|
|
È mia intenzione
soffermarmi solo su tre autori in cui ricorre in modo significativo il tema del
progresso: Foscolo, Verga e Leopardi.
Prima di
iniziare la trattazione dei singoli, che non seguirà un ordine
cronologico, bisogna ricordare che in questo periodo in Italia si sta
verificando un processo di unità nazionale difficile e contrastato; in
molti autori quindi il tema del progresso è trattato alla luce
dell’aspirazione all’unità e all’indipendenza politica
o del raggiungimento delle stesse.

La vita di
Foscolo ad esempio fu guidata dal desiderio di conquistare per il popolo
italiano la libertà e di cacciare gli stranieri dalla penisola. Possiamo
quindi affermare che nella sua opera il progresso coincide per alcuni aspetti con
l’immagine di un’Italia unita e indipendente. A tal proposito
risulta particolarmente significativo il carme dei Sepolcri, in cui compimento
dell’unità nazionale e sviluppo storico quasi si identificano.

Le tombe
dei grandi costituiscono l’anello di congiunzione tra la virtù del
passato e quella del futuro che dovrà incitare gli italiani a recuperare
unità e indipendenza politica.
I sepolcri secondo
Foscolo servono a rafforzare l’affetto familiare, a farci ricordare il
passato glorioso della patria e quindi a spingere i giovani a compiere grandi
gesta; servono infine ad ispirare i poeti. Il carme si può considerare,
quindi, come un incitamento alla vita eroica. Quello che Foscolo vuole mettere
in evidenza nella sua opera è il fatto che, anche quando il corpo
morirà, resteranno eterne le grandi azioni dell’uomo. Le tombe,
quindi, sono contemporaneamente testimonianza e incitamento per i vivi.
A tal proposito Foscolo
mette in evidenza la grande importanza che i sepolcri hanno rivestito nella
storia dell’uomo.
Le tombe dei Grandi sono
un sacrario di “glorie patrie” che hanno il compito di spingere gli
animi dei generosi a compiere grandi imprese come quelle dei Martiri di
Maratona o quelle raccolte in Santa Croce a Firenze; queste ultime, ad esempio,
hanno confortato e ispirato Alfieri.
In questa parte del carme
è descritta un’altra importante funzione, di carattere civile e
patriottico, delle tombe: esse devono ispirare gli uomini a compiere grandi
imprese.
Anche quando i sepolcri
saranno divorati dalla furia impietosa del tempo, la memoria dei Grandi
sarà affidata al canto dei poeti che vince il silenzio di mille secoli.
La fama degli eroi greci vincitori della guerra di Troia fu eternata dalla
poesia di Omero grazie alla quale Ettore, morto per la difesa della sua
città, sarà onorato di pianto presso coloro che considerano santo
il sangue versato per la patria. Tutto questo avverrà
“finché il sole risplenderà sulle sciagure umane”.
La tomba viene vista
anche come fonte di ispirazione dei poeti i quali, infatti, hanno il compito di
immortalare con i loro versi le gesta degli eroi sepolti dopo aver versato il
proprio sangue per amor di patria.
Diverso da quello
foscoliano è il giudizio di Verga in relazione all’Unità
d’Italia e al progresso, anche perché diverso è il momento
storico che vive.

