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GIACOMO LEOPARDI


Il pensiero del Leopardi trae origine dalla concezione meccanicistica del mondo, che egli aveva appreso dall’illuminismo e fatta propria al tempo della conversione filosofica. Meditando su di essa, egli giunse ad una forma di materialismo assoluto. Il mondo dunque per il Leopardi è governato da leggi meccaniche, da una “forza operosa” immanente che trasforma continuamente la materia, senza che di questo processo di trasformazione si possa comprendere il fine ed il significato. Anche l’uomo è soggetto alle leggi di trasformazione della materia. Non solo è una creatura debole ed indifesa , che dopo una vita di inutili sofferenze senza senso si annulla totalmente con la morte , ma è anche un essere insignificante nel contesto della vita universale;
è come una pagliuzza nel turbinio del vento o una goccia nel grembo dell’oceano. A tale concezione materialistica del mondo e dell’uomo il Leopardi resterà sempre fedele , polemizzando contro le correnti idealistiche del suo tempo e ironizzando sulle pretese di grandezza e di superiorità del genere umano. Tuttavia questa concezione, che per i pensatori del ‘700 era motivo di orgoglio e di ottimismo, per il senso di liberazione che esso comportava dalle superstizioni del passato e per la nuova fede nella scienza, come strumento di progresso umano e sociale, per il Leopardi è motivo di tristezza e di pessimismo, perché egli avverte dolorosamente i limiti della natura umana, tutta chiusa nella prigione della materia, in contrasto con l’innata aspirazione dell’uomo all’assoluto e all’infinito .
Il Leopardi si accorge che la felicità degli altri è solo apparente; che la vita umana non ha uno scopo, un ideale degno per il quale valga la pena di lottare. Indagando sulla causa dell’infelicità umana, il Leopardi afferma che gli uomini furono felici soltanto nell’era primitiva, quando vivevano allo stato di natura; ma poi essi vollero uscire da questa beata ignoranza e innocenza istintiva e, servendosi della ragione, si misero alla ricerca del vero. Le scoperte della ragione furono catastrofiche: essa rivelò la vanità delle illusioni che la natura, come una madre benigna e pia, aveva ispirato agli uomini, scoprì le leggi meccaniche che regolano la vita dell’universo, scoprì il male, il dolore, l’infelicità, l’angoscia esistenziale. La storia della scienza non è progresso, ma decadenza da uno stato di inconscia felicità naturale ad uno stato di consapevole dolore, scoperto dalla ragione.
Ma l’opera più ricca di pensiero è La Ginestra. E’ un documento di umanità oltre che di poesia. La lirica fu scritta nel 1836, meno d’un anno prima della morte del poeta; egli si rivolge alla ginestra che fiorisce alle falde del Vesuvio, ove un tempo sorgevano ville e si estendevano campi e giardini: adesso tutto è arida lava, ecco il destino dell’uomo.
“Qui mira e qui ti specchia, Secol superbo e sciocco”: con un passo decisamente polemico, il Leopardi deride l’ingenua vanteria umana, l’uomo egli dice pur essendo una creatura altrettanto fragile, debole ed insignificante in mezzo ad una natura ostile, invece di credere alla ragione e alla scienza, la verità del suo stato, ritorna alle credenze religiose tradizionali e si proclama signore e padrone dell’universo, crede nel magnifico progresso umano e si illude di sicure conquiste; unica vera conquista è il pensiero che sa scorgere la verità e non deve aver paura di guardarla se non vuole essere un servo vile ipocrita dei propri terrori. La verità è che con terribile indifferenza si erge dinanzi all’uomo un destino che ha suoi propri fini, sconosciuti a noi , e che di fronte ad esso, non resta agli uomini che rendersi coraggiosamente consapevoli della loro condizione e stringersi in fervida solidarietà perché solo il loro reciproco amore potrà costituire una realtà umana. Dagli antichi ai moderni, secondo Leopardi, non c’è evoluzione ma decadenza. Il progresso che porta dallo stato di natura alla civiltà, dalle illusioni al vero, è una degradazione. I lumi della ragione non sono fattori di progresso e di trasformazione sociale, ma inducono l’uomo alla coscienza del suo stato reale di infelicità.

