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Latino
PLINIO IL VECCHIO


Gaio Cecilio Plinio Secondo (Como23 o 24-Stabia 79) Scrittore enciclopedico e naturalista latino. Iniziò la carriera di funzionario imperiale sotto Claudio, prestando servizio come ufficiale di cavalleria in Germania; fece parte anche dell’esercito di Tito ancora in Germania o forse nella guerra contro i Giudei. Sotto gli imperatori Flavi ebbe incarichi di procuratore imperiale in Spagna e nelle Gallie. Rientrato a Roma, fu tra i più stretti collaboratori di Vespasiano, con il quale s’incontrava ogni mattina prima dell’alba (l’imperatore infatti condivideva con il solerte funzionario l’abitudine di dedicare al lavoro anche le ore notturne). Gli fu poi affidato il comando della base navale di Miseno. Qui lo sorprese, il 25 agosto del 79 , l’eruzione del Vesuvio che distrusse Pompei, Stabia ed Ercolano. Imbarcatosi per osservare il fenomeno e per portar soccorso alle popolazioni, morì a Stabia per asfissia secondo la ricostruzione delle ultime ore di vita fatta dal nipote Plinio il Giovane in una lettera a Tacito: o, più probabilmente, per apoplessia o collasso cardiaco (così pensano gli studiosi moderni, perché, a parte quest’unica testimonianza, non risulta che a Stabia ci siano state morti per asfissia). Fra i suoi molti scritti perduti ricordiamo due opere storiografiche: 20 libri sulle “Guerre germaniche” in cui pare fossero rievocate tutte le guerre combattute dai Romani contro i Germani; e 31 libri A fine Aufidii Bassi, pubblicati postumi: una trattazione di storia contemporanea (relativa all’incirca al ventennio dal 50 al 70 ) scritta sotto Vespasiano, che si ricollega ad un’opera, anch’essa perduta, di Aufidio Basso.
L’unica opera pervenuta per intero è la Naturalis historia (Ricerche sulla natura o Scienze naturali) , in 37 libri. L’imponente enciclopedia pliniana si rivela frutto di un lavoro di proporzioni veramente eccezionali : un lavoro di carattere eminentemente compilativo, ma per noi tutti preziosissimo, in quanto ci ha conservato e trasmesso una massa enorme di dati e di notizie ricavati da una gran quantità di testi che sono andati perduti. Di tale valore documentario Plinio è perfettamente cosciente, tanto che ricorda e fa proprio il giudizio di un amico secondo cui i suoi non erano libri ma thesauri (cioè magazzini, depositi). Nella sua esposizione Plinio ammassa, accumula, talora affastella dati su dati: gran parte dell’opera è costituita da interminabili enumerazioni di notizie. Il suo atteggiamento non è del tutto acritico: egli discute spesso le informazioni e le interpretazioni dei fenomeni naturali che trova nei suoi autori, esprime i suoi dubbi, confuta e respinge ciò che non gli pare accettabile ( alla luce non tanto di criteri propriamente scientifici, quanto del semplice buon senso) ; non di rado afferma di registrare notizie molto dubbie o palesemente infondate solo per amore di completezza.
La sua principale preoccupazione sembra infatti non di indagare le cause dei fenomeni (che per lo più , egli afferma, sono oscure e inafferrabili per l’uomo) , ma di non sprecare nessuna scheda del suo gigantesco schedario, di non tralasciare nessuna nozione che possa eventualmente risultare utile: convinto che il lettore condivida la sua insaziabile e meticolosa curiosità, egli seleziona i dati unicamente in base al criterio dell’utilità pratica, mirando a redigere con la maggior completezza possibile quello che uno studioso moderno ha definito “l’inventario del mondo” (G.B.Conte).
L’interesse vivissimo per tutti gli infiniti aspetti della natura, anche i più nascosti e misteriosi, i più insoluti e sorprendenti, si rivela nell’ampio spazio dato ai mirabilia , ai fatti e ai dati ( veri o presunti) straordinari, eccezionali e paradossali.
Nelle prefazioni e nelle digressioni che, Plinio dedica a temi di carattere generale, affiora un accentuato moralismo, nella deplorazione della corruzione dei costumi che si accompagna ai progressi della scienza e della tecnica, motivati troppo spesso (lamenta il nostro autore) non dal disinteressato desiderio di conoscere la natura e di giovare all’umanità, ma dall’avidità di ricchezze e dalla colpevole ricerca del lusso e del piacere.
Plinio concepisce la natura come un organismo vivente, animato da un soffio divino, non può essere alterato senza grave danno per il genere umano. La vita di quell’essere debole e fragile che è l’uomo può e deve essere migliorata , per mezzo dello studio della natura, ma senza che siano superati limiti che la Natura stessa ha fissato : per esempio gli uomini non devono salire sulle montagne o scavare le viscere della terra per estrarne i metalli preziosi, nè utilizzare a scopi medicinali prodotti importati dall’India, dall’Arabia o da altre regioni ai confini del mondo. Queste prese di posizione
( dal nostro punto di vista ben poco “scientifiche”) sono motivate in parte da timori di tipo superstizioso, in parte dal moralismo che lo accomuna nell’atteggiamento antitecnologico: pur essendo convinto dell’utilità della ricerca scientifica, biasima le applicazioni tecniche di essa, in quanto le considera incentivi all’avidità e all’ambizione, strumenti del lusso e della corruzione morale. Nell’introduzione del II libro della Naturalis historia Plinio denuncia i suoi limiti di scienziato e soprattutto la sua scarsissima propensione per i problemi speculativi quando afferma che è assurdo porsi la domanda se esistono altri mondi: nel suo pragmatismo egli non riesce a capire perché si debbano immaginare realtà al di fuori di un universo in cui tanti fenomeni restano ancora da conoscere e da spiegare. ”Investigare ciò che cade al di fuori non importa all’uomo, e sorpassa le ipotesi dello spirito umano. Il mondo è sacro, eterno, sconfinato, tutto intero nel tutto, ....E’ pazzia aver immaginato, come certuni hanno fatto, di fissare la sua estensione e divulgarla, o, come altri, che da questi presero spunto o anche lo fornirono, aver tramandato che esistono immutabili mondi...Si, è pazzia, senza dubbio uscire dal mondo e , quasi che tutto il suo interno fosse già chiaramente conosciuto, frugare all’esterno: come se, poi, potesse tracciare la misura di qualcosa chi è ignaro del suo, o lo spirito dell’uomo sapesse scorgere ciò che nemmeno il mondo riesce a contenere.

 
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