Dopo
gli entusiasmi della raggiunta Unità diventano sempre più
evidenti i vecchi e nuovi problemi del paese: l’assenza di strutture
burocratico-amministrative e di un sistema di vie di comunicazione efficienti,
l’analfabetismo, le differenze economiche e sociali tra il Nord e il Sud
del paese, il brigantaggio nelle campagne meridionali etc.
Proprio gli
ultimi due non erano di facile risoluzione e misero in crisi gli ideali
risorgimentali e, in modo particolare, un’idea: l’Unità del
paese era stata veramente una tappa del progresso che sembrava investire il
mondo intero? Giovanni Verga, che da giovane era stato fervente fautore delle
idee del Risorgimento, all’indomani della presa di Porta Pia scrive una
novella come “Libertà” che critica il processo di
unificazione nazionale.
In questo racconto viene descritta la
vicenda di Bronte anche dopo la rivolta della povera gente che voleva
impossessarsi delle terre dei ricchi. A seguito della carneficina durante la
quale i contadini trucidano i nobili del paese, Garibaldi invia sul luogo il
generale Nino Bixio con lo scopo di placare la rivolta e fare giustizia; dopo che i giudici emisero la sentenza di
condanna, un carbonaro rimase sbigottito: sbarcando Garibaldi aveva promesso a
tutti libertà e terre e, invece, venivano condannate proprio quelle
persone che, in nome della libertà, si erano ribellate contro il potere
dei latifondisti.
In altri termini i contadini
meridionali non erano interessati ad unificare l’Italia ma si schierarono
con i mille solo a seguito della promessa di Garibaldi di ridistribuire le
terre conquistate.
Il malcontento popolare dopo la nascita del regno
d’Italia è riscontrabile anche nella novella
“Cos’è il Re”. In essa vengono narrate due vicende
delle quali il protagonista è compare Cosimo, un lettighiere.
La prima
parte della novella è ambientata negli anni precedenti
all’unità d’Italia. A compare Cosimo viene chiesto di
trasportare con la lettiga la regina e il re delle due Sicilie, Francesco II.
In questa prima parte vengono messi in evidenza aspetti positivi e negativi di
questo sovrano: è autoritario e minaccia compare Cosimo dicendogli di
stare attento alla Regina (“Bada che porti la tua Regina!!!”);
immediatamente dopo però si mostra clemente nei confronti di una donna
che gli si butta ai piedi chiedendo perdono per il padre incarcerato e
destinato ad “aver tagliata la testa”: “Il Re disse una
parola ad uno che gli era vicino, e bastò perché non tagliassero
la testa al padre della ragazza”. La seconda parte della novella è
ambientata negli anni successivi all’unità d’Italia. Il re
questa volta è Vittorio Emanuele II di Savoia, il primo re
d’Italia. Dalla novella è evidente che il nuovo monarca non ha
portato miglioramenti nella vita di compare Cosimo.
Il nuovo governo italiano inasprisce la pressione
fiscale, le strade siciliane vengono rese carrozzabili e i lettighieri come
compare Cosimo fanno la fame. Non potendo pagare i tributi, egli si indebita.
Quando in nome del re vengono a sequestrargli le mule, compare Cosimo non si
dà pace perché dopo tutto le sue mule avevano trasportato proprio
il re.
Il nuovo governo italiano
introduce inoltre nel meridione la leva obbligatoria, sconosciuta sotto i
Borboni e, quindi, compare Cosimo oltre alle mule si vede portato via anche il
figlio Orazio che diventa artificiere. Nella conclusione si lascia intendere
che il popolo meridionale, rappresentato dal povero lettighiere, è
scontento di questo nuovo re: egli è privo dell’aspetto
rassicurante del buon padre che rende meno ostile il sovrano borbonico.
Nella novella “Rosso
Malpelo” Verga mette in
evidenza un'altra delle problematiche per cui l’Ottocento non può
essere definito un secolo di progresso lineare: lo sfruttamento minorile. Il
protagonista che dà il nome al racconto, indurito dal lavoro in miniera,
ha maturato una concezione della vita come lotta per la sopravvivenza. Colpito
dalla morte del padre ucciso da una frana, il solo ad avergli mai dimostrato
affetto, si avvia egli stesso verso un’esplorazione pericolosa dalla
quale non farà più ritorno.
Per Verga, quindi, la storia non
porta un reale progresso ma dietro un’ apparente evoluzione
c’è una reale e drammatica involuzione.
L’autore siciliano scrive solo
pochi decenni dopo i naturalisti francesi i quali applicano al romanzo i
principi del positivismo (secondo i quali la scienza è alla base di
tutto) cercando di riprodurre la realtà nel più fedele dei modi.
Questa loro visione è confermata dalla seguente frase di Emilie Zola:
“Si entrerà in un secolo in cui l’uomo, divenuto
onnipotente, avrà soggiogato la natura utilizzandone le leggi per far
regnare su questa terra tutta la giustizia e le libertà
possibili”.
I Malavoglia e Mastro Don Gesualdo
sono soltanto alcuni dei “vinti” descritti dallo scrittore
siciliano che il progresso, visto come un’immensa onda inarrestabile,
travolge senza pietà. Questa visione di Verga è in netta contrapposizione
con quella dei naturalisti francesi: per loro il progresso è un fenomeno
che porta al miglioramento delle condizioni delle classi sociali più
povere.

