Deduzione, induzione, abduzione [Peirce].

articoli32.jpg"La verità è l’opinione destinata ad essere accettata all’ultimo da tutti coloro che investigano". "Se una certa sorta di sostanza è sottoposta ad una certa sorta di azione ne conseguirà una certa sorta di risultato conforme all’esperienza sinora acquisita". "Il concetto di tutti i possibili effetti prodotti da un oggetto è il concetto completo di quel oggetto". Charles S. Peirce (1839, 1914), filosofo, logico, matematico.

Per Peirce la ricerca di soluzione ai problemi nasce da qualche forma di insoddisfazione o di disagio, e il suo scopo è il raggiungimento di uno stato di serenità dal quale siano espulse le influenze disturbatrici. Ma non si può mai sapere se nuove esperienze non imporranno un mutamento di posizione. Non possiamo mai esser certi di non aver commesso un errore. Peirce chiama "fallibilismo" questa teoria generale (che sarà poi ripresa e ampliata da Popper) della ricerca di soluzione ai problemi. Egli aggiunge che la verità è l’opinione alla quale in definitiva si adeguano coloro che ricercano le soluzioni. Secondo W. James la filosofia di Peirce porta a concludere che: "Vero è ciò che dà buona prova attraverso le conseguenze pratiche" (Pragmatismo).

I filosofi si sono trovati in contrasto nel supporre che le ipotesi risultino o dalla deduzione (vedi anche Aristotele e Leibnitz), come generalmente pensano i razionalisti, o dalla induzione (vedi anche Bacone e Hume) come pensano gli empiristi. Peirce pensò che nessuno di questi processi è corretto poiché le ipotesi sono il risultato di un terzo processo logico che chiamò "abduzione", cioè un processo volto alla costruzione di ipotesi/premesse esplicative che successivamente potranno essere accettate o falsificate.

Un ragionamento viene detto deduttivo, quando si conoscono le premesse e le regole (o leggi) e si intende ricavare il risultato o l’esito. Questo tipo di logica (vedi i sillogismi di Aristotele) si applica quando si vuole sapere quali risultati si ottengono applicando delle leggi conosciute. Se tutte le operazioni previste sono state svolte correttamente, le risposte che si ottengono sono sempre certe e sicure e per questo motivo molti sostengono che la logica deduttiva non porta mai a delle novità in quanto i risultati ottenuti sono già impliciti nelle premesse. Molti programmi di computer, come ad esempio i sistemi esperti, funzionano con questo tipo di logica. Esempio di gioco deduttivo è il Sudoku.

Un ragionamento viene detto induttivo quando si conoscono le premesse e i risultati e si intende ricostruire le regole. Questo tipo di logica è tipica di chi, come ad esempio gli scienziati, vuole risalire a una legge naturale osservando quale risultato è stato ottenuto a partire da certe situazioni o premesse iniziali conosciute. La legge che si ottiene non è sicura in assoluto, ma solo probabile (vedi anche Bayes). I programmi di regressione lineare e non lineare, volti alla ricerca di una curva sconosciuta, sono di tipo induttivo anche se il metodo che adottano (minimi quadrati) è di tipo deduttivo. Esempio di gioco induttivo è la ricerca di soluzione ai problemi di Eleusis.

Un ragionamento viene detto abduttivo, quando si conoscono regole e risultati e si intende ricostruire le premesse. Questo tipo di logica è propria di chi cerca, come ad esempio un medico o un investigatore, di ricostruire una situazione iniziale, conoscendo il risultato che è stato ottenuto per effetto di una legge nota. Anche in questo caso la situazione iniziale che si ricostruisce non è mai certa ma valida solo con un dato livello di probabilità. Esempi di giochi abduttivi sono il master mind e la battaglia navale. Nella risoluzione di problemi complessi non si ricorre mai ad un solo tipo di logica. In particolare per considerare se determinate ipotesi scaturite da ragionamenti induttivi o abduttivi possono essere considerate attendibili, è necessario sottoporle a dei controlli di tipo deduttivo e a corroborarle mediante seri tentativi di falsificazione.

Un altro contributo di Peirce, all’analisi dei problemi, deriva dalla introduzione delle tavole di verità che sono un utile strumento per affrontare situazioni modellabili secondo la logica di Boole. Si supponga di avere un problema (o un sistema) con n dati di ingresso che possono assumere il valore di vero o falso (1 o 0), si supponga poi che la natura del problema/sistema sia rappresentabile con una combinazione più o meno complessa di funzione logiche (AND, OR, NOT) che in uscita potranno, nel loro complesso, fornire un risultato di vero o falso. Le tavole di verità consentono di stabilire, in corrispondenza di ogni possibile combinazione (vero-falso) del set d’ingresso, il risultato (vero-falso) in uscita.

Peirce sostiene che ogni affermazione che pretende di essere vera deve avere conseguenze pratiche relative al futuro. E’ in questa forma che William James intese il pragmatismo (Peirce però per differenziarsi da lui coniò il termine pragmaticismo), ma occorre chiarire che la teoria di Peirce è molto più in linea con il verum ipsum factum di Gianbattista Vico; ad esempio, se si fa un’affermazione attorno a una sostanza chimica, il suo significato è determinato dalle proprietà della sostanza, che possono essere rivelate e controllate da esperimenti.

Secondo Hilary Putnam il grande pregio del pragmatismo di Peirce sta proprio nel suo carattere costruttivo, la sua capacità di evitare "sia le illusioni della metafisica sia le insidie dello scetticismo". Putnam suggerisce, sulla scorta di Peirce, una forma di fallibilismo come vero antidoto al relativismo, dove il fallibilismo è inteso come possibilità di cambiare o modificare le proprie idee, credenze, valori entro un contesto pluralistico, nel momento in cui queste fossero sottoposte a critiche convincenti e in qualche modo oggettive.

