Problem solving: dalla guerra al “Boom economico”

L’articolo sottolinea la rilevanza di diversi progetti, enti e metodi nella risoluzione dei molteplici problemi sorti dopo la seconda guerra mondiale. Il Patto Atlantico, il Piano Marshall, l’Università di Harvard, il Metodo dei Casi e il Concetto di Produttività, ebbero un ruolo importante per la ricostruzione” e per il successivo miracolo economico italiano.

Per meglio descrivere la realtà degli anni 50 si fa cenno alle vicende di una famiglia piccolo borghese e di un gruppo di amici, all’epoca trentenni, che si riunivano in una Osteria di Trastevere a Roma. L’articolo ricorda poi alcuni Imprenditori, Manager, Scienziati e Docenti italiani che svolsero un ruolo centrale in quegli anni e nei processi di rilancio della economia, della scienza e della tecnologia: Olivetti, Mattei, Ippolito, Marotta, Natta, Amaldi, Dadda, Picone, Aparo, … L’articolo si chiude avanzando tre diverse ipotesi sulle cause della fine del miracolo economico italiano.

Già Winston Churchill aveva pensato che gli alleati avrebbero dovuto sbarcare nei Balcani per tagliar fuori dall’Europa l’alleato Stalin, ma Roosevelt non fu d’accordo e lo sbarco avvenne in Sicilia. Roosevelt era convinto della buona fede di Stalin e soprattutto dell’idea di un mondo pacificato che comprendesse anche l’Unione Sovietica (Accordi di Yalta, 11 febbraio 1945).

Churchill, Roosevelt, Stalin a Yalta - Fonte Wikipedia
Churchill, Roosevelt, Stalin a Yalta – Fonte Wikipedia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Piano Marshall

Preso atto della ferrea dittatura di Stalin corroborata dal suo ministro degli esteri Molotov, Truman comprese però che il convincimento del suo defunto predecessore non avrebbe potuto realizzarsi. Stalin in realtà mirava alla unificazione delle due Germanie e all’annessione, nella sua sfera d’influenza, dell’intera Europa Occidentale contando anche sul forte consenso ottenuto dal PCI in Italia e dal PCF in Francia. Nel Giugno del 1947 George Catlett Marshall (Nobel per la pace nel 1953), segretario di stato di Truman, tenne presso l’università di Harvard un famoso discorso per annunciare e illustrare il programma ambizioso che avrebbe portato il suo nome: ricostruire l’Europa (vincitori e vinti) con l’aiuto finanziario americano.

Presentazione del Piano Marshall ad Harvard
Presentazione del Piano Marshall ad Harvard

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Marshall era convinto che un’Europa, tornata economicamente forte, sarebbe stata in grado di scegliere autonomamente la libertà messa in pericolo dalla Unione Sovietica. La furiosa opposizione di Stalin all’idea americana, fedelmente seguita dai forti partiti comunisti italiani e francesi ebbe seguito con una serie di scioperi, manifestazioni e proteste e dimostrava come il piano di aiuti americani avrebbe reso vana ogni possibilità di annessione dell’Europa occidentale all’URSS. Convinti dal miglioramento del proprio tenore di vita i cittadini europei avrebbero rifiutato di stare con Stalin e l’Unione Sovietica.

Ricostruzione Europea - Roma 1949 - Galleria Colonna
Ricostruzione Europea – Roma 1949 – Galleria Colonna

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Secondo una vulgata molto diffusa nello scorso secolo, l’Italia fu liberata dal nazifascismo in primo luogo dai partigiani, principalmente comunisti, e in via subalterna dagli alleati e dalla potenza industriale americana. Il 10 Luglio 1948 Palmiro Togliatti pronunciò un discorso contro l’adesione italiana al “Piano Marshall”, ERP: European Recovery Plan era il nome ufficiale. “Piano Marshall, piano di guerra” è il titolo che gli Editori Riuniti hanno dato a questo intervento parlamentare di Togliatti, nel quinto volume delle sue opere. Togliatti disse tra l’altro: ”… il capitalismo europeo, nel suo sistema quale era esistito nel periodo tra le due guerre mondiali, è stato profondamente scosso: si può anzi affermare che per gran parte è crollato – solo i paesi dell’Europa orientale – … hanno modificato profondamente la propria struttura economica e sociale, si sono staccati dalla vecchia economia agraria arretrata, hanno realizzato nelle campagne profonde riforme… e in pari tempo si sono posti sulla strada di una rapida industrializzazione preceduta e condizionata dalla espropriazione dei vecchi gruppi monopolistici e realizzata attraverso piani di rapido sviluppo industriale che oggi sono in corso di ottima attuazione…”. Il Piano Marshall, proseguì Togliatti, avrebbe asservito l’Europa Occidentale all’imperialismo politico ed economico statunitense, e non avrebbe raggiunto nessuno degli scopi che gli venivano attribuiti: nemmeno l’obiettivo di riportare, entro il 1951, l’economia e i consumi dei Paesi ad esso associati ai livelli del 1938. “… Questo mentre abbiamo in Europa un paese, come la Russia sovietica, che già oggi ha raggiunto e superato il livello di produzione industriale e agricola di prima della guerra …”. Per Togliatti dunque se il piano Marshall fosse stato accettato: “… Si partirà da una crisi economica, sempre più acuta; si arriverà ad un vero crollo, provocato da altri crolli in campo internazionale; vi sarà il tentativo di trascinare l’Italia direttamente nella guerra … o in base di guerra di un imperialismo straniero. … Alla guerra imperialista si risponde oggi con la rivolta, con la insurrezione per la difesa della pace, dell’indipendenza, dell’avvenire del proprio Paese! Sono convinto che nella classe operaia, nei contadini, nei lavoratori di tutte le categorie, negli intellettuali italiani, vi sono uomini che saprebbero comprendere, nel momento opportuno, anche questo dovere”.

De Gasperi, Nenni, Togliatti
De Gasperi, Nenni, Togliatti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nella CGIL, soprattutto dopo l’attentato a Togliatti del 1948, era sempre più accentuato il dominio comunista e una esplicita adesione alle tesi politiche del PCI. Vengono indetti frequenti scioperi palesemente antigovernativi e antiamericani e si lotta contro la “Europa marshallizzata”. Di Vittorio, segretario generale della CGIL, inveisce contro una situazione per cui l’economia italiana diveniva “completamente prigioniera di quella americana”. Nel 1951 viene proclamato uno sciopero per contestare una visita in Italia del generale Eisenhower, comandante supremo della NATO, sacrificando concreti interessi dei lavoratori agli interessi politici del PCI o addirittura dell’Unione Sovietica. Fortunatamente, invece, l’Italia “marshallizzata” sarebbe diventata uno dei sette Paesi più industrializzati del mondo, vitale e prospera.

