Il prisma e il pendolo di Robert P. Crease

«Il prisma e il pendolo»: il titolo, traduzione letterale di quello originale, indica due semplici strumenti che sono serviti per fare esperimenti importanti, come introduzione all’idea di bellezza che l’autore ci vuole trasmettere.

Insegnante di filosofia presso la Stony Brook University di New York, Crease, dopo una chiacchierata con il premio Nobel per la fisica Glashow, si rende conto che alcuni esperimenti possono essere considerati belli: ma quali sono gli esperimenti davvero belli? E cosa significa bellezza?
Il libro è un tentativo di dare una risposta ad entrambe le domande: per scegliere «i dieci esperimenti più belli nella storia della scienza», nel 2002 Crease lanciò un sondaggio per i lettori della rivista internazionale Physics World, sulla quale l’autore tiene una rubrica. La risposta fu sorprendente, visto che sono stati nominati più di trecento esperimenti, che coprivano ogni campo scientifico. Inoltre, il sondaggio venne ripreso anche da altri gruppi di discussione su Internet e questo fornì ulteriori candidati. L’autore scelse allora gli esperimenti nominati più spesso.
Per rispondere, invece alla seconda domanda, ha proposto una decina di piccoli saggi: dopo aver descritto ogni esperimento, partendo dal contesto storico, soffermandosi sulla vicenda umana del protagonista e spiegando le implicazioni scientifiche generate poi dalla scoperta, l’autore dedica una manciata di pagine agli “interludi”, che descrivono l’idea di bellezza sottesa dall’esperimento.
La bellezza della scienza ha un ruolo da protagonista, ma non manca il risvolto della passione: spesso, nelle storie dei protagonisti della fisica, possiamo leggere di accese dispute e contrasti, dimostrazione della passione che ogni scienziato regala al proprio lavoro. I ricercatori ci sembrano a volte freddi e asettici studiosi della natura, alla ricerca di ciò che è funzionale, come se la scienza fosse una «semplice manipolazione di un insieme di strumenti che produrrebbero quasi automaticamente dati corretti», ma spesso è la ricerca della bellezza che guida la scoperta scientifica, tanto che «in momenti di spontaneità e di assenza di vigilanza, gli scienziati applicano la parola “bello” a risultati, tecniche, strumenti, equazioni, teorie e, cosa forse più interessante, a quei motori del progresso scientifico che sono gli esperimenti». Un esperimento, anche se rozzo, è bello se «rivela qualcosa di profondo sul mondo, se lo mostra in un modo semplice e diretto», un esperimento è bello quando «altera la comprensione» che abbiamo del mondo ed ancora, è bello se riesce ad essere definitivo, rispondendo a tutte le nostre domande al riguardo.
In ogni caso, la bellezza è quanto di più lontano ci possa essere dall’utilità: Crease ruba le parole a Henri Poincaré per chiudere la sua trattazione: «Lo scienziato non studia la natura perché sia utile farlo. La studia perché ne ricava piacere: e ne ricava piacere perché è bella. Se la natura non fosse bella, non varrebbe la pena di conoscerla e la vita non sarebbe degna di essere vissuta.»

I dieci esperimenti sono presentati secondo una progressione cronologica che implica anche una progressione di difficoltà: si comincia con Eratostene che misura, grazie alla geometria, la circonferenza terrestre e si conclude con l’esperimento dell’interferenza quantistica degli elettroni singoli. La disposizione cronologica, nell’intenzione dell’autore, «dà un forte senso della vastità del cammino compiuto dalla scienza nel corso di quasi 2500 anni».
L’autore si destreggia bene nelle spiegazioni: sa descrivere adeguatamente tutti gli esperimenti e, per questo motivo, il libro può rappresentare non solo un approfondimento personale, un viaggio guidato nel mondo della fisica, ma anche un ottimo strumento per gli insegnanti di fisica, che possono servirsene per introdurre gli argomenti o per approfondire le descrizioni degli esperimenti, regalando un tocco di umanità ai protagonisti della fisica.
Daniela Molinari

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