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Aspetti generali e caratteristiche della letteratura del Realismo
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Cominciamo con il definire il realismo come la tendenza di tutti quegli aspetti artistici letterari in cui predomina una forte componente oggettiva. Il Realismo lo possiamo collocare nella seconda metà dell'Ottocento fino all'incirca alla fine del secolo. In questo periodo vi è una totale fiducia della scienza , niente più sentimento e sentimentalismo, tipici nel Romanticismo. La ragione dell'uomo e la scienza all'apice di ogni attività,anche artistica letteraria. Nascono infatti nuove scienze sperimentali che vengono impiegate in ogni settore,in particolare in quello industriale. Non è un caso che intorno al 1870 si affermò la seconda Rivoluzione Industriale . Non è un caso che Antonio Pacinotti progettò l'Anello che da lui prese il nome:meccanismo in grado di funzionare come generatore di corrente elettrica continua ma anche come motore elettrico e che negli stessi anni si realizzarono altre importanti scoperte e invenzioni.

La prima opera letteraria di impronta realista, ovviamente in prosa (perché rappresentazione oggettiva), è "Madame Bovary " di Flaubert (1857), la storia di una donna la quale sposa un medico di provincia, Charles Bovary, con cui trascorse una vita monotona, per ovviare alla quale e alla propria insoddisfazione precipita in una situazione che la porterà ad avvelenarsi. Il romanzo realista doveva essere oggettivo e impersonale , addirittura dietro di esso vi era uno studio approfondito e spassionato . Flaubert prima di scrivere della morte della donna effettua uno studio sui tipi di veleni e le varie conseguenze. Appartengono al realismo due correnti letterarie sviluppatesi in due diverse nazioni : in Francia il Realismo viene radicalizzato nel Naturalismo ;in Italia viene chiamato Verismo . I precursori del Naturalismo furono Balzac, il già mensionato Flaubert, più tardi l'esponente di punta Maupassant.

Il caposcuola teorico del Naturalismo fu il medico Emile Zola con la dottrina del "Romanzo sperimentale" . In Zola possiamo percepire il determinismo in cui è presente il canone dell'impersonalità :<<lo scienziato non si deve arrabbiare con l'Azoto>>. E' palese che di fronte alla descrizione di una reazione chimica,lo scrittore non poteva di certo impietosirsi; analogamente Zola sosteneva proprio che il racconto doveva essere una cartella medica. Con Zola si sviluppò un'ideologia scientista largamente diffusa e applicata alle narrative con il divulgarsi di nozioni quali l'evoluzione,il metodo sperimentale.
Il massimo esponente del verismo italiano fu il prosatore Giovanni Verga . Egli ebbe, come del resto sembrava andare "di moda" all'epoca, una conversione letteraria nel 1874 pubblicando "Nedda". Verga aderì al Realismo di Capuana (teorico verismo italiano),effettuò questo cambiamento di stile perché gli era capitato di leggere un giornale di bordo. Gli era sembrato così essenziale,rigoroso,oggettivo, così "sgrammaticato" che decise di scrivere a sua volta così. Verga non scrisse versi, scrisse invece due raccolte di novelle; opere per il teatro e realizzò due romanzi ("I Malavoglia","Mastro don Gesualdo") e un terzo che non terminò ("La duchessa di Leiva") che dovevano far parte di un ciclo di sei romanzi: il ciclo dei "Vinti". Verga trae i suoi protagonisti dalla sua terra di origine la Sicilia, e spesso appaiono personaggi "primitivi": un esempio è la povera contadina Nedda. La visione del mondo del Verga è che tutti gli uomini sono dei vinti. Le caratteristiche del Verismo del Verga erano ben precise: descrizione di una vicenda umana (realmente accaduta o verosimile) che doveva servire da documento. Il procedimento è scientifico nella narrazione dell'ambiente sociale e naturale in cui il fatto è accaduto:"far parlare le cose", impedire che l'autore si serva dei fatti come pretesto per esprimere se stesso, e quindi impersonalità dello scrittore. Successivamente il linguaggio deve essere immediato, spontaneo senza retorica,né formalismi. Nella narrativa del Verismo predomina il regionalismo, cioè l'interesse per i ceti più umili di quell'ambiente che lo scrittore intende privilegiare.