Qui mira e qui ti specchia,
secol superbo e sciocco,
che il calle insino allora
dal risorto pensier segnato innanzi
abbandonasti, e volti addietro i passi,
del ritornar ti vanti,
e procedere il chiami.
Al tuo pargoleggiar gl’ingegni tutti
di cui lor sorte rea padre ti fece,
vanno adulando ancora
ch’a ludibrio talora
t’abbian fra se. Non io
Con tal vergogna scenderò sotterra;
Ma il disprezzo piuttosto che si serra
Di te nel petto mio
Mostrato avrò quanto si possa aperto:
Ben ch’io sappia che oblio
Prema che troppo all’età propria increbbe
Di questo mal , che teco
Mi fia comune , assai finor mi rido
Libertà vai sognando , e servo a un tempo
Vuoi di nuovo il pensiero,
Sol con cui risorgemmo
Della barbarie in parte, e per cui solo
Si cresce in civiltà , che sola in meglio
Guida i pubblici fati.
Così ti spiacque il vero
Dell’aspra sorte e del depresso il tergo
Vigliaccamente rivolgesti al lume
Che il fé’ palese: e , fuggitivo , appelli
Vil chi lui segue , e solo
Magnanimo colui
Che se schernendo o gli altri , astuto o folle,
Fin sopra gli altri il mortal grado estolle.


Qui (nelle rovine provocate dal Vesuvio, simbolo della potenza malefica della natura matrigna) guarda e qui rifletti su te stesso, o secolo presuntuoso e stolto (cioè uomini di questo secolo), ma piuttosto prima di morire avrò mostrato, quanto possibile apertamente, il disprezzo verso di te che si racchiude nel mio cuore, sebbene io sappia che l’oblio ricopre chi fu troppo avverso alle credenze dei suoi contemporanei. Di questo male (di essere dimenticato) che a me sarà comune con te (perché anche tu sarai dimenticato) fin da ora assai rido (cioè non faccio alcun conto , mi burlo ).
Tu o secolo superbo e sciocco sogni la libertà nel campo politico e sociale, mentre invece nello stesso tempo rispolverando le vecchie dottrine medioevali metafisiche e dogmatiche rendi di nuovo schiavo il pensiero, quel pensiero razionalistico e scientifico mediante il quale soltanto, noi uscimmo parzialmente dalla barbarie dell’oscurantismo medioevale, e mediante il quale soltanto si progredisce nella civiltà, la sola civiltà che può migliorare i destini dei popoli.

