Dalla macchina da scrivere al primo computer: Adriano Olivetti

olivetti.pngEra a piedi; andava solo, col suo passo randagio; gli occhi perduti nei suoi sogni perenni, che li velavano di nebbie azzurre. Era vestito come tutti gli altri, ma sembrava nella folla, un mendicante; e, sembrava, nel tempo stesso, anche un re. Un re in esilio

Natalia Ginzburg descrive così Adriano Olivetti nel suo romanzo "Lessico famigliare".

La madre valdese (Luisa Revel), il padre (Camillo) di origine ebraica, Adriano aveva un’intelligenza intuitiva, quasi profetica. E come un patriarca biblico guidò il suo popolo (manager e operai amarano identificarsi come gli olivettiani).

Adriano si laurea al Politecnico di Torino in Chimica industriale e viene inviato dal padre negli Stati Uniti per aggiornarsi sulle nuove tecniche gestionali. Nel 1924, inizia il suo percorso nell’azienda paterna, come operaio apprendista. L’esperienza lavorativa segna la sua vita di uomo e di imprenditore, tanto che, diversi anni più tardi, quando ormai la Olivetti è un colosso internazionale ricorda quei giorni dicendo: "Per lavorare in azienda bisogna capire il nero dei lunedì nella vita di un operaio. Altrimenti non si può fare il mestiere di manager. Non si può dirigere se non si sa cosa fanno gli altri."

Negli anni ’40, la Olivetti entra nel mercato delle macchine calcolatrici, fino ad allora dominato da produttori americani. Durante la guerra un operaio con la 5° elementare, Natale Capellaro che era stato assunto dall’ing Camillo, è fermato all’uscita dal lavoro. Sta portando via senza autorizzazione materiali di laboratorio. Perciò viene sospeso dal lavoro. Adriano Olivetti lo convoca per chiedergli conto dell’accaduto. E Capellaro tranquillamente gli parla: da anni è costretto a collaborare con ingegneri troppo legati ai loro schemi, incapaci di soluzioni innovative. Mostra il progetto di una nuova macchina, al quale ha lavorato a casa, in segreto. Per questo ha avuto bisogno di portare fuori attrezzi e materiali. Olivetti, che conosce l’uomo, intuisce le potenzialità dell’idea e lo invita a proseguire. Capellaro è un lavoratore e progettista insaziabile. Il suo cassetto è pieno di schizzi; per lui tempo libero e lavoro si identificano. A lui si devono la progettazione della Divisumma 24 e di altre calcolatrici di successo, divenne direttore generale tecnico e ricevette nel 1962 la laurea in ingegneria, honoris causa, dall’università di Bari.

Proprio le macchine da calcolo furono un pilastro del successo economico della Olivetti, i ricavi da esse prodotti erano cinque o sei volte i costi necessari a produrle ed il motivo di questo elevato margine di contribuzione era molto semplice: nel mondo Olivetti era l’unica azienda in grado di mettere sul mercato macchine di quel tipo.

"Fra il 1928 e il 1934, la fabbrica subisce una lunga crisi interna. È una trasformazione totale dei sistemi direttivi. La fabbrica aveva raggiunto, prima di quei tempi, un alto equilibrio umano. Erano i tempi di mio Padre e di Domenico Burzio, un binomio per me inscindibile. Io allora ero molto giovane e non avevo capito di loro che una parte. Vi era una realtà nel loro esempio, nel loro modo di affrontare i problemi della fabbrica, che sfuggiva a un esame razionale, a un esame unitario, a un esame che volesse confrontare le cose col metro dei raffronti, che volesse paragonare le cose soltanto dai risultati. Questo qualcosa, l’ho detto, era invisibile ed era la loro grandissima umanità, per cui nella loro superiorità, quando discutevano o esaminavano il regime di vita o il regime di fabbrica, ciascun lavoratore era pari a loro, era un uomo di fronte a un uomo. Ma allora la fabbrica aveva 600 operai. Il regime dell’economia, il regime dei mercati, il regime di concorrenza esigevano un rinnovamento, esigevano di incamminarci su una strada nuova, verso l’idea di una grande fabbrica. C’era al di là dell’Atlantico il modello, c’era una spinta quasi inesorabile ad andare verso un nuovo stato di cose più grande, più efficiente, dove molti più lavoratori avrebbero trovato ragione di esistenza. Ma mio Padre esitava, perché – e me lo disse per lunghi anni e per lunghi momenti – la grande fabbrica avrebbe distrutto l’Uomo, avrebbe distrutto una possibilità di contatti umani, avrebbe portato a considerare tutto l’ingranaggio umano come un ingranaggio meccanico. Ogni uomo come un numero. Ma il cammino aperto si dispiegò ugualmente. La fabbrica aveva la sua logica e questa logica si sviluppò inesorabilmente. Nel 1934 gli operai salgono a 1.200, nel 1937 a 2.000, nel 1940 a 3.000. La macchina scientifica si era messa in moto, gli uffici tecnici si ingrandivano, nuovi prodotti erano studiati, erano messi in produzione, erano venduti. Ogni anno gli architetti studiavano degli ingrandimenti. C’era qualche cosa di bello in questo, c’era un certo orgoglio nel vedere dalla vecchia fabbrica di mattoni rossi uscire queste grandi vetrate moderne. E a poco a poco delinearsi la fabbrica come è attualmente." Adriano Olivetti (1901 -1960) dal discorso ai dipendenti del Giugno 1945.

