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Filosofia
IMMANUEL KANT

Ermanno Cohen (1848-1918 ) fu professore all’Università di Marburgo ed è considerato uno dei più qualificati rappresentanti del neocriticismo, un movimento sorto in Germania nella seconda metà dell’Ottocento, che assume in sè i motivi polemici che si sono andati delineando nei confronti del predominio assoluto della visione scientifica dei fatti, proponendosi , inoltre, di salvare i caratteri d’obbiettività propri della scienza contro le pretese irrazionalistiche di tipo nietzschiano e quelle dello spiritualismo volto a ricondurre il valore del reale nei limiti delle testimonianze della coscienza .
Di Cohen ho letto qualche pagina dell’opera La teoria Kantiana dell’esperienza pura nella traduzione di C. Pellizzi, una lettura che ha contribuito a farmi conoscere più approfonditamente la posizione che Kant assume nei confronti della filosofia, della scienza e i motivi che spingono il filosofo di Konigsberg a porre dei limiti alla scienza, posizione che porta Abbagnano a dire che il criticismo non sarebbe “nato “ se non ci fossero in ogni campo dei termini di validità da fissare. Per cui il criticismo si configura come una filosofia del limite , un’ ermeneutica della finitudine , ossia “ come un’interpretazione dell’esperienza volta a stabilire nei vari settori esperienziali le colonne d’Ercole e , quindi , il carattere finito o condizionato delle possibilità esistenziali che non sono mai tali da garantire l’onniscienza e l’onnipotenza dell’individuo “ .
Questo rifiuto di mitizzare la scienza è dovuto al fatto che per Kant la scienza ha dei limiti, come la filosofia. Filosofia e scienza, infatti non si pongono su un piano competitivo dal punto di vista conoscitivo, sia che l’oggetto della conoscenza riguardi l’uomo in rapporto con la natura , sia che riguardi l’analisi delle possibilità e delle modalità conoscitive dell’uomo . Non c’è una gnoseologia dominio esclusivo della filosofia ed una gnoseologia dominio esclusivo della scienza . Se si ammettesse una gnoseologia propria della filosofia ed una della scienza , si tenderebbe ad avvalorare la tesi dell’autonomia dei due campi , tesi affermata da taluni filosofi nell’illusione di fare della filosofia una scienza autonoma e da taluni scienziati nel tentativo non sempre giustificato di riconoscere il carattere a-scientifico della filosofia in generale .
Per Kant , come dicevamo , la filosofia e la scienza costituiscono , sì due campi , ma non autonomi , bensì compenetranti . Si compenetrano 1) quando l’oggetto del conoscere , per l’una e per l’altra , è considerato come rapporto tra uomo e natura (allora la scienza fornisce alla filosofia la base conoscitiva e il rapporto tra le due è costruito su un fondamento gnoseologico) 2) quando la filosofia cerca di precisare la natura delle scienze e le modalità con le quali procede la ricerca scientifica e i fini che questa si propone, stabilendo in tal modo un rapporto epistemologico .
Per Kant questo rapporto è importante perché consente all’uomo una sua maggiore realizzazione , un suo grande dominio sulla natura , ma costituisce anche un pericolo qualora le finalità politiche di questa realizzazione siano rivolte a stabilire il dominio dell’uomo sull’uomo .
Da queste precisazioni si comprende bene perché la filosofia di Kant può ritenersi attuale . Egli ha avuto il merito , scrive il Cohen , di assumere nei confronti della scienza (come pure della filosofia) un atteggiamento criticamente più cauto sia per quanto riguarda la sua possibilità sia per quanto concerne i suoi esiti pratici .
Se è vero , infatti , che Kant respinge con il suo criticismo la pretesa di certi razionalisti ( Wolf) che tutto risulti accessibile alla ragione , è altrettanto vero però , per dirla con Piero Martinetti , che egli accetta integralmente “ la grande conquista del secolo XVIII ...... che tutto debba decidere la ragione , e perciò anche dei propri limiti e della possibilità che essa ha di condurci fino a un certo punto , di là de quale cessa per noi la possibilità di giudicare e di conoscere. Ma in tutto ciò che è nel campo del nostro conoscere , bisogna che la ragione rifletta la sua luce : che tutto sia chiaro , vagliato , giudicato dalla ragione “.
Se questo non avviene e si accetta la politicizzazione della scienza, allora si hanno le inutili stragi , come avvenne nel secondo conflitto mondiale , come abbiamo accennato all’alba del 6 agosto 1945 un bombardiere B 29 sganciò su Hiroshima la bomba atomica . Pochi secondi , poi la città fu abbagliata come se il sole fosse precipitato . Per la prima volta si alzò dalla città martoriata lo spettrale fungo atomico. Nel suo interno tutto era stato incenerito : 80.000 morti , altrettanti feriti per ustioni , condannati a morte più lenta ma inesorabile , 65.000 edifici su 90.000 distrutti . Tre giorni dopo anche, Nagasaki subì lo stesso martirio: 40.000 i morti e 70.000 ustionati .
E’ vero , allora, per concludere , come dice R. Levi Montalcini , che “L’impegno e la libertà è quello che distingue l’Homo Sapiens da tutte le altre specie” , che , inoltre , non bisogna mettere “dei chiavistelli al cervello “ e che “oggi più che mai bisogna affermare il principio che gli scienziati hanno il diritto di partecipare alle decisioni politiche piuttosto che essere vittime di movimenti oscurantisti ed antiscientisti , “ ma bisogna , però , stare attenti che la scienza possa mettere nelle mani dell’uomo un potere gigantesco , che , se male usato può annullare la vita sul nostro pianeta” .

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