Scienza: quantità e qualità

china-festival-of-light-dragon-by-rene-mensen.jpgNei giorni scorsi la stampa si è innamorata di un conteggio fatto in Inghilterra, secondo il quale entro il 2013 la ricerca scientifica cinese avrà superato quella statunitense. Quel che si intende dire, in realtà, è che il NUMERO di articoli scientifici pubblicati dai cinesi dovrebbe superare quello degli americani entro quella data. Senza nulla togliere all’impetuosa crescita cinese e al suo immenso potenziale residuo, anche intellettuale, tra le due cose passa una differenza enorme. Agli effetti della vera produzione scientifica, infatti… Paolo Magrassi http://www.magrassi.net/  

Nei giorni scorsi la stampa si è innamorata di un conteggio fatto in Inghilterra, secondo il quale entro il 2013 la ricerca scientifica cinese avrà superato quella statunitense.

Quel che si intende dire, in realtà, è che il NUMERO di articoli scientifici pubblicati dai cinesi dovrebbe superare quello degli americani entro quella data.

Senza nulla togliere all’impetuosa crescita cinese e al suo immenso potenziale residuo, anche intellettuale, tra le due cose passa una differenza enorme.

Agli effetti della vera produzione scientifica, infatti, non conta quanto si pubblica: conta soio il cosa. (Alcuni grandissimi scienziati hanno pubblicato e pubblicano poco. Penso a Gauss, Riemann, Einstein, Sanger, Wiles, Perelman…).

Ma poiché nel mondo accademico di quasi tutti i Paesi il pubblicare serve per fare carriera, sono stati messi a punto astuti e sofisticati sistemi per pubblicare molto e persino essere molto citati, pur avendo pochissimo da dire. Il risultato è che il 95% dei “papers” che vengono pubblicati e dei congressi che vengono indetti sono ciarpame autoreferenziale, e la vera produzione scientifica è reperibile solo nel rimanente 5%.

Ci sono nazioni, Italia inclusa, in cui si può diventare cattedratici e persino Presidi di Facoltà universitarie senza avere mai prodotto null’altro che libri sostanzialmente autopubblicati e articoli per riviste di livello insignificante.

Queste riviste sono fondate e mantenute da studiosi di profilo non elevatissimo che, sapendo che non riuscirebbero mai a pubblicare su quelle importanti perché non hanno nulla da dire, ne allestiscono di proprie. Non è difficile: basta fare comunella con colleghi che hanno lo stesso problema in altre università, possibilmente situate in diversi Paesi, così da conferire anche un’aura di autorevole internazionalità alla rivista e ai congressi che vi sorgeranno attorno in meste ricorrenze annuali.

Ed ecco che sulla maggior parte delle riviste scientifiche si pubblicano cose irrilevanti, zeppe di copia&incolla da Wikipedia, concetti vecchi di anni, esperimenti al limite del ridicolo. (In medicina, per esempio, ogni iniezione o pillola somministrata a più di 20-30 pazienti, spesso senza alcun controllo statistico, diventa un paper; esistono persino giornali pubblicitari camuffati da riviste scientifiche di editori importanti).

Al mondo ci sono MIGLIAIA di queste riviste, soprattutto di argomento medico, sociologico, politico, economico, tecnologico. Ma non ne mancano in nessun settore della scienza. E la Cina non è immune dal fenomeno, anche se esso è probabilmente più pronunciato in lingua inglese che non in cinese. Perciò, non sarà certo contando le pubblicazioni che possiamo misurare l’eccellenza scientifica: né di un ricercatore né di una nazione (se non in modo molto grossolanamente approssimato).

Nel mio ultimo libro do conto di un’interessante statistica dell’OCSE (contenuta nel rapporto Measuring Innovation: A New Perspective, 2010), che è andata a spulciare solo le riviste scientifiche autorevoli e, in quell’àmbito, i top 36mila lavori più citati nel periodo 2006-2008. Ecco i primi sette posti di quella classifica:

          Percentuale dei lavori scientifici più citati
Usa . . . . . .49,1%
GB . . . . . . 14,0%
Germania . . 12,0%
Francia . . . . 7,1%
Canada . . .  7,0%
Cina  . . . . . 6,0%
Italia . . . . . 5,1%

Come si vede, per ogni lavoro scientifico cinese di grande impatto ve ne sono stati più di otto statunitensi (notate anche che l’Italia, che è venti volte più piccola, tallona la Cina da vicino).

È pur vero che in queste classifiche Cina e Giappone sono molto penalizzati, perché vi si pubblica poco in inglese. Ed è anche vero che la dominante cultura anglosassone inclina in ogni modo, non sempre consapevolmente, a lasciar prevalere i suoi costumi e le sue istituzioni: vedasi, ad esempio, le famose classifiche delle Università mondiali, dove anche i più infimi somarifici compaiono davanti alle scuole italiane, francesi, spagnole e persino tedesche, a patto di aver sede in Usa, Australia o Uk.

Però questo indicatore dell’OCSE, molto più accurato ed eloquente del mero conteggio delle pagine, sembra suggerire che siamo ancora lontani dal sorpasso.

Paolo Magrassi http://www.magrassi.net/  

Commenti

commenti

Ci sono 3 commenti su questo articolo:

  1. veramente un bell\’articolo! daccordissimo! e poi la quantità non è mai misura di qualità