"La macchina scientifica" che Adriano aveva messo in moto era quella della teoria e pratica della gestione e organizzazione aziendale basata sullo "scientific management" di Taylor ma anche sulla nuova scuola delle "human relations" di Mayo. Il risultato fu una particolare attenzione alla qualità dei prodotti al design e alla soddisfazione di tutti gli stakeholders: l’azionista, i dipendenti, i clienti, i fornitori, il tessuto sociale del canavese, ecc. L’apporto fondamentale è nella visione imprenditoriale della centralità del progresso tecnico nel mondo contemporaneo. Ne deriva, come imprenditore, la convinzione che fare impresa significa partecipare direttamente, come interprete attivo, al progresso tecnologico. Consegue, per la politica, la necessità di far fruttare tale progresso per il bene comune, dunque per essere all’altezza dei problemi che il progresso stesso pone alla società. Nessuna ombra di sospetto nei confronti di scienza e tecnologia. Nessun timore che esse possano diventare una fonte quasi inevitabile di mali sociali, nessuna insomma delle apprensioni che spesso si colgono nei discorsi di stampo conservatore, populista e larvatamente reazionari, oppure nelle perorazioni della sinistra luddista. Ovvero, come avviene nel clima di superficiale indifferenza al quale non sono estranee neppure le aree cosiddette riformiste. C’è piuttosto consapevolezza piena che le potenzialità del progresso scientifico e tecnico vanno colte, assecondate, indirizzate, cioè governate. Di qui, l’insistenza forte per un sistema di istituzioni democratiche diverso da quello ereditato dallo Stato prefascista.

Uno degli argomenti principali della critica olivettiana alle istituzioni della vecchia democrazia parlamentare è, che esse non si sono dimostrate capaci di dialogare in modo dinamico e costruttivo con il mondo della scienza e della tecnica. Adriano attrae alla Olivetti, oltre agli ingegneri: economisti, psicologi, sociologi, letterati, artisti, architetti, urbanisti, ecc. e fonda il movimento politico denominato "Comunità". Nella democrazia delle comunità si accresce l’apporto della cultura, si aprono e diffondono canali di conoscenza, viene favorito il confronto informato fra i politici nell’ambito degli ordini, si amplia la presenza costante dei cittadini. (Cfr. Costruire le istituzioni della democrazia: la lezione di Adriano Olivetti, Sergio Ristuccia, Marsilio, Venezia 2009).

Nell’esilio in Svizzera, durante la seconda guerra mondiale, Adriano appronta il saggio "L’ordine politico della comunità" ma il vero motore dello sviluppo economico e sociale resta per lui l’impresa. La sua azienda diventa nel dopoguerra un modello per l’eccellenza tecnologica e per l’organizzazione del lavoro: L’organizzazione informale è altrettanto importante di quella formale e i rapporti orizzontali sono diffusi quanto quelli verticali; nel 1948 viene istituito il Comitato di Gestione per i servizi sociali e l’assistenza (unico esempio di organo paritetico tra datori di lavoro e dipendenti); nel 1956 la Olivetti riduce la settimana lavorativa da 48 a 45 ore, a parità di salario, in anticipo sui contratti nazionali di lavoro; nel Canavese partecipa alla realizzazione di quartieri residenziali per i dipendenti, di musei, biblioteche, mense, colonie (Massa e Brusson). Nel solco della vocazione all’innovazione furono poi costruite le residenze di "Talponia" e "Canarinia" ed anche un carcere modello ad Ivrea. Crescono le quote di mercato, la produttività , la redditività assieme alla vocazione nazionale ed internazionale dell’azienda: in Italia Olivetti apre stabilimenti a Pozzuoli, Agliè e Scaramagno, in Sud America vi sono stabilimenti in Argentina e in Brasile, filiali erano presenti negli USA, Canada e Germania, ecc.