Realismo,Naturalismo e Verismo hanno come denominatore comune la prosa, non ci sono quindi componimenti poetici in versi. Io non sto qui a vaticinare il perché,ma una volta un professore mi augurò di trovare le risposte della vita nella Poesia.
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Realismo (arte)
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Indirizzo stilistico che mira alla massima aderenza tra rappresentazione artistica e realtà oggettiva; l' opera d'arte deve apparire , secondo le intenzioni dell'autore, come fedele riproduzione del mondo reale , in consonanza con la percezione considerata più consueta e comune.
In senso storico-critico, tuttavia, il termine "realismo" è propriamente attribuito al movimento artistico nato in Francia intorno alla metà del XIX secolo, come reazione all'approccio fortemente soggettivo e idealistico del romanticismo.
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Gustave Courbet, L'atelier, 1854-55
Nella tela «L'atelier» Gustave Courbet realizza un'allegoria del suo mestiere di pittore. Nel suo grande studio egli rappresenta innanzitutto se stesso, seduto su una sedia, intento a ultimare un quadro di paesaggio. Intorno a sé realizza una trentina di figure che non sono personaggi reali, ma presenze allegoriche. In posizione a lui più vicina vi è una donna , a simboleggiare la «nuda» verità , ed un bambino, simbolo dell'innocenza. A destra, alle spalle del pittore, numerose figure rappresentano il suo pubblico fatto di committenti, di letterati e filosofi di cui lui era amico (tra gli altri vi si riconosce Baudelaire e Proudhon). Sulla sinistra un gruppo più eterogeneo rappresenta quella realtà (fatta di persone povere ed umili) alla quale Courbet di ispira. Il quadro, la cui decifrazione non si ferma alle poche cose qui dette, va quindi letto come un manifesto visivo della poetica realista di Courbet. Esso fu realizzato tra il 1854 e il 1855 per essere presentato al Salon di Parigi: la giuria tuttavia lo rifiutò con la motivazione che il quadro era volgare.
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Silvestro Lega, Il canto dello stornello, 1867
Il quadro è una delle tele più belle realizzate in tutto l'Ottocento italiano. Prova di grande virtuosismo tecnico, la tela rappresenta con fotografica analiticità un momento quotidiano di grande semplicità. Le tre donne intente a cantare mentre una di loro suona il piano è un esempio dei più classici di quel lirismo intimo comune a gran parte della produzione artistica italiana del secolo. Lega pone la scena in controluce di fronte ad una finestra aperta. Da quella finestra entra non solo luce ma anche il respiro profondo di un'atmosfera pulita che sa di campi coltivati e colline lontani, sensazione che mai prima un quadro aveva trasmesso con tanta intensità.
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Silvestro Lega, L'educazione al lavoro, 1863
« L'educazione al lavoro » è una tela di grande fascino non tanto per il momento di corrispondenza di affetti materni che rappresenta, ma per la capacità di rappresentare uno spazio dotato di autonoma personalità. La luce che entra dalla finestra aperta, soluzione che adotterà in seguito anche per il «Canto dello stornello», crea un'atmosfera di silenzio intimo che dà maggior sapore alla scena rappresentata. Per questa tela, ma anche per altre di pittori quali Odoardo Borrani o Telemaco Signorini, in cui la scena è rappresenta in un interno con una finestra posta sulla sinistra viene spontaneo un confronto con il pittore olandese Jan Vermeer, e con sorpresa si ritrovano analoghe atmosfere di serietà lavorative quotidiane.
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Silvestro Lega, Il pergolato, 1868
Piccolo capolavoro di poesia intimistica, questo quadro, tra i più famosi di Lega, sintetizza le diverse scelte stilistiche e poetiche dell'artista. Notiamo innanzitutto il soggetto: è una rappresentazione di un realismo quasi fotografico che coglie una realtà molto ordinaria e comune. Lo spazio prospettico presenta una metà più profonda, quella a sinistra, in cui si colloca un pergolato che crea un angolo fresco ed accogliente, ed una metà meno profonda nella parte anteriore, ma che si apre in lontananza verso una ariosa campagna. Dalla metà di destra proviene una donna con un vassoio in mano su cui porta un bricco di caffè. Nell'altra metà sono collocate tre giovani donne sedute ed una bambina. Sono protette dal fresco del pergolato e stanno conversando in maniera tranquilla e rilassata. Tutta la scena è pervasa da una calma e da un silenzio evidenti.
