Nonna AdA di Frascati

La European Physical Society è un’organizzazione senza fini di lucro, il cui scopo è quello di promuovere la fisica e i fisici in Europa: è stata istituita formalmente nel 1968 e ne fanno parte circa 40 paesi, oltre a 3000 membri individuali. Proprio questa Associazione ha designato AdA, il sincrotrone di Frascati, come luogo storico, in quanto “parte del patrimonio scientifico dell’Italia e dell’Europa”.

Secondo le parole di Luisa Cifarelli (prima presidente donna della European Physical Society), “con questa iniziativa l’EPS mira a identificare un nuovo tipo di patrimonio dell’umanità: quello scientifico-culturale”.

Vediamo in cosa consiste AdA e qual è la sua importanza per la fisica.

La nascita di AdA può essere considerata una delle conseguenze del nuovo indirizzo sancito dal Congresso di Fisica Nucleare organizzato da Corbino e Fermi nel 1931 a Roma, un evento che “segna l’entrata ufficiale del nostro Paese nel campo delle nazioni capaci di dare contributi originali allo sviluppo delle scienze fisiche”. E non è quindi un caso che nel gruppo di Frascati troviamo anche Edoardo Amaldi, l’unico dei ragazzi di via Panisperna rimasto in Italia.

Già dal 1936 Fermi aveva cercato di dotare la fisica italiana di una macchina acceleratrice competitiva sul piano internazionale e di un laboratorio adeguato, realizzando, con Rasetti e Amaldi, un piccolo prototipo.

Negli anni Cinquanta, le migliorate condizioni economiche consentono di progettare un nuovo acceleratore e nel 1956 si avvia la costruzione in aperta campagna, vicino a Frascati, del laboratorio che ospiterà l’elettrosincrotrone. Nel 1958, cominciano le prove di accelerazione e il 7 marzo del 1960, durante un seminario, Bruno Touschek descrive un anello di accumulazione per elettroni e positroni: l’idea pareva impossibile da realizzare.

Nelle parole di Carlo Bernardini, che prese parte al progetto, si coglie tutto l’entusiasmo dell’epoca: “Eravamo incredibilmente entusiasti perché si trattava di un esperimento in terra incognita: sapevamo che se fossimo riusciti a far funzionare il prototipo sarebbe cambiato per sempre il panorama di questo tipo di attività, così come poi è stato”.

Meno di un anno dopo, il 27 febbraio del 1961, vennero registrati i primi elettroni accumulati. Bruno Touschek mostrò tutte le sue abilità in questo progetto: nato come fisico teorico, e tra i più astratti in circolazione, divenne un fisico applicato e Giorgio Salvini, Edoardo Amaldi e Felice Ippolito reperirono i fondi per realizzare l’impresa in fretta. Tra le grandi risorse intellettuali che permisero la realizzazione del progetto c’erano Giorgio Ghigo e Grianfranco Corazza.

Nel 1963 i fisici si accorsero che la vita media di un fascio diminuiva all’aumentare del numero di particelle accumulate: “Fu un’osservazione drammatica: sembrava la condanna a morte degli anelli. Bruno si allontanò alle 5 del mattino e andò al Café de la Gare a bere il suo prediletto Rosé Sec con gli operai che arrivavano da Parigi. Tornò eccitatissimo alle 6 e mezza.” Aveva capito che il problema comprometteva il funzionamento di AdA, ma non avrebbe impedito il funzionamento di una macchina più grande.

Per questo motivo, la vita scientifica di AdA fu molto breve, ma costituì una pietra miliare della storia della scienza: è stata il capostipite di generazioni di acceleratori. Nei suoi tre anni di vita, i fisici poterono osservare il comportamento della materia in condizioni altrimenti impensabili.

Ghigo, Salvini, Touschek, Corazza e Bernardini decisero di chiamare il collisore AdA (acronimo di Anello di Accumulazione), convinti che l’accumulazione dei fasci rappresentasse il problema maggiore. Inoltre Bruno aveva una zia di nome Ada e il 27 febbraio del 1961, il giorno in cui i fisici ottennero la prima accumulazione di elettroni e positroni, era l’anniversario della sua morte, una coincidenza che colpì molto Touschek, che continuava a raccontarla a tutti.

AdA era composta da un anello magnetico di sole 8 tonnellate con 4 metri di circonferenza: è come il Large Hadron Collider di Ginevra, ma, come sottolinea Bernardini, “la prima è un microbo, il secondo è come un essere umano”.

Nel 1962 si realizzò il gemellaggio con la Francia, con Orsay, dove c’era un acceleratore lineare. Il gemellaggio costò ai fisici un impegno non da poco: partivano il venerdì mattina e tornavano il lunedì o il martedì successivo. Sempre stando alle parole di Carlo Bernardini: “In quel periodo ho dormito molto poco. Eravamo tutti con famiglia, i bambini crescevano e noi ce ne stavamo lì, ad accumulare particelle. C’era anche molta cocciutaggine, una delle doti più importanti per un ricercatore. Da tutte le parti era pieno di uccelli del malaugurio: ci dicevano che era impossibile, che non ce l’avremmo mai fatta. La nostra ostinazione aumentava proprio grazie a questi gufi”.

Daniela Molinari

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