La ricerca sui calcolatori elettronici viene effettuata negli Stati Uniti e a Pisa portando nel 1959 alla realizzazione, nei laboratori di Borgolombardo, dell’Elea 9003 il primo computer commerciale funzionante interamente a transistor (dopo l’invenzione di Shockley nel 1948 del transistor, il primo computer sperimentale funzionante parzialmente a transistor era stato messo a punto nel 1955 dai laboratori Bell negli USA). Nel 1959 viene acquistata la Underwood (11.000 dipendenti) che negli Stati Uniti ha una grande rete commerciale per la vendita delle macchine da ufficio.

Adriano muore improvvisamente a 59 anni durante un viaggio in treno tra Milano e Losanna. Lascia un impresa presente su tutti i mercati più importanti con 36.000 dipendenti, di cui oltre la metà all’estero. Solo oggi, forse, si comprendono appieno i suoi contributi alla visione delle soluzioni ai problemi delle organizzazioni aziendali:
1) Valori immateriali (lo spirito imprenditoriale, il sapere, la cultura, la capacità di innovare).
2) Priorità ai giovani (energia, capacità di creare) e valorizzazione degli anziani (esperienza).
3) Attenzione al capitale intellettuale (Olivetti progettava e vendeva intelligenza e competenza).
4) Organizzazione piatta. Fecondità delle strutture informali.
5) Importanza della immagine, comunicazione e design.
6) Responsabilità sociale dell’impresa, sostenibilità.
7) Intuizione dell’importanza dell’information technology.

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Ci sono 9 commenti su questo articolo:

  1. Gino Martinoli,
    amico di Adriano Olivetti e amministratore
    delegato dell’Agip Nucleare, che realizzò
    la prima centrale nucleare a Latina, nel
    1961 denunciava l’inadeguatezza soprattutto
    del sistema educativo italiano, che
    non insegnava a formulare in modo chiaro
    e razionale i problemi di natura scientifica
    o tecnologica. Come conseguenza di un insegnamento
    legato a una tradizione superata,
    la classe dirigente mancava di uno
    “spirito di ricerca”, vale a dire di un’attitudine
    mentale orientata nel senso di un approccio
    sistematico e razionale ai problemi.
    Per Martinoli, il ritardo della ricerca italiana
    non era dovuto a mancanza di mezzi,
    ma di una cultura adeguata della classe politica
    e di quella dirigente.
    Dopo cinquant’anni, la situazione non
    soltanto non è cambiata, ma è addirittura
    di molto peggiorata.

  2. Mi sembra che Adriano Olivetti abbia voluto stabilire un doppio e trasparente patto tra lavoratori e impresa. I lavoratori fornivano il loro tempo, le braccia, l’intelligenza, la dedizione e l’impresa ricambiava non solo con i salari (pane, vino e casa amava dire l’ingegnere), ma anche con servizi sociali, sanitari, culturali e un ambiente di lavoro per quanto possibile piacevole e mai degradato. Come era possibile finanziare tale miracolo che sembrava tagliar fuori le conflittualità sindacali? La risposta è con l’eccellenza del prodotto: le macchine da scrivere Olivetti si differenziavano per qualità tecniche e design; le calcolatrici elettromeccaniche erano, per le loro prestazioni, praticamente senza rivali. Adriano poi destinava le risorse economiche derivanti da questo vantaggio competitivo a migliorare da un lato l’efficienza dei propri stabilimenti e della rete commerciale e dall’altro la qualità della vita dei suoi dipendenti. Inviato dal padre Camillo negli Stati Uniti prima della seconda guerra mondiale, Adriano aveva ben compreso i vantaggi che la modernità avrebbe offerto alle imprese: dall’organizzazione scientifica del lavoro alle reti commerciali, dalla creatività nella progettazione all’assistenza tecnica ai clienti, dalla ricerca operativa all’intuizione delle potenzialità dell’informatica.

