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Matematica
LIMITI - WEIERSTRASS
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La parola “limite” è suggestiva, ha un
significato intuitivo e spesso nel linguaggio comune parliamo dei limiti
della nostra pazienza o della nostra resistenza. Tuttavia quando cerchiamo
di precisare maggiormente questo concetto, di renderlo logicamente definito,
sorgono subito delle difficoltà. Una della idee chiave in tutta l’analisi
matematica è quella di “limite” . Sotto una forma o un’altra , sia il
calcolo differenziale che il calcolo integrale (per non parlare della
continuità delle funzioni ) sono fondati su questo concetto. Newton aveva
fatto un tentativo. La sua definizione richiedeva di considerare il rapporto
di due quantità e di determinare quindi ciò che accadeva a questo rapporto
quando le due quantità tendevano simultaneamente a zero. Usando la terminologia
moderna, egli stava parlando del limite del rapporto di quelle quantità
anche se preferiva il termine più colorito di ultima ratio (ratio è la
parola latina per” rapporto”). Newton spiegava che l’ultima ratio di due
quantità evanescenti:
è da intendersi il rapporto delle quantità non prima che esse svaniscono,
né dopo che sono svanite, ma con il quale esse svaniscono
Naturalmente una frase del genere non è di nessun aiuto per una precisa
definizione matematica del concetto. Possiamo essere d’accordo con Newton
che il limite non deve essere legato al valore del rapporto prima che
le quantità svaniscano, ma che cosa diavolo significa il rapporto dopo
che sono svanite? Newton sembra voler dire che bisogna considerare il
rapporto nel preciso istante cui il numeratore e denominatore diventano
zero. Ma in quell’istante la frazione si presenta come 0/0, che non ha
alcun significato. Siamo in una impasse logica. Vediamo ora il contributo
di Leibniz. Anche lui doveva considerare il comportamento dei limiti e
tendeva ad affrontare la questione con la discussione delle “quantità
infinitamente piccole”. Con ciò egli intendeva delle quantità che , per
quanto non nulle non potevano essere ulteriormente diminuite. Come gli
atomi della chimica , le sue quantità infinitamente piccole erano i mattoni,
le unità indivisibili che costituivano la matematica, le cose più vicine
allo zero che ci fossero. I problemi filosofici sollevati da un’unità
del genere preoccupavano Leibniz .
La comunità matematica, a poco a poco, prese coscienza del fatto che doveva
occuparsi del problema. Paradossalmente a questa situazione si era arrivati
non perché il calcolo non funzionava, ma perché funzionava troppo bene.
Troviamo così una schiera di matematici, all’inizio dell’Ottocento, occupati
a esaminare la questione dei fondamenti. La precisazione del concetto
di “limite” era uno dei problemi cruciali.
Nel 1821 il francese Augustin-Louis Cauchy propose questa definizione:
Allorché i valori successivamente assunti da una stessa variabile si
avvicinano indefinitamente a un valore fissato in modo da differirne alla
fine tanto poco quanto si vorrà quest’ultima quantità è chiamata il limite
di tutte le altre.
Si noti che la definizione di Cauchy evita accuratamente termini imprecisi
come “infinitamente piccolo”. Non si avventura nella trappola di determinare
ciò che succede nel preciso istante in cui la variabile raggiunge il limite.
Qui, insomma non ci sono fantasmi di quantità svanite. Egli dice semplicemente
che un certo valore è il limite di una variabile se possiamo fare in modo
che la variabile differisca dal limite tanto poco quanto vogliamo. Tutto
quello che importa è la possibilità di arrivare tanto vicino al limite
quanto si vuole.
Il successo della definizione si basò in larga misura sul fatto che per
suo tramite Cauchy riuscì a dimostrare i più importanti teoremi dell’analisi.
I matematici avevano così fatto molta strada per liberarsi dal sarcasmo
del vescovo Berkeley . Ma anche l’asserzione di Cauchy aveva bisogno di
essere messa a punto. Intanto essa parlava di “avvicinamento” di una variabile
al limite. Così l’ultima parola nell’opera di consolidamento delle fondamenta
dell’analisi matematica (un processo che va sotto il nome di “aritmetica
dell’analisi” ) la scrissero il matematico tedesco Karl Weierstrass e
i suoi allievi. Per la scuola di Weierstrass dire che “L è il limite della
funzione f(x) quando x tende ad a” significa precisamente:
per ogni E/O, esiste un &/0 tale
che,
se 0

Non c’è bisogno di capire fino in fondo
questa definizione per riconoscere che è ben diversa da quella di Cauchy
, anche se la sostanza del concetto espresso è la stessa . E’ una definizione
quasi totalmente simbolica e in nessun passaggio richiede quantità che
“si avvicinano” ad altre.
In breve, è una definizione statica del limite. L’austera definizione
di Weierstrass manca forse del fascino di quelle dei suoi predecessori
, ma è logicamente e matematicamente ben fondata. Su queste fondamenta
, Weierstrass costruì l’edificio dell’analisi matematica che resiste ancora
ai nostri giorni.
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