessivi?
A tale domanda fu data una risposta da un matematico
inglese, G.H. Hardy, e da un medico tedesco, G. Weinberg. Secondo i loro studi
le ricombinazioni genetiche non modificano la composizione globale del pool
genico (insomma vi è equilibrio). Ciò è vero solo se una
popolazione (ideale) soddisfa cinque condizioni:
1. Non si verificano mutazioni.
2. Nella popolazione non si verifica l’emigrazione
o l’immigrazione di individui
verso o dall’esterno.
3. La popolazione è sufficientemente grande.
4. L’accoppiamento è casuale.
5. Tutti i discendenti nati hanno uguali
possibilità di sopravvivere.
L’equilibrio è espresso da queste
equazioni:
p = frequenza di un allele nella popolazione
p+q=1
q = frequenza di un altro allele nella popolazione
p2,q2 = frequenza individui omozigoti nella
popolazione
p2+2pq+q2=1
2pq = frequenza
individui eterozigoti nella popolazione
L’equilibrio H.W. si verifica in una popolazione
ideale che soddisfa le cinque condizioni sopraindicate. In realtà le
frequenze alleliche delle popolazioni reali vengono modificate dalla selezione
naturale.
Fattori che possono modificare la frequenza
allelica sono le mutazioni. Queste
si verificano per caso e possono essere provocate da agenti quali Raggi X, Raggi
UV, composti radioattivi e alcune sostanze chimiche. Cosa molto importante da
considerare è che le mutazioni sono indipendenti dall’ambiente;
quest’ultimo però ne può influenzare la velocità.
Per un genetista le mutazioni consistono in cambiamenti ereditari del genotipo.
Altri fattori che modificano la frequenza
allelica sono il flusso genico, la
deriva genica e gli accoppiamenti non casuali.
Il flusso genico è il movimento di alleli verso
l’interno o l’esterno di una popolazione a causa dell’immigrazione
o dell’emigrazione di individui in età riproduttiva.
La deriva genica, invece, si verifica nelle piccole
popolazioni e consiste nel cambiamento del pool genico per azione del caso.
Vi sono altri esempi di deriva genica che si
verificano con più facilità nelle popolazioni molto piccole:
L’effetto
del fondatore:
Si verifica quando una piccola popolazione, che si
separa da una più grande, ha un pool genico differente da quella del
gruppo originario.
Collo di
bottiglia:
Si verifica quando una popolazione viene drasticamente
ridotta di numero da eventi non collegati con la selezione naturale.
Per quanto riguarda gli accoppiamenti non casuali,
questi provocano cambiamenti nelle frequenze genotipiche, ma possono non
influire sulle frequenze alleliche.
Vi sono alcuni meccanismi che permettono invece di
mantenere o incrementare la variabilità.
La variabilità genetica nelle popolazioni viene
garantita dalla riproduzione sessuata e dai meccanismi che favoriscono
l’esoincrocio come gli alleli per l’autosterilità e gli
elementi anatomici che impediscono l’autofecondazione nelle piante e il
comportamento negli animali. La variabilità viene mantenuta, invece,
dalla diploidia, che preserva gli alleli
recessivi rari dalla selezione naturale e dai casi di superiorità
dell’eterozigote dove questi ultimi hanno un maggiore successo
riproduttivo rispetto agli omozigoti. Per quanto riguarda la selezione naturale
questa può contribuire ad incrementare o a mantenere la
variabilità.
La selezione naturale agisce sull’intero
fenotipo il quale è determinato dall’interazione del genotipo con
l’ambiente in cui l’individuo vive. I processi selettivi possono
essere raggruppati in cinque categorie :
Selezione
stabilizzante
Consiste nell’eliminazione degli individi di una
popolazione che presentano caratteri estremi.
Selezione
divergente
In una popolazione aumenta la frequenza dei caratteri
estremi a spese di quelli intermedi.
Selezione
direzionale
Tende a sostituire nel pool genico un allele (o un
gruppo di alleli) con un altro.
Selezione
frequenza dipendente
Tende a ridurre la frequenza dei fenotipi più
comuni per aumentare la frequenza di quelli meno comuni.
Selezione
sessuale
Consiste nella lotta tra membri di un sesso (di solito
maschile) per la conquista dell’atro sesso. Questo tipo di selezione
genera il dimorfismo sessuale fenomeno che riguarda le differenze tra maschi e
femmine nella modalità di procurarsi un compagno (diversa modalità
di “attirare l’attenzione”).
L’effetto della selezione naturale è
l’adattamento. L’adattamento è:
1. Condizione di sintonia con l’ambiente.
2. Una caratteristica fisica dell’individuo che
contribuisce alla sua integrazione con l’ambiente.
3. Un processo evolutivo che genera individui in armonia
con l’ambiente circostante.
Prove che confermano l’adattamento
dell’individuo all’ambiente fisico che lo circonda possono essere
osservate nelle variazioni fenotipiche graduali, dette cline, le quali seguono
una distribuzione geografica.