  3. Negli anni 50 mio padre, dopo aver fatto la guerra in marina come ingegnere e ufficiale del genio navale, aveva lavorato, nell’ambito del piano Marshall, al Comitato Nazionale per la Proddutività (CNP).
    Al colloquio per entrare alla Olivetti (L’ing. Adriano intervistava direttamente tutti gli ingegneri che potenzialmente potevano essere assunti) era pronto a spiegare le sue competenze tecniche, sui motori Diesel, le turbine a gas, ecc. Dopo le presentazioni e qualche informazione sulle esperienze pregresse, Adriano chiese: “Senta Chiappi, lei ha letto il Capitale di Marx, cosa ne pensa?”. Dopo meno di un mese gli arrivò a Roma la lettera di convocazione ad Ivrea perché era stato assunto.
    Passati alcuni mesi di spola tra Roma (dove viveva) e Ivrea (doveva conoscere l’azienda), mio padre chiese ai suoi superiori quale ruolo l’ing. Adriano avesse pensato per lui. Adriano ben presto lo convocò:
    “Senta Chiappi che ne direbbe di fare il direttore dello stabilimento di Buenos Aires? Comprendo Lei è esperto di turbine a gas e non di macchine da scrivere, ma non si preoccupi, a Glasgow abbiamo uno stabilimento molto simile a quello di Buenos Aires. I due stabilimenti funzionano bene, ma hanno alcune problematiche e criticità comuni, se ne vada un paio di mesi in Scozia e poi mi faccia una relazione sulla situazione della fabbrica”. Pochi mesi dopo eravamo in partenza per l’Argentina.

  4. Nei lontani anni ’60 (quelli del boom economico) alcune aziende del nord, tra cui ricordo personalmente la Olivetti (ma anche la Fiat e molte delle maggiori aziende del paese) avevano un loro servizio sanitario “padronale”.
    All’epoca era normale per un dipendente Olivetti il trasporto in Svizzera in eliambulanza e le cure nelle migliori cliniche elvetiche.
    Olivetti poteva addirittura permettersi di vaccinare contro la poliomielite non solo i dipendenti ed i loro familiari, non solo tutta la cittadinanza di Ivrea ma anche gli eventuali ospiti degli abitanti di Ivrea in periodo di vaccinazione.
    Effettivamente fui decentrato a Ivrea nei 2 peggiori periodi di epidemie di quegli anni (Polio e Asiatica)
    “Ma dove vuoi andare a parare?” chiederete voi!
    A fronte di un servizio ottimo c’era una spesa estremamente contenuta (voci estremamente affidabili di origine I.N.A.M parlavano del 10% o meno rispetto al costo procapite di un assistito INAM.) SI, il 10% di costo NON il 10% IN MENO!!).
    Perché questa situazione venne a cessare? Perché il bieco Padrone manteneva così un controllo sul dipendente, che per poter essere in malattia doveva essere malato davvero! E allora non c’era nemmeno l’istituto del medico fiscale, perché chi ti aveva dato la malattia era il medico della fabbrica che quindi non avrebbe smentito se stesso!
    C’erano i fondi pensionistici aziendali, con rapporti costi-benefici simili a quelli discussi nel paragrafo precedente.

  5. Spesso il termine utopia è la maniera più comoda per liquidare quello che non si ha voglia, capacità o coraggio di fare … Un sogno sembra un sogno fino a quando non si comincia da qualche parte … Solo allora diventa un proposito, cioè qualcosa di infinitamente più grande … Se teorizzo qualcosa di irrealizzabile, incontrerò sicuramente consenso in qualche salotto. Se vado oltre, spiegando come realizzarlo tecnicamente, nel dettaglio, rischio di rendermi immediatamente ridicolo. Se poi lo realizzo, quel qualcosa, vengo trattato con ostilità.

  6. …Perchè oggi che come allora si parla di crisi, i nostri politici non usano gli stessi strumenti per uscirne?
    Forse come Adriano pochi hanno fatto la gavetta e, non sanno come guidare l’aereo. Già! l’aereo non una comune vettura.

  7. L’elettronica non solo ha reso possibile l’impiego dell’energia atomica e l’inizio dell’era spaziale, ma attraverso la moltiplicazione di sempre più complessi ed esatti
    apparati di automazione, sta avviando l’uomo verso una nuova condizione di libertà e di conquiste. Sottratto alla più faticosa routine, dotato di strumenti di previsione, di elaborazione e di ordinamento, prima inimmaginabili, il responsabile di qualsiasi attività tecnica, produttiva, scientifica, può ora proporsi nuove amplissime prospettive…. Con la realizzazione dell’ Elea la nostra Società non estende semplicemente la sua tradizionale produzione a un nuovo settore di vastissime possibilità, ma tocca una meta in cui direttamente si invera quello che penso sia l’inalienabile, più alto fine che un’industria deve porsi, di operare cioè non soltanto per l’affermazione del proprio nome e del proprio lavoro, ma per il progresso comune – economico, sociale, etico – della collettività.