Il 18 Marzo del 1949, dopo una seduta durata tre giorni e tre notti, l’adesione al “Patto Atlantico” viene approvata dal Parlamento con 342 si, 170 no e 19 astensioni (tra cui 11 socialdemocratici). Il 4 Aprile il Patto Atlantico fu solennemente firmato a Washington e Nenni commentò: “Se la guerra non è soltanto un fatto militare, ma un fatto politico e psicologico, la terza guerra è cominciata oggi …”. Montanelli ricorda che: “ Lo stesso Nenni aprì il 20 Aprile, nella sala Pleyel di Parigi, il Congresso dei Partigiani della pace sovrastato dalla colomba di Picasso, paragonò, tra gli applausi d’una platea inneggiante alla Unione Sovietica, l’Esercito rosso a quello della Rivoluzione francese definendolo: una forza di progresso … De Martino se la prese invece con chi negava vi fosse coincidenza tra gli interessi dello Stato russo e quello del proletariato internazionale… Le masse devono guardare al modello sovietico”. Guttuso, uno dei tanti intellettuali di sinistra, vedeva nell’URSS: “Una società in progresso, qualcosa di più, una società che scopre le leggi della vita. Tutto sembra nuovo e meraviglioso a chi ha secoli di miseria dietro di se. Non ci sono più classi …”. Purtroppo in quegli anni in Italia non vi fu un partito socialista svincolato dal PCI e dalla Unione Sovietica e il partito liberale, dopo gli errori commessi prima del fascismo, era rimasto un piccolo partito di elite. Mentre negli altri paesi europei e negli Stati Uniti da tempo era in atto una sana competizione democratica tra liberali e socialisti, conservatori e laburisti, repubblicani e democratici, ecc. L’Italia invece era rimasta bloccata nella competizione tra Democrazia Cristiana (mondo cattolico/occidentale) e Partito Comunista (mondo sovietico). Ancora nel 1956 Giorgio Napolitano, dopo l’invasione sovietica dell’Ungheria, dichiarò che l’URSS: ” non solo ha contribuito a impedire che l’Ungheria cadesse nel Caos e nella controrivoluzione, ma alla pace nel mondo“.

Immagine manifestazione a favore dell'Ungheria
Manifestazione a favore dell’Ungheria

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il giornale del PCI, l’Unità, arrivò persino a definire gli operai insorti “teppisti” e “spregevoli provocatori”. Alla fine degli anni 60, un caro amico, compagno di liceo e università, mi diceva che gli insorti ungheresi erano dei fascisti e che l’Unione Sovietica aveva fatto bene ad intervenire con i suoi carri armati per sedare la rivolta. Fortunatamente però l’Italia di De Gasperi aderì al Piano Marshall e al Patto Atlantico, eventi che avrebbero dato inizio nel Paese a quello straordinario periodo italiano chiamato “Miracolo o Boom Economico”. Prima di parlare di quella stagione (che De Gasperi non poté vedere) e dei principali protagonisti, vediamo però come una famiglia qualunque, piccolo borghese e un gruppo di amici hanno vissuto quei tempi.

Una famiglia romana

Noi ragazzini nulla sapevamo degli orrori della guerra, ma neanche dell’origine del Boom economico, che avrebbe reso un po’ più facile l’infanzia dei baby boomers nati negli anni 50-60 dello scorso secolo. Il mio nonno paterno era un fascista convinto ed iscritto al partito. Appassionato di ingegneria e matematica dovette interrompere gli studi a causa del “Crack” delle attività di suo padre. Mia nonna mi descrisse il suocero con ammirazione, ricordando come lei giovane ventenne, veronese, fu accolta alla stazione Termini addirittura con un “tiro a quattro”!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mio padre, ingegnere, durante la guerra, aveva militato come direttore di macchina del genio prima nei sommergibili (Giuliani) operanti in atlantico (Base Betasom a Bordeaux) e poi con le corvette (Minerva) nel Mediterraneo (Base La Maddalena). La corvetta Minerva, tra l’altro, affondò a cannonate il sommergibile inglese Sargent costretto a riemergere per i danni subiti dalle bombe di profondità. Come faceva regolarmente il mitico comandante di sommergibili Todaro, tutto l’equipaggio inglese fu tratto in salvo e poi sbarcato in Corsica. Il comandante della Minerva disse a mio padre “è bene che il comandante del Sargent stia in cabina con lei che conosce abbastanza l’inglese … e veda se riesce a sapere qualcosa dei loro sistemi di comunicazione”. I rapporti tra i due furono molto cordiali, dopo la guerra a lungo si scrissero “Dear Enemy” e poi si incontrarono più volte a Londra, ma durante la navigazione verso il porto corso nulla riuscì mio padre a sapere dal “nemico inglese”. Durante la guerra il nonno, che lavorava nelle ferrovie dello stato, fu inviato a lavorare al Nord. Mio padre invece, dopo l’armistizio dell’ otto settembre 1943 e un breve internamento a Malta, seguì la Minerva a Taranto come il grosso della regia marina, da sempre fedele al Re. Le navi italiane, da quel momento e sino alla fine della guerra, furono impiegate come scorte ai convogli alleati. Il nonno materno, anche lui romano, aveva fatto la terza elementare, ma grazie alle sue capacità, studio e meriti era diventato direttore di alcuni negozi di Frette, una azienda di prodotti tessili; la nonna, maestra elementare, siciliana, aveva voluto fermamente che tutti i suoi cinque figli (tre ragazze e due ragazzi) si laureassero e così fu, tranne che per mia madre fidanzata a sedici anni e sposata a diciotto. Il nonno di mia madre (mio bisnonno) era romagnolo, sposando la causa di Garibaldi (che poi gli costò il carcere a Gaeta), lo seguì nella spedizione dei mille in Sicilia dove sposò in seconde nozze nonna Anna, una siciliana quattordicenne, maestra a 14 anni (pare la più giovane maestra in Sicilia), di origine ispaniche.

I miei genitori si sposarono a Gennaio del 1945 ed io nacqui, puntualmente, ad ottobre. Vivevamo in sei in un bilocale delle Ferrovie dello Stato, assegnato a mio nonno (c’era con noi Antonietta una ragazza di campagna cui la nonna offriva vitto alloggio e una piccola paga in cambio di aiuto nei lavori domestici). La mia nonna veronese (Lei le elementari le aveva completate), nonostante gli acciacchi (una flebite alla gamba e il cuore matto, come diceva), era deliziosa: sempre positiva, energica e sorridente dirigeva il menage della casa e si prendeva cura di me. All’epoca non c’erano molti giocattoli, ma neanche frigo, televisione, lavatrici, ferri da stiro elettrici e alcune cucine erano ancora a carbone. Per lavare e asciugare i panni c’erano due locali condominiali per me eccitanti: “le fontane”, almeno 10 lavatoi, dove potevo giocare con l’acqua, e “le terrazze”, sopra il sesto piano, dove potevo giocare al sole e a nascondino dietro le lenzuola stese. La nonna mi raccontò che mio padre, al ritorno dalla Francia, regalò a mia madre una trousse in tartaruga per il trucco. Pare che io avessi la mania di aprire e chiudere tutto (Api… Tudi): porte, finestre, bottiglie, barattoli … Mia madre scoprì che riusciva a tenermi buono dandomi la trousse da aprire e chiudere … e funzionò sino a quando la cerniera del coperchio in tartaruga cedette. La mamma andò in lacrime dalla suocera: “Guarda cosa mi ha fatto Robertino!”. Con calma e pazienza la nonna spiegò: “Quello non è il tuo fratellino più piccolo è tuo figlio! Quindi devi essere tu a insegnarli cosa può fare e cosa non deve fare!”. Se la nonna si occupava di me dentro casa il nonno (mio padre lavorava) si occupava di me fuori casa. Mi insegnò ad andare in bicicletta, a scavalcare le staccionate ai giardinetti, a lavare le ginocchia alla fontanella quando le sbucciavo cadendo sulla ghiaia, ecc. Una volta il vinaio disse : ”Cavaliere – così chiamavano il nonno anche se cavaliere non era – vuole che faccia assaggiare questo bianco al suo nipotino? – no, no … è piccolo per il vino – poi, vedendo la mia faccia delusa disse – facciamo così, mi dia un cantuccino che lo intingo nel mio bicchiere … e tu non dire niente alla nonna!”. Quei primi 9 anni di vita per me scorsero serenamente, solo a scuola non mi trovai troppo bene, anche se alle elementari ero il terzo della classe, dopo Cardellini e Cortellini. Oltre al carattere introverso contribuì il fatto che ogni due, tre anni avevo dovuto cambiare scuola, e solo al Leonardo riuscii a fare amicizie con i compagni. Di seguito l’elenco delle scuole:

  •  Prima e seconda elementare, Roma, Suore tedesche;
  • Terza e quarta elementare, Roma, Statale Fratelli Bandiera;
  • Quinta e Prima media, Buenos Aires, Collegio inglese Ward;
  • Seconda e Terza Media Ivrea, Scuola Statale;
  • Prima, Seconda e Terza liceo scientifico, Istituto privato Berio, Ivrea;
  • Quarta e Quinta liceo scientifico Leonardo da Vinci, Milano;
  • Ingegneria Elettronica, Politecnico di Milano.

In anni recenti mio padre mi raccontò che, diversamente da me, visse male quegli anni romani del dopoguerra. Aveva lasciato la marina militare non avendo giurato fedeltà alla repubblica, e si era trovato a fare diversi lavori (Marina mercantile, Arabian Oil Company (Aramco), International Refugee Organzation (IRO) ,…). I soldi erano pochi, inoltre a mio nonno era stata tolta la pensione perché era stato iscritto al partito fascista: in quegli anni tutti o quasi gli italiani si scoprirono anti-fascisti convinti. Le foto delle adunate oceaniche in piazza Venezia mostravano però una realtà diversa. Oltre a mantenere sei persone mio padre doveva anche pagare l’affitto, seppur basso, della casa che le ferrovie avevano messo a disposizione del nonno. La famiglia di mia madre stava un po’ meglio: mio nonno aveva la pensione di Frette, la nonna quello di maestra. Suo fratello, lo zio Giacinto, che viveva con loro ed era proprietario della grande casa, quella della Corte dei Conti. La sorella più grande di mia madre era laureata in lettere e, sposata, aveva iniziato ad insegnare a Lecce prima alle medie e poi alle superiori. L’altra sorella, laureata in Chimica fece diversi lavori (tra cui il CNP, di cui parleremo) poi si sposò con un medico che aveva uno studio di radiologia e che divenne dirigente dello Inam (Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro le Malattie). Con i nonni, e lo zio Giacinto, era rimasto a vivere solo lo zio, ingegnere civile, che esercitava la libera professione (ricordo ancora che la nonna ci impediva di entrare nella sua stanza dove, per noi ragazzini, un mobiletto con la saracinesca e il grande tavolo da disegno erano oggetti di curiosità e desiderio). Il cruccio della nonna era però Vico, il figlio maggiore. Anche lui ingegnere, era stato compagno di corso di mio padre all’accademia navale di Livorno e poi, durante la guerra, si era imbarcato sul sommergibile Cappellini.

Immagine sommergibile Cappellini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dopo l’armistizio, poiché si trovava in quelle acque, il sommergibile ed il suo equipaggio furono catturati dai giapponesi. Verso la fine della guerra fu preso dagli americani e confinato in un campo di prigionia prima in Brasile e poi in Texas (Li conobbe, anche lui prigioniero, lo scrittore Giuseppe Berto). Lo zio Vico lavorò a lungo per il RINa (Registro Italiano Navale) spostandosi inoltre continuamente tra Giappone, Brasile, Romania e Iugoslavia. Anni dopo, felicemente liberato, ci raccontò che i giapponesi, durante la prigionia, entrarono dove erano detenuti gli ufficiali e “gentilmente” lasciarono una spada per chi avesse deciso di fare “harakiri” tutelando così il proprio onore. Altrettanto gentilmente nessun ufficiale accettò l’offerta.

Gli amici dell’ Antica Pesa

Menù Politico

Bistecche Fiorentine colossali
belle, grosse, tornite, senza uguali
pè stomachi robusti e denti sani
le consijamo a li Democristiani.
Pollo all’ “indiavolata”, da estremisti
adatto pè Missini e Comunisti
lo cuciniamo espresso ‘gni momento
chiedendo scusa de l’accostamento.
Piselli Freschi, Teneri Nostrani,
Piatto Obbligato Pe’ Saragattiani
Monarchici! Nun Siete de Covelli?
Ve Diamo er Lauro (co li Fegatelli)!

(Mimmo, Antica Pesa Trastevere, Roma anni 50)

Lago di Castel Gandolfo (Castelli romani)
Lago di Castel Gandolfo (Castelli romani)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel dopo guerra e per tutti gli anni 50 i miei genitori, gli zii ed altri amici, tutti all’incirca trentenni, avevano preso l’abitudine nei giorni di festa, magari dopo una giornata ai Castelli Romani (Frascati, Castel Gandolfo, Marino, Rocca di Papa, Albano, Nemi ecc.) di andare in comitiva a cena in una osteria/trattoria di Trastevere: l’Antica Pesa:

Logo osteria/trattoria Antica Pesa di Roma

 

 

 

 

 

 

 

Er mulinaro che veniva a Roma portanno er grano ar papa per sta scesa, appena scaricata giù la soma, correva a magnà e beve qui a la Pesa”.

Dopo cena, sempre in comitiva, con le una o due auto disponibili si faceva il giro delle bellezze romane: Portico di Ottavia, i Fori, Piazza Navona, Fontana di Trevi, Trinità dei Monti, Il Quirinale, il Gianicolo,… Nella compagnia c’era Ciau (un fisico che lavorava al sincrotrone di Frascati, ne sarebbe poi diventato il direttore), Mirella (che secondo Franco Angeli sarebbe poi divenuta la “mamma del management in Italia”). Lo zio Paolo (che poi, divenuto ordinario, avrebbe scritto un celebre manuale di chimica usato da molte generazioni di studenti di Ingegneria a Roma e in Italia).

Copertina di “Fondamenti di chimica” di Paolo Silvestroni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fulvio (un chirurgo del policlinico alto due metri. Se sul tranvetto che tornava dai Castelli c’erano animi alterati dal buon vino, bastava che si alzasse in piedi per sedarli). Lello era un ex militante della X° mas, battaglione Valanga, che poi lavorando in Africa in attività di sminamento, avrebbe perso una mano e l’uso di un occhio). Siro, compagno di accademia di mio padre e dello zio Vico (poi, restando in marina ed avendo giurato fedeltà alla repubblica, sarebbe diventato Ammiraglio). Ricordo, nei primi anni 70, una messa alla Accademia Navale di Livorno in occasione della festa di Santa Barbara. Io, aspirante ufficiale annoiato per la lunga cerimonia religiosa, mi ero appoggiato ad una parete con alcune lapidi, ma in penombra. Siro, si avvicinò e mi sussurrò all’orecchio: “Ah Robertì, quelli so già caduti una volta, vediamo di non farli cadere di nuovo!”. All’Antica Pesa era attivo uno stornellatore: “Mimmo” che, ricevute le debite indicazioni da qualcuno, improvvisava stornelli mirati. Ne fece uno quando lo zio Paolo vinse la cattedra, quando lo zio Roberto divenne direttore all’Inam di Viterbo, quando mio padre uscì da un treno incendiato “annato a foco” nella galleria di Bonassola in Liguria. Uno dei migliori stornelli fu però quello preparato per lo zio Ugo, sulle note musicali di “Quanto sei bella Roma” quando nel 1958 fu assunto alla Olivetti:

“… Ivrea se ripulita, sta lucidando tutti i suoi torrioni, perché domani arriva, arriva l’ingegnere De Simoni…”.