Se una specie occupa habitat differenti può
apparire lievemente diversa in ognuno di questi. Ciascun gruppo di fenotipi
distinti è detto ecotipo. Quando l’adattamento dipende da forze
selettive esercitate da organismi interagenti si parla di coevoluzione. Un esempio
citabile è quello dell’interazione tra le asclepiadi e la farfalla monaca. Questa
interazione ha come effetto vantaggioso per la farfalla monaca e per le sue
forme imitatrici il mimetismo batesiano e mulleriano.
La selezione naturale, vista da una prospettiva
più ampia, produce differenti tipi di evoluzione:
1. Si parla di evoluzione
convergente quando organismi, che vivono in ambienti simili, si somigliano.
2. Si parla di evoluzione
divergente quando una popolazione, separandosi dal resto della specie,
segue un proprio percorso evolutivo.
Durante il suo viaggio sul brigantino Beagle, Darwin
ebbe modo di conoscere nuove specie mai viste prima. Secondo la concezione
classica ogni specie era stata creata separatamente ed era distinta dalle
altre. Queste specie erano state create e collocate nel luogo a loro più
adatto da una “forza
divina”. Dalla scoperta di un numero impressionante di nuove
specie e dall’analisi della loro distribuzione geografica Darwin
cominciò a dubitare seriamente della validità di questa teoria.
Ma che cos’è una specie? Come ha origine?
Una specie è un gruppo di popolazioni i cui
membri si incrociano tra di loro e non si incrociano con i membri di altri
gruppi. Questo comportamento determina un isolamento genetico. Quando dei
piccoli gruppi si isolano dal resto della popolazione e si riproducono tra di
loro, possono accumulare dei cambiamenti tali da trasformarsi in una nuova
specie. Quando questo processo si verifica
si parla di speciazione.
La speciazione è allopatrica quando vi è una separazione geografica (dovuta
alla presenza di barriere naturali) di piccoli gruppi di organismi dal resto
della specie. Questi gruppi successivamente seguiranno dei percorsi evolutivi
che li trasformeranno in nuove specie.
La speciazione
si dice simpatrica quando, pur non essendoci separazione geografica, si
verifica la poliploidia. Quest’ultima consiste nell’aumento del
numero di cromosomi rispetto all’assetto 2n (diploide) a causa della non
disgiunzione del corredo cromosomico durante la meiosi o la mitosi.
La nascita di una nuova specie può dipendere
anche dal fatto che il numero dei cromosomi di un individuo ibrido raddoppia.
In questo caso otteniamo degli individui sterili. Se però alla
formazione degli ibridi segue la poliploidia, l’individuo sarà
fecondo. Precedentemente abbiamo parlato di isolamento genetico; ebbene la
domanda che sorge spontanea è: quali fattori permettono
l’isolamento genetico nelle specie strettamente imparentate?
Questi meccanismi possono essere di due tipi: prezigotico e postzigotico
I meccanismi di isolamento prezigotico consistono
molto spesso in rituali comportamentali, in segnali visivi, uditivi o
nell’utilizzo di sostanze chimiche. Nelle piante questi meccanismi
possono essere ad esempio i diversi periodi di fioritura di due specie diverse.
Per quanto riguarda, invece, i meccanismi di
isolamento postzigotico, questi servono a mantenere l’isolamento genetico
anche se due individui di specie diverse si accoppiano. Meccanismi di
isolamento postzigotico sono ad esempio: le differenze anatomiche dei genitali,
gli spermatozoi incapaci di fondersi con quella cellula uovo, nascita di
individui sterili, mancato sviluppo della cellula uovo, etc.
Le prove a favore della teoria evolutiva di Darwin
sono da ricercare nei reperti fossili. Dallo studio di tali reperti si ha un
quadro dell’evoluzione di una specie; si parte da organismi semplici sino
ad arrivare a quelli più complessi.
Secondo Darwin la diversità degli organismi
è il risultato di tre grossi modelli di speciazione :
Cambiamento
filetico
Sotto pressioni selettive direzionali una specie
gradualmente si trasforma in una nuova specie.
Cladogenesi
Consiste nella suddivisione di una linea evolutiva in
due o più linee distinte.
Radiazione
adattativa
è considerata come l’effetto combinato del
cambiamento filetico e della cladogenesi. È la formazione di molte nuove
specie a partire da un antenato comune.
I reperti fossili testimoniano una altro fenomeno
molto importante: l’estinzione,
la scomparsa di una specie. L’estinzione procede a ritmo lento ma
costante, interrotto da periodi di estinzioni di massa di numerose specie.
Vi è infine un ultimo modello evolutivo che ci
viene messo in evidenza dallo studio dei reperti fossili: gli equilibri intermittenti. Secondo questo
modello le nuove specie si formano per improvvisa speciazione di piccoli gruppi
isolati di individui. Le nuove specie che si vengono a formare prendono il
sopravvento sulle altre (che si estinguono) e persistono per lunghi periodi
fino a quando a loro volta non si estinguono.