Kary Mullis, geniale ed eccentrico

Kary Mullis è un premio nobel per la chimica. Desistete subito dall’immaginare un attempato signore dalla tipica aria accademica con tanto di giacca di tweed, papillon e magari una pipa. Immaginate piuttosto un eccentrico personaggio che con la tavola da surf sotto il braccio, racconta tranquillamente delle sue sbornie e del suo rapporto con gli stupefacenti.

Mullis è una persona particolare in tutto, al di sopra delle righe in ogni sua manifestazione. Insaziabilmente curioso, trasparente, schietto, irriverente. Sicuramente unico. Il suo libro Ballando nudi nel campo della mente, fornisce un’idea abbastanza chiara della sua vita stravagante.

Da questo insolito e straordinario testo possiamo estrapolare due riflessioni molto interessanti.

La prima riguarda il monito relativamente a quali dovrebbero essere i campi di ricerca cui dare priorità. “Ci siamo fatti distrarre dal piacere di essere i re dell’esistenza e gli inventori del pensiero”, sostiene Mullis, “forse stiamo cercando nel posto sbagliato trascurando il fatto che la nostra esistenza su questo pianeta non è mai stata garantita”. Insomma, dal suo punto di vista, “si stanno esplorando regioni della realtà in cui i nostri sensi non ci danno risposte davvero sensate, mentre ci sono realtà evidenti e verificabili che richiedono la nostra immediata attenzione.Studiamo i nostri sensi, e il modo di trarne vantaggio. Non investiamo tempo e risorse per studiare cose talmente piccole o talmente grandi da farci solo gonfiare di orgoglio alla stregua di semidei. Siamo mammiferi, e non abbiamo ancora esaurito i piccoli, fastidiosi problemi che ci riguardano”.

Mullis dice chiaramente che sarebbe più opportuno finanziare quel genere di fisica che potrebbe avere ricadute concrete.

“Gli scienziati dovrebbero occuparsi di problemi importanti che possono essere risolti piuttosto che sprecare il proprio tempo in settori che possono essere affascinanti ma hanno poco a che vedere con le nostre vite e con i nostri sensi”.

In conclusione la domanda è: perché volgere lo sguardo altrove quando invece esistono già un bel po’ di problemi che richiederebbero tutta la nostra attenzione?

Ad esempio il clima, o più semplicemente le previsioni meteo, rappresentano sicuramente un fenomeno che meriterebbe molta più dedizione.

Un altro fenomeno altrettanto importante è il rischio di impatto con oggetti vaganti nello spazio.

È successo spesso nella storia del nostro pianeta e potrebbe succedere ancora. “Quanto spesso succedono sulla terra cose come l’impatto della cometa Shoemaker-Levy 9 su Giove avvenuta nel 1994?” L’asteroide battezzato 4179 Toutatis attraversa l’orbita terrestre e la sua larghezza di 2,9 miglia non va certo trascurata. E’ già passato una volta a meno di 3 milioni di miglia dalla terra, una distanza solo apparentemente rassicurante se valutata nella scala di grandezze orbitali.

Senza mezzi termini, Mullis afferma chiaramente che dedicherebbe a questo problema il 90 per cento degli attuali investimenti destinati alla fisica e solo il restante 10 per cento a tutte “le altre banalità che riguardano la nostra insaziabile esigenza di pensare che siamo in grado di comprendere la natura fondamentale dell’universo”.

La determinazione delle sue posizioni deriva da un fatto incontestabile e cioè, “non siamo più i topi d’albero che eravamo 65 milioni di anni fa, e i dinosauri non calpestano più la terra. Ma di fronte agli asteroidi siamo indifesi come lo eravamo allora”.

La seconda interessante riflessione riguarda il fatto che l’espressione metodo scientifico, spesso, è soltanto un modo di dire altisonante e nulla più. Mullis racconta che da ragazzo credeva ingenuamente che il mondo fosse un posto sicuro, “custodito da una élite di provata saggezza cui era stato affidato il compito di proteggere noi e il pianeta”. Questa convinzione venne sgretolata nel 1968 quando, da studente poco più che ventenne, propose un suo articolo a Nature, la più prestigiosa rivista scientifica del mondo. L’articolo, intitolato L’importanza cosmologica dell’inversione del tempo, era una descrizione molto fantasiosa dell’intero universo, dall’inizio alla fine. L’articolo fu accettato!

Sottolineiamo meglio questo concetto: Nature, la più importante rivista scientifica del mondo, aveva accettato e pubblicato l’articolo di uno sconosciuto ventenne che si era divertito a fantasticare sull’universo!

Da quel momento, Mullis inizia a ricevere lettere da ogni parte del mondo. Agenzie di stampa internazionale annunciavano che “uno scienziato americano si dice seriamente convinto che metà della materia che compone l’universo vada indietro nel tempo”.

Fu proprio all’apice di questo clamore che Mullis comincia seriamente a preoccuparsi e a sospettare che il mondo della scienza non fosse esattamente come lo aveva immaginato. Era solo l’articolo di uno spensierato ventenne e proprio per questo cominciò a chiedersi: “Chi era stato a promuovermi? Perché le agenzie avrebbero dovuto riprendere l’articolo e pubblicarlo sui giornali di tutto il mondo? Non ero davvero un astronomo qualificato: cosa ne sapevo io dell’universo?”

La storia ha del grottesco.

“Persi il mio antico convincimento che ci fossero persone più sagge e più anziane di me che tenevano d’occhio la bottega. Se ci fossero state, non avrebbero consentito che il mio primo articolo da studente sulla struttura dell’universo fosse pubblicato sulla più prestigiosa rivista scientifica del mondo”.

Diversi anni più tardi Mullis diventa ufficialmente uno scienziato professionista e inventa la reazione a catena della polimerasi che più avanti lo avrebbe portato al Premio Nobel. Non si trattava più delle fantasie di un ragazzino, ma della consapevolezza di uno studioso che sa bene di aver scoperto qualcosa di straordinario.

Quella scoperta, non aveva dubbi, si sarebbe diffusa velocemente. Nature avrebbe pubblicato il suo rivoluzionario articolo. E invece no, lo respinsero. E lo respinse anche «Science», la seconda rivista più prestigiosa al mondo. Entrambe le riviste suggerirono a Mullis di tentare la pubblicazione con qualche rivista minore.

“Questa esperienza mi insegnò un paio di cose e mi fece crescere un altro po’”, conclude amaramente Mullis, “Non ci sono saggi seduti lassù a contemplare il mondo dall’osservatorio privilegiato… assicurandosi che la cultura da loro accumulata venga utilizzata”.

Domenico Signorelli

Commenti

commenti