Foto di Ivrea “La bella”
Foto di Ivrea “La bella”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Istituti e Scuole di Management

Mio padre era stato assunto alla Olivetti alla fine del 1950 e destinato al Servizio Tecnico Assistenza Clienti (STAC). Molti anni dopo mi raccontò che il colloquio di assunzione lo fece direttamente con l’ingegner Adriano (oltre che con la direzione del personale; Olivetti desiderava che i giovani ingegneri facessero sempre un breve colloquio direttamente con lui). Adriano gli chiese se avesse letto, almeno in parte, il Capitale di Marx e cosa ne pensasse. Mio padre rispose affermativamente e commentò con le sue impressioni, ma rimase molto deluso dal fatto che l’ingegnere nulla gli avesse chiesto sulle turbine a gas di cui si era interessato assieme ad un compagno di accademia (Ing. Momi Bartorelli, anche lui poi assunto dalla Olivetti per lo stabilimento di Massa Carrara) e su cui insieme avevano scritto un libro. All’inizio del 1951 mio padre fu distaccato da Adriano presso la Commissione Indagini e Studi sull’Industria Meccanica (CISIM, Ministero Industria, Roma). L’istituzione faceva capo all’ingegner Guido Corbellini, senatore e ministro della repubblica, sostenitore del trasporto su ferro, e anticipatore degli studi sui treni veloci, che era anche convinto dei vantaggi delle integrazione (oggi si direbbe crox-fertilization) tra le due culture: scientifica e umanistica.

Stazione Centrale a Milano anni 50
Stazione Centrale a Milano anni 50

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In Italia nel 1951, grazie anche agli stimoli economici e culturali del Piano Marshall, era sorto il Comitato Nazionale per la Produttività (CNP). Ad esso Adriano Olivetti distaccò mio padre a partire della primavera del 1952. Tra gli amici dell’Antica Pesa, entrarono a farne parte anche mia zia Flora, lo zio Vittorio, Lello e Mirella. Si era constatato che un aumento della produttività è determinante per l’accrescimento della produzione. La produttività gioca un ruolo di primo piano nelle politiche salariali e dei redditi, oltre che nella problematica dell’inflazione. Esiste infatti uno stretto legame fra produttività, salari e prezzi, nel senso che un’eccedenza apprezzabile dei secondi sulla prima, traducendosi in un’offerta di mezzi monetari superiori all’offerta di beni e servizi prodotti, provoca un aumento di prezzi al consumo e quindi può generare una spiacevole spinta inflazionistica. L’Italia, in quanto a produttività, dai primi anni 60 dello scorso secolo al 2010 è passata dal secondo posto, dopo il Giappone, all’ultimo tra i paesi più industrializzati.

Produttività dei paesi industrializzati dal 1950 al 2010
Produttività dei paesi industrializzati dal 1950 al 2010

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ancora nel 1975 Franco Modigliani (Nobel per l’economia nel 1985) ammoniva: “…Come è possibile che nessuno si impegni a far capire ai sindacati che aumenti di salari senza aumenti di produttività possono solo generare inflazione e disoccupazione?…”. In occasione del Convegno Nazionale del CNP del Settembre 1952 tenuto alla presenza dell’ Ing. Corbellini, Carlo de Cugis sull’Unità scriveva: “… Tutta la teoria della produttività all’americana si basa su questo principio: inasprire il supersfruttamento, cercando di mascherare l’azione con una cortina fumogena su vasta scala per dare ad intendere che gli extraprofitti così raggiunti siano dovuti ad nuovo clima creato nella fabbrica e basato sulla Collaborazione tra padrone e operai… Ecco i nostri esperti parlare di relazioni umane…”. Dal suo punto di vista, cioè da una prospettiva che privilegiava gli interessi della CGIL e del PCI, rispetto a quelli dei lavoratori e della economia del paese, l’Unità scriveva cose giuste.
Adriano Olivetti, che da giovane era stato inviato dal padre Camillo negli Stai Uniti, conosceva bene sia le teorie di Taylor che quelle di Elton Mayo e della Scuola delle Relazioni Umane. Egli riteneva che la lotta di classe tra capitale e lavoro non fosse né utile, né inevitabile e che potesse essere superata percorrendo una via politica – la terza via, quella comunitaria o social-liberale – alternativa al liberal-capitalismo e al social-comunismo. Si dovranno creare – sosteneva – delle comunità di fabbrica che, strettamente legate e coordinate con la comunità territoriale, divengano organi di controllo e guida democratica dell’impresa. Franco Ferrarotti, sociologo assai vicino ad Adriano, nel 1951 pubblicava per il Movimento Comunità un libretto dal titolo Premesse al sindacalismo autonomo. Il volume contiene una forte critica al centralismo burocratico dei sindacati, divenuti cinghie di trasmissione dei partiti, sempre più lontani dai problemi e dagli interessi dei territori. Nel libretto si parla delle “comunità di fabbrica” che, in collegamento con la comunità locale, avrebbero dovuto prendere il posto dei sindacati tradizionali.

Adriano Olivetti in Fabbrica ad Ivrea
©PUBLIFOTO/LAPRESSE
MILANO ITALIA 28-02-1960
L’INDUSTRIALE ADRIANO OLIVETTI.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Queste idee lentamente giunsero a maturazione e si diffusero in Olivetti e nel Canavese, dove alla fine del 1954 in 72 dei 118 comuni era presente un centro comunitario. Il nuovo organismo sindacale, poi chiamato Autonomia Aziendale, incontrò inizialmente la durissima opposizione – talvolta anche il boicottaggio – degli altri sindacati, che lo accusarono di essere una struttura padronale. Ma il suo programma di rivendicazioni, basato su riduzioni di orario a parità di salario e su misure a favore del miglioramento della produttività (cottimo), incontrò il favore dei lavoratori; alle elezioni della Commissione Interna del 1955 la lista Autonomia Aziendale ottenne 5 seggi su 13; di fatto sparì la UIL e arretrarono CGIL e CISL.
La trattativa con la direzione aziendale si concluse positivamente con l’impegno ad introdurre nel 1956 riduzioni di orario, prospettando la settimana lavorativa di 45 ore su 5 giorni. Anche se non risulta da documenti ufficiali, è probabile che Autonomia Aziendale avesse preventivamente concordato con Adriano e la direzione aziendale la richiesta di ridurre l’orario a parità di salario.