Il realismo di Lega è accentuato dalla sua virtuosistica capacità di riuscire a rappresentare con una fedeltà immediata anche i particolari più banali della scena. Ciò che però dà una nota stilistica del tutto originale è la sua tavolozza molto chiara e brillante, utilizzata sempre con la tecnica della macchia. I colori hanno una luminosità che ben rappresentano il piacere più evidente del momento rappresentato: il contrasto tra luce ed ombra. La luce è la vera protagonista, l'ombra del pergolato serve proprio ad enfatizzare la luce che circonda la scena. Questa luce così forte costringe il pittore a scegliere una tecnica che accentua ulteriormente il realismo e, insieme, la liricità della scena: il controluce. Le figure, infatti, sono tutte viste nel loro lato in ombra. Questa tecnica, che rimanda inevitabilmente a Millet, serve qui ad enfatizzare il senso di piacere interiore che l'ombra crea nello spazio rappresentato.
La rappresentazione di un momento di vita quotidiana semplice ed ordinaria serve a Lega per cogliere quell'attimo fuggente di piaceri semplici della vita piccolo borghese, vissuta in città, piccole o grandi, che conservano ancora un rapporto felice con lo spazio della campagna. L'Ottocento italiano è tutto in questo quadro: la sua vita, i suoi tempi, le sue sensazioni, la sua luce.
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Gustave Courbet ,Gli spaccapietre
Questa tela, già esposta al museo di Dresda, è andata distrutta durante la seconda guerra mondiale. Ce ne resta solo una documentazione fotografica. Essa, tuttavia, è una delle opere che meglio sintetizza la scelta sia poetica sia stilistica di Courbet.
I due personaggi raffigurati sono due lavoratori dediti ad un lavoro rude e pesante . Lavorano in una cava di pietra spaccando la roccia con la sola forza fisica. Dei due uno è più anziano, è piegato su un ginocchio per spaccare i massi e Courbet lo raffigura di profilo. L'altro, più giovane, è intento a trasportare le pietre e viene raffigurato di spalle. Fa da sfondo alla scena il fianco di una montagna che occupa tutto l'orizzonte. Si intravede solo un po' di cielo in alto a destra. Le due figure sembrano inserite quasi nel fianco del monte. Il lavoro impone loro di vedere solo le pietre senza neppur poter alzare lo sguardo al cielo. Hanno volti inespressivi . Il lavoro che fanno è povero ed è una povertà non solo materiale ma anche interiore. Tutta la scena esprime una condizione di abbrutimento psicologico oltre che materiale.
Courbet è cinico e crudo nel rappresentare questa scena . Non gli dà alcuna intonazione lirica per esprimere la nobiltà di un lavoro che, seppure modesto, è comunque un momento di nobilitazione. Denuncia , invece, con un linguaggio obiettivo la reale situazione sociale dei lavoratori. Questo contenuto di polemica sociale era ovviamente poco accettabile dall'ordinario pubblico dell'arte, fatta soprattutto di persone ricche che, quindi, mal sopportavano la rappresentazione della povertà che era, implicitamente, un atto di accusa nei loro confronti. I poveri sono tali per consentire ai ricchi di essere ricchi: questo, in sintesi, l'atto di accusa dei quadri di Courbet. |

Giovanni Fattori, Pianura con cavalli e soldati
La tela ha un taglio orizzontale molto accentuato, nella quale la rappresentazione della pianura prende un respiro ampio e dilatato. Sono le grandi pianure della Maremma che Fattori, livornese di nascita, ben conosceva. In questo spazio così piano e silenzioso ritornano le figure che più amava Fattori: i cavalli e i soldati. Anche qui la loro presenza, in tempi di pace, appare come una presenza di metafisica malinconia, simboli di un incedere costante che è quasi metafora di condizione esistenziale. |
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