Lo spirito prevalente dei pragmatisti non è stato la decostruzione ma la ricostruzione, essi si sono sempre opposti al cinismo e a tutte le forme di disperazione alla moda e alle critiche assolutistiche che tendono a promuovere un senso di impotenza (sociale, politica, economica e ambientale) sino agli estremi del nichilismo e del catastrofismo. I pragmatisti hanno sviluppato una sana avversione contro tutti i tipi di credente viscerale o di fondamentalista sia esso religioso o laico.

L’attenzione ai risultati pratici delle scelte/soluzioni adottate è la filosofia prescelta dalle organizzazioni statunitensi e di conseguenza da quelle di tutto il mondo; da questa filosofia deriva l’atteggiamento pragmatico che molti manager hanno nella ricerca di soluzioni ai problemi delle loro organizzazioni.

 

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  1. Sul Corriere della sera del 19 Aprile 2012 Dario Antiseri scrive l’articolo: “Il relativismo contemporaneo filosofia inevitabile e virtuosa.” Nel seguito sono riportati alcuni passi:

    «Nel campo di coloro che cercano la verità non esiste nessuna autorità umana e chiunque tenti di fare il magistrato viene travolto dalle risate degli dèi». È questo il messaggio epistemologico di Albert Einstein. Lo stesso di quello di Karl Popper: «Tutta la nostra conoscenza rimane fallibile, congetturale. Il vecchio ideale scientifico dell’episteme — della conoscenza assolutamente certa, dimostrabile — si è rivelato un idolo. L’esigenza dell’oggettività scientifica rende ineluttabile che ogni asserzione della scienza rimanga necessariamente e per sempre allo stato di tentativo. Non il possesso della conoscenza, della verità irrefutabile, fa l’uomo di scienza, ma la ricerca critica, persistente e inquieta della verità». Tutta la ricerca scientifica, in qualsiasi ambito essa venga praticata — in fisica e in economia, in biologia e in storiografia, in chimica come nella critica testuale — si risolve in tentativi di soluzione di problemi, tramite la proposta di ipotesi o teorie da sottoporre ai più severi controlli al fine di vedere se esse sono false. Cerchiamo, insomma, di falsificare, dimostrare false le nostre congetture per sostituirle, se ci riusciamo, con teorie migliori, vale a dire più ricche di contenuto esplicativo e previsivo. Ciò nella consapevolezza che, per motivi logici, non ci è possibile dimostrare vera, assolutamente vera, nessuna teoria: anche la teoria meglio consolidata resta sempre sotto assedio.
    La realtà è che evitare l’errore è un ideale meschino; se ci confrontiamo con problemi difficili è facile che sbaglieremo; conseguentemente, razionale non è un uomo che voglia avere ragione, ma è piuttosto un uomo che vuole imparare: imparare dai propri errori e da quelli altrui. Ancora Popper: l’errore commesso, individuato ed eliminato è il debole segnale rosso che ci permette di venir fuori dalla caverna della nostra ignoranza. Dunque, nello sviluppo della ricerca scientifica, non ogni teoria vale l’altra e, di volta in volta, accettiamo quella teoria che ha meglio resistito agli assalti della critica. Il fallibilismo, in breve, è la via aurea che, in ambito scientifico, consente di evitare sia il dogmatismo sia l’arbitrio soggettivistico…
    Tutte le etiche sono diverse, ma ce n’è una migliore delle altre? C’è, insomma, un qualche principio etico che, razionalmente fondato, possa valere erga omnes? Si tratta di un’inevitabile domanda che, tuttavia, non pare possa avere una risposta positiva. Simile risposta positiva non può darsi se vale quella che si chiama «legge di Hume», la quale stabilisce l’impossibilità logica di dedurre asserti prescrittivi da asserti descrittivi. È questa, per usare un’espressione di Norberto Bobbio, una legge di morte per ogni tentativo di giustificazione razionale di qualsiasi sistema etico. La scienza sa, l’etica valuta. Molto può fare la ragione nell’etica, ma la cosa più importante che essa può fare in ambito etico sta nel farci comprendere che l’etica non è scienza. Esistono spiegazioni scientifiche e valutazioni etiche: non esistono spiegazioni etiche. Da tutta la scienza non è estraibile un grammo di morale. I princìpi etici si fondano su scelte di coscienza e non sulla scienza. Pluralismo di valori, dunque scelta; scelta, dunque libertà; libertà dunque responsabilità. Inevitabile la scelta, perché inevitabile il relativismo inteso esattamente quale esito della non fondabilità razionale di qualsiasi principio etico. In un simile orizzonte la «legge di Hume» si configura come la base logica della libertà di coscienza, mentre la presunzione di essere in possesso di fundamenta inconcusse del proprio sistema etico genera facilmente fondamentalisti inquisitori, i quali si sentiranno divorati dallo zelo di imporre agli altri il «Vero» e il «Bene», magari a costo di lacrime e sangue…
    Blaise Pascal: «Nulla in base alla pura ragione è di per sé giusto, tutto muta col tempo» — e tutti i nostri «lumi» potranno solo farci conoscere che «noi non troveremo né la verità né il bene». E, allora, Pascal è un «fideista» perché disprezza la ragione o è un iper-razionalista consapevole dei limiti della ragione?

  2. Vero! Ma lo sviluppo sostenibile da solo non basta, bisogna anche che le soluzioni trovate siano utili, giuste, auspicabili …secondo criteri condivisi.

  3. penso ke il pragmaticismo ai nostri giorni debba tener conto ke ci debba essere uno sviluppo sostenibile x l’umanità o si va al disastro totale