La prima business school italiana (Mattei fondò nel 57 quella che porta il suo nome), e tra le prime in Europa, fu l’IPSOA fondata nel 1952 dalla Fiat (Valletta) e dalla Olivetti (Adriano). Solo nel 1958 fu superata, negli interessi e finanziamenti statunitensi, dall’IMEDE di Losanna (Svizzera) e dall’INSEAD di Fointainebleau (Francia). Mio padre, che in tempi diversi insegnò nelle tre scuole, mi raccontò che il tema originario comune era il metodo dei casi che, sviluppato alla Università di Harvard, aveva le sue radici nel pragmatismo del filosofo americano John Dewey. Pearson Hunt, professore ad Harvard grande esperto di finanza e di formazione, come principale animatore della business school italiana (IPSOA), così si esprimeva nel suo scritto, Il metodo dei casi, in Studi Economici, X n°12, Gennaio Aprile 1955:

Pearson Hunt
Pearson Hunt

 

 

 

 

 

 

 

 

 

È necessario innanzi tutto imbattersi in una difficoltà: definire il problema da risolvere per superare tale difficoltà; reperire i dati di fatto e decidere le tecniche necessarie per trattare il problema; suggerire le soluzioni possibili, selezionando quelle che sembrano le migliori; verificare le conclusioni e, finalmente formulare la soluzione della difficoltà in una forma capace di essere trasferita ad altri problemi che presentano caratteristiche simili

La maggioranza degli allievi dei corsi IPSOA provenivano dal mondo della impresa (Fiat, Olivetti, RIV, CNP, CISIM …) e solo un terzo erano giovani laureati provenienti principalmente dal Politecnico di Torino e dalla facoltà di Economia e Commercio. Erano previste varie forme di borse di studio, esenzione dalle tasse e sovvenzioni per gli allievi non residenti a Torino o con reddito insufficiente. IPSOA intendeva essere una scuola di formazione sul modello dei college anglo-americani: docenti e studenti lavoravano insieme a stretto contatto per otto mesi, suddivisi in gruppi disciplinari e progetti di ricerca, seguendo lezioni intensive e seminari. Ciò richiedeva una buona dose di fiducia, collaborazione e impegno da parte delle imprese sia in termini di investimenti monetari che di risorse umane e materiali.

La maieutica socratica
La maieutica socratica

 

 

 

 

 

 

La tradizionale lezione ex cathedra era soppressa e al suo posto si affermava una riedizione contemporanea della maieutica socratica, volta a stimolare il lavoro, la riflessione, la cooperazione creativa del gruppo, la percezione delle interrelazioni multicasuali tra fenomeni di diversa natura. Il ruolo del docente era quello del catalizzatore che potenzia le facoltà dell’attenzione creando una forma mentale atta a far passare rapidamente i discenti da problemi conosciuti e noti, ad altri inediti o imprevisti. Non c’era più il docente che informa e sancisce come nelle prassi delle Università e Imprese italiane. Pearson Hunt ricorda che dopo una brillante esercitazione di gruppo, un professore del Politecnico di Torino, in aula come osservatore, commentò: “Bravissimi questi allievi, ma il loro professore quando lavora?”. Mi viene in mente una battuta ascoltata e a lungo ripetuta in Saipem, azienda di costruzioni dell’Eni, alla fine degli anni 90: “Chi sa fa, chi non sa insegna, e chi non sa insegnare insegna ai formatori”. Un aspetto, non trascurabile, sempre ripreso dalle esperienze dei Campus Universitari anglo-americani, è quello delle location se possibile belle e immerse nella natura, delle business school in cui docenti, assistenti, conferenzieri ed allievi trascorrevano le giornate insieme. Mio padre mi raccontò delle bellezze e del clima collaborativo e positivo di Villa Natalia (Una delle sedi IPSOA) nella splendida cornice dei colli fiorentini. Qualcosa di simile mi sembrò di trovare a cavallo tra gli anni 80 e 90, prima come allievo e poi come docente, a Villa Montecucco sita sopra il lago di Castel Gandolfo (Castelli Romani) sede dello IAFE (Istituto per l’Addestramento e la Formazione del personale ENI) e successivamente al CUOA, dopo che era stato trasferito a Villa Valmarana sita ad Altavilla Vicentina.

Villa Natalia, sede dell’IPSOA
Villa Natalia, sede dell’IPSOA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Training Within Industries (T.W.I.) cioè la formazione all’interno delle aziende, è un metodo formativo che ha come obiettivo finale l’incremento di produttività di una impresa. Basato su principi di pedagogia attiva esso mira a portare a conoscenza dei capi – e per capo si intende chiunque abbia mansioni di responsabilità nel dirigere il lavoro degli altri, dal direttore generale al capo squadra – un metodo pratico e di applicazione immediata per la soluzione di problemi umani, organizzativi e della produzione.

Training Within Industries
Training Within Industries

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il T.W.I. nacque negli Stati Uniti all’inizio del secondo conflitto mondiale. In quell’epoca il paese si trovò di fronte alla necessità d’immettere milioni di lavoratori nell’industria per sostituire quelli chiamati alle armi. La formazione di nuovi operai, e soprattutto dei capi che dovevano inquadrarli rappresentò uno dei maggiori problemi del momento. La soluzione ricadde sull’industria e su una organizzazione federale creata ad hoc: il T.W.I. (Training Within Industry). Vennero formati ben due milioni di operai , che a loro volta formarono 10 milioni di dipendenti. Vennero posti alla direzione del nuovo ente i capi del personale di quattro industrie americane fra le più avanzate dal punto di vista organizzativo: Socony Vacuum, Western Electric, American Telegraph and Telephone e U.S. Steel Corporation. Ecco i risultati ottenuti da alcune aziende che applicarono il metodo, riportati da una indagine USA dell’epoca:

Northrap Costruzioni aereonautiche:

  • Aumento produzione 17%;
  • Riduzione tempi per istruzione personale 22%;
  • Riduzione pezzi rifiutati al controllo 12%;
  • Riduzione scarti 27%;
  • Riduzione infortuni 45%;
  • Riduzione assenteismo 17%.

Filatura di Cotone nel Texas:

  • Riduzione delle dimissioni volontarie del personale, dal 28% al 3%:
  • Riduzione dell’assenteismo, dal 7% al 3%;
  • Accrescimento della produzione 3%.

Raffineria di Petrolio di Porth-Arthur

  • Riduzione dei costi del 20%;
  • Riduzione degli incidenti 20%;
  • Riduzione dei tempi di istruzione del personale 40%.

Miniere di Carbone:

  • Riduzione ore per la costruzione di una galleria 60%;
  • Aumento carbone sgomberato giornalmente 20%.

Come conseguenza delle applicazioni del metodo TWI e più in generale dei principi delle relazioni umane nelle prime cinque aziende dimostrative della provincia di Vicenza (aderenti al CNP) nel 1953 si è rilevato:

  • Un deciso miglioramento di rapporti fra capi e dipendenti e, conseguentemente, una più attiva collaborazione delle maestranze che appaiono sempre più interessate all’andamento dell’azienda;
  • Riduzione sensibile del tempo richiesto dall’istruzione di personale nuovo assunto o destinato a nuove lavorazioni;
  • Applicazione di nuovi metodi di lavoro, adottati dalla direzione su suggerimento di capi e operai. Ad esempio in una azienda vicentina , dopo 3 mesi di applicazione del sistema, il risparmio annuo è stato di 20 milioni di Lit. su un fatturato annuo di 120 milioni (circa 17% ).