Leopardi, invece, si occupa
dell’idea di progresso estrapolandola dal contesto storico italiano e
inserendola in una dimensione più ampia e, cioè, quella della
condizione umana.
La visione leopardiana del progresso
è estremamente pessimistica; secondo Leopardi esso fa uscire
l’uomo da uno stato di felicità conducendolo ad uno stato di
dolore e sofferenza. La storia degli uomini non è progresso ma decadenza
da uno stato di inconscia felicità naturale ad uno stato di consapevole
dolore, messo in luce dalla ragione.
Ciò che è
avvenuto nella storia dell'umanità si ripete immancabilmente nella
storia di ciascun individuo. Dall'età dell'inconscia felicità,
dell'infanzia, dell'adolescenza e della giovinezza dove tutto sorride intorno e
il mondo è pieno di incanto e di promesse, si passa all'età della
ragione, all'età dell'arido vero, del dolore consapevole e
irrimediabile.
Questo aspetto del
pessimismo leopardiano è detto pessimismo storico. La ragione è
colpevole della nostra infelicità, in contrasto con la natura madre
provvida, benigna e pia che cerca di coprire le tristi verità del nostro
essere col velo dei sogni, delle fantasie e delle illusioni.
Questa visione
pessimistica del progresso viene poi estesa a livello universale. La natura non
sarà più vista come “madre benigna” ma come
indifferente e ostile all’uomo, sarà colei che avvolgerà
l’uomo nelle illusioni, anche se l’ha creato con
un’insaziabile voglia di progredire (pessimismo cosmico).

Le opere da me scelte
“Dialogo della Natura e di un islandese” e il “Canto notturno
di un pastore errante dell’Asia” mettono in evidenza queste caratteristiche
“terribili” della Natura.
Il “Dialogo della
Natura e di un islandese” rappresenta la prima introduzione nel pensiero
leopardiano di uno dei concetti più caratteristici del pessimismo
cosmico: l’indifferenza e l’ostilità della Natura.
Il protagonista è
un islandese, che abita un luogo molto ostile all’uomo; egli non vuole
infastidire nessuno e contemporaneamente non vuole essere infastidito e,
quindi, decide di isolarsi ma a questo punto è
In quest’opera
Per quanto riguarda il
“Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”, esso
è il canto che meglio esprime il pessimismo cosmico di Leopardi: in ogni
tempo e in ogni luogo, ciò che caratterizza l’esistenza è
il dolore e l’infelicità. In quest’opera il poeta non parla
in prima persona ma fa parlare il pastore nomade dell’Asia che di fronte
alla luna, che lo segue in tutti i suoi spostamenti, si pone degli
interrogativi sul senso dell’esistenza e sulla posizione dell’uomo
all’ interno dell’universo. Le domande del pastore rimangono,
però, senza risposta. Dall’osservazione della realtà che lo
circonda (il gregge), il pastore arriva a concludere che il destino di ogni
creatura, uomo o animale, è il dolore; egli in questo canto
rappresenta l’uomo di fronte
al mistero esistenziale dell’intero universo, rappresenta l’uomo
sperduto e incapace di spiegarsi la ragione dell’esistenza delle cose e
del proprio destino.
Tale critica dell’idea di
progresso e della concezione positiva della natura è una novità
nel panorama storico letterario: i letterati che, nel Settecento credevano in
un’epoca di progresso inarrestabile, esercitano nell’Ottocento
italiano una funzione critica che si svilupperà ulteriormente nel
Novecento.