    Saluto a Gronchi in occasione della sua visita agli uffici Olivetti di Milano.

  8. E’ in corso di stampa su “Economia & lavoro” un articolo di Leonello Tronti:
    “Per uscire dalla crisi: scambio politico, impresa, comunità”.
    Nel seguito sono riassunti brevi passi:

    ….. Tra i beni relazionali adeguati al nuovo contesto tecnologico e all’obiettivo di costruire rapporti di lavoro efficaci ed efficienti si segnalano, ad esempio: la riduzione delle gerarchie (secondo il modello organizzativo della produzione snella); l’organizzazione dell’impresa per processi orientati a un cliente, interno o esterno, anziché per funzioni, con una chiara indicazione della responsabilità per tutti i processi; il lavoro di squadra, con autonomia, responsabilità e problem-solving affidati alla squadra stessa; gli strumenti organizzativi atti a favorire l’accumulazione e la condivisione della conoscenza nella pratica di lavoro quotidiana (affiancamento, lavoro in squadre polifunzionali, rotazione delle mansioni, tutoring, ecc.); la costituzione di ordinari canali di informazione e comunicazione bidirezionali; la valutazione regolare della performance ….. Patrimoni invisibili fatti di rispetto e di cooperazione, di regole eque e trasparenti capaci di alimentare la fiducia e incentivare il personale all’individuazione e alla risoluzione innovativa dei problemi. ….
    Parlando dell’impresa come comunità di lavoro, e più ancora dell’impresa come
    comunità che apprende, non si può evitare di tornare con la mente all’esperienza
    dell’Olivetti di Adriano un grande imprenditore che, pur essendone senza
    alcun dubbio il motore, sapeva benissimo di non essere la sua impresa. L’esperienza
    di Adriano è quella di una grande impresa evolutiva, di una grande comunità di lavoro, al tempo stesso locale e multinazionale, capace di produrre, studiare, inventare e innovare, cercando incessantemente di valorizzare i suoi membri e di migliorare l’organizzazione e i prodotti. Quella dell’Olivetti di Adriano è
    l’esperienza di un’impresa che seppe farsi portatrice in modo paradigmatico, e con uno straordinario successo economico, della sua visione comunitaria e innovativa, in Italia e nel mondo. La proposta dell’obiettivo di politica industriale della riorganizzazione delle le imprese italiane come comunità che apprendono, sulla base di una riproposizione aggiornata e diffusa almeno delle linee essenziali del modello Olivetti, è oggi il passaggio fondamentale, ineludibile per l’uscita dalla crisi e il rilancio dell’economia italiana nel nuovo contesto globale.

  9. Sul Corriere della Sera di oggi Francesco Alberoni scrive l’articolo:
    “Produrre e creare insieme per far emergere i talenti”.

    Di seguito sono riportati alcuni brani.

    L’Italia è il 4° produttore del mondo di macchine utensili e robotica anche se ha solo 400 imprese e 32.000 dipendenti. Ma in esse imprenditori, dirigenti e tecnici preparatissimi lavorano fianco a fianco, formano equipe creative capaci di fornire i prodotti più sofisticati e risolvere i problemi più difficili per i clienti più esigenti in tutte le parti del mondo …… mi è venuta in mente la bottega del Verrocchio dell’epoca di Lorenzo il Magnifico, dove lavoravano e si sono formati Leonardo da Vinci, Botticelli, Il Perugino, il Ghirlandaio ….Una bottega che era ad un tempo una comunità, una scuola ed una fabbrica in cui si producevano pittura, scultura ed oreficeria per tutta l’Italia e l’Europa …. Anche nelle imprese più dinamiche il cuore è sempre formato da un gruppo di persone che stanno accanto all’imprenditore, lavorano con lui e diventano loro stessi imprenditori e formano, con i tecnici e i dirigenti, qualcosa che è a un tempo una scuola e una comunità tesa verso una meta. Più volte ho scritto che il vero insegnamento è quello che gli allievi compiono lavorando fianco a fianco dei maestri, producendo insieme a loro. E questo vale sia per chi fa filosofia e storia come per chi fa archeologia o elettromeccanica. Soprattutto nel settore tecnico il più grave difetto della scuola italiana e di non volersi sporcare le mani con problemi concreti , con la realtà, tenendo presente le imprese che combattono sul mercato mondiale…..