“La formula del professore” di Yoko Ogawa, Un omaggio all’amore per la matematica

Un ex docente universitario di teoria dei numeri di sessantaquattro anni e una governante nemmeno trentenne, ragazza madre di un ragazzino di dieci anni: questi sono i due protagonisti del romanzo “La formula del professore” di Yoko Ogawa, considerata tra le più importanti scrittrici giapponesi contemporanee.

La giovane governante, nonostante avesse i brividi solo alla vista di un libro di testo di matematica, “tanto profondo era il [suo] odio per quella materia”, trova nella matematica un ottimo argomento di conversazione con il professore: “I problemi che mi proponeva il professore mi entravano nella testa con naturalezza”, forse “perché il suo metodo di insegnamento era molto efficace. I suoi sospiri di meraviglia davanti a un’espressione aritmetica, il modo in cui ne elogiava la bellezza e il luccichio dei suoi occhi bastavano da soli a esprimere il profondo significato che la matematica aveva per lui.”

In effetti, dalle pagine del romanzo sembra emergere la “ricetta” per coinvolgere gli alunni, perché insegnare non significa solo trasmettere saperi ma anche e soprattutto accendere passioni: “Nel breve periodo in cui avevo conosciuto il professore, senza rendermene conto avevo imparato a usare l’immaginazione per avvicinarmi alle cifre e ai simboli, come se fossero musica o racconti letterari.”

Il professore in questione ha frequentato l’università di Cambridge e, al termine del dottorato di ricerca, ha accettato un incarico presso l’Istituto di ricerche matematiche dell’Università. Nel 1975 è rimasto vittima di un incidente stradale, che gli ha procurato danni irreparabili al cervello: la sua memoria si è fermata al giorno dell’incidente e ora non supera gli 80 minuti.

I due protagonisti, il professore e la governante, trovano un legame espresso da due numeri amici, 220 e 284: 220 ricorda la data di nascita della governante e 284 è il numero che si trova sul retro dell’orologio del professore, ricevuto in regalo dal rettore dell’università.

Quando la governante porta anche il figlio al lavoro con lei, il professore manifesta un sincero affetto per il ragazzo, che soprannomina Ruto – che significa radice quadrata – per la forma piatta della testa. “Per il professore Ruto era come i numeri primi. Quanto questi erano per lui la base di tutti i numeri naturali, tanto i bambini erano il nucleo vitale ed essenziale della vita degli adulti.”

La formula del professore di cui parla il titolo del libro è in realtà l’identità di Eulero: un giorno, il professore assiste a un acceso confronto tra la propria cognata e la governate e lui lo interrompe scrivendo su un foglio l’identità di Eulero e mettendo il foglio al centro del tavolo, poco prima di andarsene lasciandole sole. “Nessuno aprì più bocca.”

La bellezza della matematica riesce a fermare la discussione delle due donne, perché “l’identità di Eulero era una stella cadente che illuminava le tenebre, era il verso di una poesia inciso in una grotta avvolta dall’oscurità”: la governante è così colpita da questa bellezza che tiene per sé il foglietto.

L’atteggiamento del professore, la sua capacità di meravigliarsi, il suo considerare l’ignorare “un punto di partenza per arrivare a una nuova verità”, aprirà la mente della governante e del figlio, tanto che questi deciderà poi di diventare insegnante di matematica.

“La verità in matematica si cela furtiva alla fine di una strada mai percorsa, all’insaputa di tutti. Ma non è detto che si trovi sulla cima, potrebbe starsene tra le rocce di un ripido precipizio, oppure in fondo alla valle.”

Daniela Molinari

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