Tu hai asservito di nuovo il pensiero, perché ti dispiacque la verità scoperta dalla ragione circa la dura condizione degli uomini e il grado assai basso che la natura assegnò ad essi nella struttura dell’universo. Per questo vilmente volgesti le spalle alla luce della filosofia sensistica che aveva rivelato ciò, e mentre fuggi la verità da quella luce, chiami codardo chi invece la segue (crede in essa) , e chiami magnanimo solamente colui che, illudendo se stesso e gli altri, o con astuzia per ottenere facile popolarità, se in mala fede , o con follia se in buona fede, innalza fin sopra le stelle la condizione umana seguendo le dottrine metafisiche, spiritualistiche ed ottimistiche oggi in voga.
Il diagramma di una costante evoluzione in positivo viene contestato dall’imponderabilità dei condizionamenti naturali ma anche da una debolezza più interna alla società, dalla sua incapacità di fissare e stabilizzare le proprie conquiste per portarle più avanti, dal perpetuo discrimine progresso regresso, che grava su ogni suo moto. Alla precarietà materiale del rapporto uomo-ambiente fa riscontro quindi una sorta di assurda presunzione (è la violenza dell’individuo che rompe e rende impossibile l’equilibrio auspicato tra uomo e natura), che induce appunto a scambiare il moto con la direzione e copre di una falsa immagine rettilinea la lunga curva dei cieli, l’itinerario vacillante e frastagliato che riconduce verso il baratro.
Un’ altra opera in cui il Leopardi esprime i motivi originali del suo pessimismo nei confronti delle innovazioni sono le operette morali . Tra queste ricordiamo “La proposta di premi fatta dall’Accademia dei Sillografi”” in cui il Leopardi esprime appunto il suo atteggiamento antitecnologico deridendo le invenzioni della sua epoca e prospetta la realizzazione di nuove macchine create dall’uomo che oltre a peggiorare la sua vita, rendendola più meccanica, annullano l’esistenza del vivente stesso. In questa operetta il Leopardi, immagina una severa istituzione culturale composta non da veri studiosi, ma da Sillografi (scrittori di satire, di componimenti burleschi). L’accademia, dunque è mossa da ideali progressisti in quanto il nostro secolo è stato ritenuto “l’età delle macchine”. Questo pur apportando dei vantaggi nel modo di vivere grazie ai maggiori espedienti tecnici, la vita stessa si è inaridita di fronte ai prodotti sterili della ragione .
Dunque l’accademia, viste le capacità dell’uomo della sua epoca, dovrà creare una macchina che oltre ad assomigliare all’uomo nella materia, contenga anche doti spirituali. E’ qui il paradosso degli obbiettivi dell’accademia. Le macchine hanno sostituito l’uomo anche nell’attività spirituali, e se come sono stati trovati strumenti che proteggono dalle difese della natura, così se ne troveranno che allontanano dai mali della vita sociale, parainvidia, parafrodi , tutti mali che hanno reso non-umano l’uomo moderno. L’assurdità della soluzione sta nel fatto che il rimedio a questa perdita di umanità consiste proprio in uno strumento meccanico, che non può migliorare l’uomo ma solo sostituirlo. Inoltre egli asserisce che anche i filosofi si sono resi conto della condizione disperata del genere umano a causa dei numerosi difetti e sono giunti alla soluzione che sia più facile sostituire l’uomo che correggerlo.
Vista questa situazione l’accademia ritiene utilissimo che gli uomini cedano il posto alle macchine e deliberano un concorso con tre premi per coloro che inventeranno tre macchine. La prima macchina dovrà non solo recitare ma anche impersonare la parte di un amico, il quale non prenda in giro il suo amico quando questi è assente, non smetta di sostituirlo e sia spiritoso o divulghi i segreti confidati, non approfitti delle confidenze che gli fa l’amico e non sia invidioso dei suoi vantaggi, abbia cura delle sue avversità e sia pronto ai suoi bisogni. L’accademia dunque ritiene che la realizzazione di questo automa non è impossibile, in quanto sono stati visti automi che giocano agli scacchi, del resto la vita stessa è un gioco, talmente lieve e facile (annullamento della consistenza della vita e la sostituzione della macchina ) da essere superato in complessità dal gioco degli scacchi .
La seconda macchina sarà un uomo artificiale a vapore, adatto a fare qualsiasi cosa. Il vapore darà la mossa giusta per creare le virtù e la gloria. Il premio sarà una medaglia d’oro di 400 zecchini . La terza macchina deve essere disposta a fare la parte della donna. All’autore di questa macchina verrà assegnato un premio di 500 zecchini, posati sopra una pianta di specie europea (le donne fedeli sono più rare in Europa che in altri paesi). Sulla medaglia da un lato vi sarà configurata un araba fenice, un uccello immaginario, come la fedeltà che non esiste. Dall’altra sarà inciso il nome del premiato con il titolo “Inventori delle donne fedeli e della fedeltà coniugale “. L’accademia contribuisce per sostenere le spese dei premi con i soldi che si trovano nella bisaccia di Diogene (filosofo che visse in assoluta povertà) segretario di questa accademia.
In questa operetta quindi il Leopardi immagina che un Accademia che vive dei proventi di Diogene, filosofo straccione, decide di bandire un concorso per l'invenzione di esseri perfetti, dotati di virtù che l’uomo ha perso, o non ha mai posseduto: l’onestà, il valore, la fedeltà .
Egli ironizza contro gli ideali progressisti della sua epoca, contro coloro che osannano “il fortunato secolo in cui siamo”. Egli asserisce che se l’uomo ogni giorno va inventando macchine che lo proteggono dagli assalti della natura, tanto più sarà in grado con le sue nuove scoperte scientifiche di creare un perfetto “replicante “ meccanico, eliminando in un solo colpo tutti i difetti costituzionali che i pensatori cercano di rimediare da sempre. Ma proprio in questo modo si crea il paradosso più stridente. L’automa infatti, dovrà possedere tutte le qualità che l’uomo ha ormai perduto e che costituivano la sua vera essenza. L’essenza dell’uomo sarà dunque assorbita dalla macchina e l’uomo, il vivente, verrà completamente annullato, non certo migliorato. E’ dunque l’utopia della tecnica che svuota di senso l’esistenza. La vita è definita come un gioco talmente leggero da essere superato per complessità dal gioco degli scacchi. Si vede dunque in questo l’inconsistenza della vita .

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