Intervista a Enrico Giusti

Tratto da
M. Bertolani, Professione matematico, SciBooks edizioni, Pisa, 2005

Per gentile concessione dell’editore

Enrico Giusti

Nato a Firenze nel 1940 e laureatosi in Fisica a Roma nel 1963, Enrico Giusti è professore ordinario di analisi matematica presso l’Università di Firenze, dove, dal 1980 fino a qualche anno fa, ha insegnato tale disciplina, e adesso tiene un corso di storia delle matematiche. Dopo la laurea, ha svolto attività didattica e di ricerca all’Università della California, alla Stanford University e all’Australian National University di Canberra. I suoi interessi professionali hanno riguardato principalmente le equazioni alle derivate parziali, le superfici minime, la geometria differenziale e la storia della matematica, con qualche incursione nella filosofia della matematica. Attualmente si occupa soprattutto di promuovere e gestire "Il Giardino di Archimede", il primo museo completamente dedicato alla matematica e alle sue applicazioni. Vincitore, nel 1978, del premio Caccioppoli, ha pubblicato numerosi lavori scientifici collaborando con alcuni dei maggiori matematici italiani. Inoltre, è autore di vari testi didattici e divulgativi, l’ultimo dei quali, La matematica in cucina, è da poco uscito.
D.: Professor Giusti, inizi pure a parlarci di lei…
R.: Ho 64 anni, vivo a Firenze, e da circa tre anni a questa parte mi occupo essenzialmente del "Giardino di Archimede", un museo interattivo che ha lo scopo di avvicinare il pubblico alla matematica. Ho iniziato la mia carriera scientifica laureandomi, nel 1963, in fisica all’Università di Roma. Dopodiché, ho lavorato un po’ nel campo della fisica delle particelle elementari, ma senza troppo costrutto; e in seguito mi sono dedicato alle equazioni alle derivate parziali, al calcolo delle variazioni e, soprattutto, alle superfici minime. Questo fino agli anni Ottanta, o poco oltre, quando ho cominciato a lavorare nel campo della storia della matematica, di cui ancora adesso occasionalmente mi occupo. Inoltre, all’incirca dalla metà degli anni Novanta, mi dedico alla divulgazione in ambito museale attraverso il "Giardino di Archimede".
D.: Come si è avvicinato alla scienza? Da piccolo immaginava che un giorno sarebbe diventato un matematico?
R.: Direi che da piccolo non immaginavo proprio di diventare un matematico, e infatti all’università mi iscrissi al corso di laurea in fisica. L’idea di scegliere una facoltà di tipo scientifico piuttosto che una di tipo umanistico, invece, mi fu chiara sin dal ginnasio, e forse anche da prima. Ho sempre nutrito, sin da bambino, una passione – sebbene molto latente – per i giochi scientifici, soprattutto per quelli di carattere matematico. Inoltre, a scuola la matematica è sempre stata una delle mie materie preferite. Nella mia famiglia non c’erano, almeno nelle ultime 4-5 generazioni, persone che si interessassero di scienza: perciò in casa non vi erano nemmeno libri riguardanti la matematica o la fisica. Dunque, la "colpa" dell’essermi occupato di scienza è sicuramente tutta mia!
D.: Ha degli interessi, degli hobby, al di fuori della matematica? E pratica, o ha praticato, degli sport?
R.:Li ho praticati, ma come fanno un po’ tutti, cioè non in maniera maniacale. In passato ho giocato a pallone – non in una squadra vera, però! – e ho praticato lo sci, rimanendo sempre sulla pista dei "conigli". Adesso vado in palestra, sia pure solo ogni tanto. Per il resto, mi piace molto ascoltare la musica: un mio cruccio è proprio quello di non avere mai imparato a suonare uno strumento. In verità, vi ho provato alcune volte, senza però portare mai a termine l’impresa, come del resto è accaduto con il tedesco: ho cominciato a studiarlo forse una dozzina di volte, ma senza mai andare oltre i rudimenti, per cui sono appena capace di dire "buonasera". Mi piace un po’ tutta la buona musica, dalla leggera alla classica. Inoltre amo leggere, fin da piccolo, perché i primi libri li trovai nella biblioteca di famiglia. Cominciai, come tutti i bambini dei miei tempi, leggendo i romanzi di Salgari, il libro Cuore, che si studiava a scuola, e vari romanzi d’avventura; poi, crescendo, sono passato alla letteratura, e oggi leggo di tutto.