In una lettera del 1953, che mio padre inviava alla azienda dal CNP e IPSOA dove Olivetti l’aveva distaccato scrive: “… Il programma che il Comitato Nazionale per la produttività mette in atto nelle aziende aderenti va al di là del TWI. Infatti oltre ai tre noti argomenti (relazioni umane nel lavoro, istruzione del personale sul lavoro, miglioramento dei metodi di lavoro) di questo sistema, i seguenti altri vengono trattati, sempre però con la stessa metodologia didattica (metodo dei casi):

  • semplificazione del lavoro, utilizzazione delle macchine, economia dei movimenti;
  • disposizione dei macchinari, flusso delle lavorazioni, trasporto e maneggio dei materiali;
  • sicurezza sul lavoro;
  • comunicazioni bilaterali (riservato ai livelli gerarchici più elevati).

Riassumendo: il metodo T.W.I., subito adottato in Canada e Gran Bretagna e, nei primi anni del dopo guerra, in Belgio, Francia, Germania e in Italia sempre nel quadro del piano Marshall, si basava su 4 fasi:

  1. Presentazione, spiegazione e identificazione del problema da parte del leader;
  2. Raccolta di tutti i fatti relativi al problema da parte di tutti i partecipanti;
  3. Discussione, facilitata dal leader, sui fatti presentati e sulla loro importanza;
  4. Riepilogo della discussione da parte del leader e scelta della miglior soluzione.

Il leader non esprime opinioni ma pone domande, ricorre all’ironia, al metodo dei casi e alla drammatizzazione; insomma, come Socrate, riconosce di non sapere ed interroga gli altri.
Il metodo T.W.I. è un antesignano delle tecniche di Brain Storming e delle tecniche relative alla qualità sviluppatesi poi in Giappone, soprattutto alla Toyota (Kaizen, Circoli della qualità, Just in Time, Lean Production…).

I Protagonisti

I 15 anni compresi tra il 1948 e il 1963 furono eccezionali per l’Italia: all’inizio si parlò degli anni della ricostruzione poi venne la consapevolezza di un vero e proprio Boom o miracolo economico italiano. Dell’importanza del piano Marshall, degli aiuti economici americani, della diffusione della cultura d’impresa e manageriale, della produttività e delle relazioni umane si è parlato nelle pagine precedenti; cerchiamo ora di riassumere brevemente cosa accadde in Italia in quegli anni. Il reddito nazionale crebbe ad un tasso di circa il 6% annuo (percentuali che oggi diremo cinesi). La produzione industriale crebbe del 70% tra il 58 e il 63 mentre gli altri paesi CEE rimasero indietro. Gli investimenti lordi aumentarono del 10% ogni anno. Il commercio estero crebbe dello 81% dal 1957 al 1961. I salari furono molto migliorati e crebbero in valori reali (depurati dall’inflazione) di circa lo 80% in un quinquennio, in talune categorie specializzate i salari superavano quelli della Germania. Si assistette in quel periodo allo spettacolo paradossale degli imprenditori italiani che inviavano i loro incaricati alle stazioni ferroviarie, perché accogliessero e ingaggiassero gli operai rientranti necessari alle loro fabbriche. Durante gli anni del boom la percentuale della forza lavoro impiegata in agricoltura era scesa di quasi il 30%. In quegli anni, nelle case, si diffusero le cucine a gas, i frigoriferi, i ferri da stiro elettrici, le lavatrici, le lucidatrici, le radio a transistor, ed infine la televisione; le lavastoviglie arrivarono qualche tempo dopo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La maggior parte di questi elettrodomestici era prodotta in Italia nel nuovo triangolo industriale (che ancora oggi fa dell’Italia la seconda manifattura d’Europa): Milano – Bologna – Treviso; il vecchio era Milano, Torino, Genova. La Fiat, che già prima della guerra aveva avuto successo con la Topolino, continuò a diffondere le utilitarie: la 600, la 500 e la 1.100. Nel 1958 gli italiani che presero la patente di guida erano 358.000, nel 1962 1.250.000. Vecchi e gloriosi marchi come Lancia, Alfa Romeo e Ferrari produssero nuovi modelli, ma anche le due ruote non furono da meno: la Piaggio inventò e commercializzò la Vespa e la Innocenti, che aveva sede a Milano Lambrate, la Lambretta. Gli studi per ricostruire, migliorare e innovare le Ferrovie dello Stato ripresero grazie anche al lavoro instancabile dell’ingegnere, senatore e ministro della Repubblica Guido Corbellini. Nell’industria Siderurgica un ruolo di primo piano lo ebbero la società privata Falck e la statale Italsider (all’avanguardia tra l’altro nelle applicazioni di programmazione lineare e simulazione Montecarlo per ottimizzare i processi di produzione).

Fiat 500 in piazza San Carlo a Torino
Fiat 500 in piazza San Carlo a Torino

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Vespa 1953
La Vespa 1953

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nella seconda metà degli anni 50 La Montecatini studia, produce e lancia un nuovo tipo di plastica: il polipropilene isotattico. Si tratta di una termoplastica rivoluzionaria, economica, leggera, resistente, utilizzata da tutte le industrie del settore idrosanitario e casalingo. Nel 1963 il Professore Giulio Natta, docente del politecnico di Milano, vinse il premio Nobel per la chimica motivato, appunto, con l’invenzione del Moplen.

Celebre Spot televisivo di Bramieri: “… e mo, e mo e mo?... Moplen!!”
Celebre Spot televisivo di Bramieri: “… e mo, e mo e mo?… Moplen!!”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel 1964 era stata completata ed inaugurata, dopo solo otto anni di lavoro, da Aldo Moro l’Autostrada A1, del Sole che collegava Milano, Bologna, Firenze, Roma e poi Napoli.

Autostrada del Sole. Area di servizio Cantagallo tra Bologna e Firenze
Autostrada del Sole. Area di servizio Cantagallo tra Bologna e Firenze

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In Africa un consorzio italiano (Girola, Fiat, Lodigiani, Torno,…) costruì, e ultimò nel 1959, sul fiume Zambesi, la diga di Kariba che, oltre ad una potente centrale idroelettrica (6 gruppi turbina/alternatore, ciascuno della potenza di 100.000 kWatt), creò un lago artificiale grande circa 13 volte il nostro lago del Garda. Alla costruzione dell’impianto parteciparono in tutto tra operai, tecnici e dirigenti oltre 10.000 persone.

Diga di Kariba
Diga di Kariba

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel 1954 venne acquistato (con i fondi del piano Marshall) e trasportato in Italia dalla California, da Luigi Dadda del Politecnico di Milano, il primo computer italiano. Fu il primo Computer ad entrare in funzione nell’Europa Continentale, il secondo fu acquistato in Inghilterra da Enzo Aparo, per volontà di Mauro Picone direttore e animatore dello INAC, Istituto nazionale per le applicazioni del calcolo, creato nell’ambito del CNR.

Luigi Dadda al Polimi
Luigi Dadda al Polimi

 

 

 

 

 

 

 

 

 Mauro Picone allo INAC
Mauro Picone allo INAC

 

 

 

 

 

 

 

 

Lo INAC divenne uno dei maggiori centri della matematica applicata e una vera e propria fucina di talenti, tra gli altri si ricordano: Aparo, Vacca, Cacciopoli, Ghizzetti, Amerio, De Giorgi, … I temi trattati riguardavano: equazioni differenziali, calcolo delle variazioni, geometria differenziale, calcolo numerico, programmazione matematica, simulazione.

Nel 1957 la Olivetti, in collaborazione con l’Università di Pisa, costruì Elea 9003 il primo computer interamente italiano, ma anche il primo computer commerciale a transistor funzionante nel mondo. Nel 1965, su idea dell’Ing. Piergiorgio Perotto, la Olivetti presentò, alla grande fiera di New York sulla innovazione tecnologica, la Programma 101, considerato da tutti il primo Personal Computer al mondo.

