«Le preoccupazioni della stampa europea non sono dovute a pietà e amore 
per l'Italia ma semplicemente al timore che l'Italia, come in un altro 
infausto passato, sia il laboratorio di esperimenti che 
potrebbero stendersi all'Europa intera»



Umberto Eco
è un critico, saggista, scrittore e semiologo di fama internazionale. Nato ad Alessandria il 5 gennaio del 1932, nel 1954 si è laureato, all'età di 22 anni, all'Università di Torino, con una tesi sul pensiero estetico di Tommaso d'Aquino.
Dal 1954 al 1959 lavora come editore dei programmi culturali della Rai. Negli anni Sessanta insegna presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Milano, poi, presso la Facoltà di Architettura dell'Università di Firenze ed infine presso la Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano. Fu uno dei fondatori del Gruppo 63.


Le sue opere più importanti sono il Trattato di semiotica (1975), la Opera aperta (1962), Lector in fabula (1979), Diario minimo (1963), Apocalittici e integrati (1964), Il nome della rosa (1980), Il pendolo di Foucault (1988), I limiti dell'interpretazione (1990), L'isola del giorno prima (1994), Baudolino (2000), La misteriosa fiamma della regina Loana (2004) e A passo di gambero (2006).

La poetica di Eco si può dedurre dalla sua storia di intellettuale e la si può schematizzare in due passaggi: Il Gruppo 63 e la raccolta di saggi Apocalittici e integrati (1964). Difatti, l'originalità del suo pensiero lo fa emergere dalla neoavanguardia - che voleva imporre una cultura popolare che la massa non voleva e non chiedeva - con il saggio del 1964, un'opera che spiega come il «mondo della comunicazione di massa non può essere condannato aprioristicamente, come tendono a fare gli intellettuali "apocalittici", ma deve essere analizzato e studiato con i mezzi offerti dalla semiologia e dalle scienze umane e sociali». Nel saggio di Eco è ben spiegata la sua poetica, che lo colloca alla ricerca di un punto di incontro tra le due visioni, quella apocalittica degli intellettuali, che vorrebbero una cultura aristocratica, cioè di quelli che hanno gli strumenti e la voglia di recepirla e quella degli integrati che, senza criticare, si «beccano» quello che passano i media: «la cultura è un fatto aristocratico [...]; il solo pensiero di una cultura condivisa da tutti, prodotta in modo che si adatti a tutti, e elaborata nella misura di tutti, è un mostruoso controsenso. [...]. Di contro, la risposta ottimistica dell'integrato. Poiché la televisione, il giornale, la radio, il cinema e il fumetto, il romanzo popolare e il Reader's Digest mettono ormai i beni culturali a disposizione di tutti, [...] stiamo vivendo in un'epoca di allargamento dell'area culturale in cui finalmente si attua ad ampio livello, col concorso dei migliori, la circolazione di un'arte e di una cultura "popolare". Se questa cultura salga dal basso o sia confezionata dall'alto per consumatori indifesi, non è problema che l'integrato si ponga».



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