D.: Come è iniziata la sua carriera di matematico?
R.: Dopo essermi laureato in fisica a Roma, per una serie di circostanze fortuite venni a Firenze, dove per un paio di anni svolsi ricerca in fisica teorica presso l’INFN, l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare. Come spesso accade, la vita è determinata da circostanze o da coincidenze all’apparenza del tutto insignificanti: nel mio caso, fu decisiva la presenza di un mio collega e compagno di studi all’università, Giuseppe Da Prato, che era un anno avanti a me e che, una volta laureatosi, era andato a Pisa ad insegnare matematica. Egli veniva a tenere lezioni di metodi matematici a Firenze, dove io seguivo un corso di specializzazione in fisica teorica. Parlando con lui, espressi la mia insoddisfazione per lo studio della fisica teorica, e così egli mi propose di raggiungerlo all’Università di Pisa, al corso di laurea in matematica. Andai dunque a Pisa per parlare con il professor Sergio Campanato, il quale mi offrì un posto di assistente; e due giorni dopo mi trasferii in quella città per occuparmi di analisi matematica, un campo in cui non avevo mai lavorato.
D.: Questa fu per lei una svolta sostanziale…
R.:Sì, perché all’epoca Pisa rappresentava un "vulcano" nel campo della matematica, in quanto vi erano non dico la totalità, ma senza dubbio la gran parte dei migliori matematici italiani. Tanto per renderne un’idea, basti dire che un matematico americano, quando veniva in Europa, passava sicuramente da Pisa, un posto dove circolavano un po’ tutte le idee più importanti, per cui se ne poteva sempre "intercettare" qualcuna. In quel periodo, lavoravano a Pisa Enrico Bombieri, Ennio De Giorgi, Guido Stampacchia e Aldo Andreotti, solo per citarne alcuni. Bombieri in seguito andò a Princeton, mentre gli altri, purtroppo, non sono più in vita. E, a mio avviso, non sono ancora emersi gli eredi "veri" dei vari De Giorgi, Stampacchia, Andreotti; non dico di Bombieri, perché egli è ancora vivo e attivo… Naturalmente si sono avuti nuovi bravi matematici, ma quella generazione di persone di altissimo livello internazionale non esiste più. Anche la generazione immediatamente successiva, cioè quella di cui facevamo parte io, Giuseppe Da Prato e altri, era formata da persone poi andate in giro per l’Italia: praticamente, quasi nessuna di esse è rimasta a Pisa. Alcuni, come Da Prato, vi tornarono dopo qualche tempo; ma quel periodo particolarmente roseo – anche dal punto di vista della mia gioventù – non c’è più: è ormai passato.
D.: La sua carriera, poi, come è proseguita?
R.:Il passo successivo a quello di assistente era, all’epoca, quello di professore ordinario, perchè allora non esistevano né i dottorati di ricerca né le qualifiche di ricercatore e di professore associato; di conseguenza, il cammino era in realtà molto più semplice rispetto ad oggi. Io divenni ordinario nel 1971, vincendo il concorso per la classe di analisi matematica. La comunicazione mi arrivò negli Stati Uniti, e precisamente in California, dove trascorsi un anno, prima a Berkeley e poi a Stanford. Una volta vinto il concorso di ordinario, mi recai a L’Aquila, città in cui rimasi tre anni. Poi andai a insegnare a Trento, dove trascorsi altri tre anni, e dove l’università si presentava come un ambiente molto vivace, per quanto fosse nuova e piccolissima: eravamo due soli ordinari di matematica! In seguito tornai a Pisa per due anni, e nel 1980 venni qui all’Università di Firenze, dove, fino ad alcuni anni fa, ho insegnato analisi matematica, mentre ora insegno storia delle matematiche.

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