Olivetti Elea 9003
Olivetti Elea 9003

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Olivetti Programma 101
Olivetti Programma 101

 

 

 

 

 

 

Tra la fine degli anni 40 e l’inizio degli anni 50 Enrico Mattei aveva realizzato un “miracolo nel miracolo”: salvò l’AGIP dalla liquidazione richiesta dai politici, ne avviò il risanamento, scoprì petrolio e Gas in Valpadana (Cortemaggiore) sviluppò la rete di metanodotti Snam che poi avrebbe permesso all’ENI di usufruire della rendita metanifera (a parità di potere energetico il gas costava molto meno del petrolio). Oggi, sappiamo inoltre che il Metano, oltre a non generare inquinanti (Ossidi di zolfo e Azoto) produce quasi la metà dei gas serra (CO2) prodotti dal Carbone.

Villaggio, per i dipendenti ENI, voluto (1952) da Mattei alle porte di Milano.
Villaggio, per i dipendenti ENI, voluto (1952) da Mattei alle porte di Milano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mattei (che con ironia diceva di sé: “Sono un pescatore di professione ed un petroliere per hobby”) non si intendeva molto né di economia né di idrocarburi, ma si avvalse con disinvoltura di un mentore come Marcello Boldrini (anche lui partigiano bianco, ma professore esperto di economia e statistica) e di un valente ingegnere come Carlo Zanmatti allontanato dall’AGIP perché fascista e poi repubblichino. Si può dire che ENI è l’unica grande azienda multinazionale dell’epoca, saldamente in mano italiane, che sopravvive ancora oggi; Indro Montanelli per ricordare luci e ombre della figura di Mattei ne parla, nella sua Storia d’Italia, talora come “Grande Costruttore” e talora come “Grande Corruttore”, sebbene “Incorruttibile”.

Nel 1952 Felice Ippolito è nominato Segretario generale del Comitato Nazionale per le Ricerche Nucleari, divenuto poi Comitato nazionale per l’energia nucleare (C.N.E.N.) nel 1960. Ippolito attuò diversi progetti di sviluppo del settore nucleare, tra cui le centrali di Latina, del Garigliano e di Trino Vercellese. L’Italia è, in quel periodo, il terzo paese al mondo per produzione di energia dal nucleare e dispone di competenze e know-how molto avanzate. Ippolito mira a rendere la nazione indipendente dal punto di vista energetico. Con Mattei presidente dell’AGIP Nucleare iniziarono i lavori per la costruzione della Centrale elettronucleare di Latina. La nuova società acquistò il 31 agosto 1958 dagli inglesi della NPPC (Nuclear Power Plant Co.) un reattore nucleare a grafite e uranio naturale, che era teoricamente reperibile ovunque, a differenza dell’uranio arricchito che era necessario importare dagli USA. In soli quattro anni venne costruita e completata la centrale; il primo test completo di reazione nucleare nella centrale avvenne il 27 dicembre 1962, due mesi dopo la morte di Mattei. Con una potenza di 210 MW costituiva a quel tempo la più grossa centrale nucleare europea e poneva l’Italia al terzo posto nel mondo, dietro USA e Inghilterra.

Mattei alla centrale Nucleare di Latina
Mattei alla centrale Nucleare di Latina

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Edoardo Amaldi, uno dei “ragazzi di via Panisperna” che lavoravano nel gruppo di Enrico Fermi, diede un grande contributo alla ripresa della ricerca in fisica dopo la guerra. Nella fisica delle particelle, lavorò alla determinazione delle caratteristiche dei costituenti della radiazione cosmica , alle onde gravitazionali e allo studio degli elementi subatomici della materia, promuovendo la realizzazione dei primi acceleratori di particelle. Nel 1956 venne scelto, in aperta campagna tra i vigneti vicino Frascati, il sito del Laboratorio che ospiterà l’elettrosincrotrone. Alla fine dell’anno iniziò la costruzione degli edifici. L’acceleratore circolare anticipò quello, ben più potente, del CERN di Ginevra. Amaldi, come del resto lo era stato Marconi, oltre che scienziato, fu anche un grande manager e organizzatore della ricerca.

Sincrotrone Frascati
Sincrotrone Frascati

 

 

 

 

 

 

 

 

Già subito dopo la fine della seconda guerra mondiale la ricerca italiana stava rapidamente riprendendosi e Domenico Marotta, fondatore dello Istituto Superiore di Sanità (ISS) durante il fascismo ne risollevò il prestigio e ne rinnovò le attrezzature. Nel 1946 venne costruito il primo e unico microscopio elettronico italiano; nel 1947 venne lanciato il piano di Alberto Missiroli che portò alla definitiva sconfitta della malaria; nel 1951 venne costruita una fabbrica di Penicillina (il primo e più diffuso antibiotico) che assicurò all’Italia una certa autonomia in un mercato dominato da Stati Uniti e Inghilterra.

Istituto Superiore di Sanità fondato da Marotta
Istituto Superiore di Sanità fondato da Marotta

 

 

 

 

 

 

 

 

La fine del miracolo economico

E’ lecito, a questo punto, chiedersi quando, come e perché si attenuò e poi dissolse lo slancio del “Miracolo economico italiano” nella economia, nella produttività, nell’ingegneria, nelle tecnologie, nella ricerca e nella scienza, sopra descritto. Richiamiamo per prima cosa alcuni fatti: all’inizio degli anni 60 morì in treno per emorragia cerebrale, mentre si recava a Losanna, l’Ingegner Adriano Olivetti. Poco tempo dopo morì, in un incidente stradale sulla Milano-Torino l’ingegner Mario Tchou che era stato artefice della creazione dei computer, classe Elea. La Olivetti si trovava in una situazione di crisi finanziaria causata dagli alti esborsi per l’acquisto e la gestione della azienda americana Underwood (macchine da scrivere). Si pensò, per tamponare la situazione, di vendere alla General Electric la divisione elettronica (secondo Valletta “un neo da asportare”). Enrico Mattei, che aveva creato a tempo di record la rete italiana Snam per il gas e stabilito accordi diretti con alcuni i paesi produttori di petrolio per divedere equamente i proventi derivanti dallo “oro nero”, morì per un incidente aereo. Tornando dalla Sicilia il suo bireattore, durante un temporale, si schiantò a Bascapé , nelle campagne intorno a Pavia, prima di atterrare all’aeroporto di Linate. A lungo si parlò di possibili complotti condivisi tra la mafia siciliana e le sette sorelle petrolifere americane, ma in varie inchieste la magistratura italiana non trovò alcun riscontro alle ipotesi di sabotaggio o attentato. A metà degli anni 60 si svolsero per caso, ma parallelamente, due processi per abuso di ufficio e illeciti amministrativi nei confronti di Felice Ippolito e Domenico Marotta; entrambi furono condannati, con accuse più o meno strumentali, ed incarcerati. Nel 1986 la prestigiosa rivista scientifica Nature, parlò di: “incomprensibili vendette politiche”. Ce n’era abbastanza per parlare di sfortuna, oscure trame, o addirittura complotti di natura nazionale o internazionale.

Una seconda ipotesi, per spiegare il declino italiano, si focalizza sulla frammentazione della piccola e media impresa, la intrinseca debolezza dei grandi gruppi industriali e un capitalismo dal volto ancora prepotentemente familistico e dinastico. Si parla d’imprenditori provinciali e impreparati che, per detenere saldamente il potere, malvolentieri si affidavano a manager professionisti.

Conclusioni

Esiste però una terza ipotesi per spiegare l’inizio del declino dell’Italia alla fine degli anni 60. Esaminiamone le basi. Nel 1961 era morto il presidente della Repubblica Luigi Einaudi, sostituito dal democristiano Giovanni Gronchi. Liberale in politica ed in economia, Einaudi era un convinto sostenitore del “merito”, del “risparmio” e della “iniziativa privata”. Diffidava della eccessiva invadenza dello stato. Sin dal 1907 sosteneva: “La frode fiscale non potrà essere davvero considerata alla stregua degli altri reati finché le leggi tributarie rimarranno vessatorie e pesantissime e finché le sottili arti della frode rimarranno l’unica arma di difesa del contribuente contro le esorbitanze del fisco”. In Prediche inutili scriveva: “…Le leggi frettolose [di stato ed enti locali] partoriscono nuove leggi intese ad emendare e perfezionare…sicché ben presto il tutto diviene un groviglio inestricabile, da cui nessuno cava più i piedi; e si è costretti a scegliere la via di minor resistenza, che è di non far niente e frattanto tenere adunanze e scrivere rapporti e tirare stipendi in uffici occupatissimi a pestar l’acqua nel mortaio delle riforme urgenti…”. Ed ancora: “…Gli uomini dal temperamento socialistico oltrepassano il punto critico della progressività nelle imposte anche perché, contrariamente ai liberali, si sono ficcati in testa una divulgatissima opinione; che oggi il vero problema sociale sia quello della distribuzione della ricchezza e non più come in passato, della sua produzione. Opinione, oltreché strana, manifestamente sbagliata…”.

 

 

 

 

 

 

 

Alla fine del 1963 in Italia fu varato il primo governo Moro di Centro Sinistra con l’ingresso del PSI di Nenni. L’anno prima con Fanfani era stata realizzata la nazionalizzazione della energia elettrica e la nascita dell’ENEL. Portabandiera della nazionalizzazione era stato Riccardo Lombardi esponente dell’area di sinistra del PSI, persona onesta e seria, proveniente dal partito d’azione. Vi era in Lombardi un fondo francescano, un’avversione istintiva per la ricchezza, per il profitto, per l’Italia del Boom nella quale la lira stava per ottenere l’Oscar delle monete assegnato dal Financial Times. Al fondo del suo pensiero c’ era una volontà punitiva verso il grande capitale. Per questo, pur consapevole com’era dell’inefficienza statale, e della incapacità della macchina burocratica – amministrativa di far fronte agli impegni che già aveva, si batté per la nazionalizzazione, respingendo formule meno traumatiche come quelle suggerite da Guido Carli, governatore della Banca d’Italia, e da altri.

 

 

 

 

 

 

 

 

L’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale) era sorto durante il fascismo con la presidenza di Alberto Beneduce, economista di formazione socialista. Nel 1950 una nuova spinta propulsiva all’istituto venne dalla riabilitazione di Oscar Sinigaglia (ingegnere industriale, romano, di origine ebraica ed estromesso dalla vita pubblica a causa delle leggi razziali del 38) che, a partire dalla siderurgia, strinse una alleanza con gli industriali privati per far ripartire e sviluppare l’industria e le infrastrutture necessarie al paese. Ne furono esempi lo sviluppo dell’industria siderurgica, quello della rete telefonica e la costruzione dell’Autostrada del sole, iniziata nel 1956. A partire dal 1960 a capo dell’istituto fu nominato il democristiano Giuseppe Petrilli, il quale sviluppò l’idea che attraverso l’IRI le imprese fossero utilizzabili per finalità sociali e che lo Stato dovesse farsi carico dei costi e delle diseconomie generati dagli investimenti. In definitiva l’IRI non doveva necessariamente seguire criteri imprenditoriali nella sua attività, ma investire secondo quelli che erano gli “interessi della collettività”, anche quando ciò avesse generato “oneri impropri” cioè investimenti non economici. Critico verso la prassi assistenzialista, il liberista Einaudi ebbe a dire: “ L’impresa pubblica se non sia informata a criteri economici, tende al tipo dell’ospizio di qualità”. L’IRI operò efficacemente ed efficientemente sino al 1963, successivamente, con il cambiamento dell’indirizzo politico, seguì scriteriatamente una politica di assegnazione e distribuzioni di posti e cariche con logiche partitiche, clientelari e diseconomiche. Allo snaturamento dell’IRI, per la privazione dei suoi originari obiettivi e la carenza di personalità competenti, conseguì la burocratizzazione. La fine sopravvenne nel 1994 con lo spezzatino e la svendita.

Lentamente, ma progressivamente negli anni, tutta la pubblica amministrazione e gli enti locali subirono le logiche della burocratizzazione e del clientelismo a scapito della efficienza. La giustizia civile divenne sempre più lenta e la litigiosità in Italia crebbe assieme al numero delle cause e degli avvocati (pare che oggi il solo Lazio ne abbia più dell’intera Francia). Oggi la pressione fiscale è superiore alla media europea e il costo del lavoro più alto rispetto ad altri paesi (in particolare quelli dell’Est Europa). Lo stato italiano è un pessimo pagatore, si parla di pagamenti che vanno spesso ben oltre i 120 giorni. L’insieme di questi fattori spiega perché gli imprenditori italiani tendano a de localizzare e quelli stranieri a tenersi alla larga dal Bel Paese.

Ancora due notazioni riguardanti gli anni sessanta. Nel 68 scoppiò in Italia (come nel resto d’Europa; negli USA era iniziata nel 64) la rivolta studentesca: all’inizio le rivendicazioni avevano come obiettivo la riforma dell’università e, in particolare la eliminazione delle logiche baronali imperanti nell’accademia. Successivamente la protesta divenne politica e ideologica.

Marx, Mao, Ho Chi Minh!
Marx, Mao, Ho Chi Minh!

 

 

 

 

 

 

 

Il 1969 fu l’anno dell’ “Autunno caldo”. I sindacati, che nelle democrazie liberali dovevano tutelare gli interessi dei lavoratori nei confronti del padronato e degli imprenditori, iniziarono ad indire sempre più spesso scioperi contro i governi e le scelte politiche per ottenere consenso, regalie, clientele e vantaggi che alla lunga avrebbero accresciuto enormemente il debito pubblico.

Il grafico, riportato sotto per concludere, mostra come negli anni compresi tra l’inizio della ricostruzione (1945) e la fine del Boom economico (1966) il debito pubblico sia cresciuto in modo equilibrato parallelamente al PIL (circa 6% annuo), in modo tale che in quegli anni il rapporto Debito/PIL rimanesse all’incirca costante. Successivamente, in tutti gli anni dei governi di centro-sinistra e poi anche dopo la creazione del PDS (1991), il rapporto Debito/PIL è continuato a crescere (sino al 1994) mostrando uno stato che, per volere dei suoi governanti e delle molte clientele, viveva al di sopra delle sue possibilità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel 1970 iniziarono gli “anni di piombo” e la stagione cupa del terrorismo delle Brigate Rosse, ma questo è un capitolo successivo, che esula dalla storia tracciata in queste pagine.

Riferimenti

Gli amici dell’antica Pesa

I Protagonisti

Libri e articoli

 

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