Quando la fisica occidentale incontra la spiritualità orientale

Esplorare il mondo submicroscopico significa convincersi sempre più del fatto che “il mondo è un insieme di componenti inseparabili, interagenti e in moto continuo, e che l’uomo è parte integrante di questo sistema”. Con queste parole, Fritjof Capra, nel suo libro Il Tao della fisica, inizia un lavoro di ricerca col quale si prefigge di far emergere le notevoli analogie tra la fisica occidentale e la spiritualità orientale.

La mente dell’uomo ha a disposizione due vie per raggiungere la conoscenza, una via razionale e una via intuitiva. La prima è associata alla scienza, la seconda è associata alla religione. In Occidente ha sempre prevalso il razionalismo come strumento di indagine, mentre in Oriente vi è stato un atteggiamento opposto.

Secondo Capra, l’approccio rigorosamente razionale della scienza occidentale porta con sé un’intrinseca difficoltà di comprensione della realtà e di conseguenza anche di comunicazione e divulgazione dei risultati raggiunti. Perciò, pur riconoscendo al metodo razionale il ruolo più importante nel processo di ricerca della conoscenza, ne evidenzia tuttavia i limiti sostenendo che, senza l’intuito, le conoscenze razionali rimarrebbero soltanto un insieme di dati che difficilmente troverebbe una coerente giustificazione. In questo lavoro affiorano dunque le affinità tra modalità occidentale di ricerca della conoscenza e modalità orientale di ricerca interiore, entrambe basate sull’esperienza.

La caratteristica fondamentale che sta alla base delle filosofie mistiche orientali è “la consapevolezza dell’unità e della mutua interrelazione di tutte le cose e di tutti gli eventi, la constatazione che tutti i fenomeni del mondo sono manifestazioni di una fondamentale unicità”.

In maniera sorprendente, l’unicità dell’universo rappresenta anche la rivoluzionaria conclusione alla quale è pervenuta la fisica moderna. “Studiando i vari modelli della fisica subatomica vedremo che essi esprimono ripetutamente, in modi diversi, la stessa intuizione: i costituenti della materia e i fenomeni fondamentali ai quali essi prendono parte sono tutti in rapporto reciproco, interconnessi e interdipendenti; non possono essere compresi come entità isolate, ma solo come parti integrate del tutto”.

Che il solo approccio razionale non fosse sufficiente per comprendere a fondo la fisica moderna, era stato più volte messo in evidenza dai suoi stessi padri fondatori che, in più occasioni, avevano denunciato carenze nei metodi d’indagine, carenze nella giustificazione logica e carenze nel linguaggio.

Insomma, per quanto la meccanica quantistica poggi su una soddisfacente trattazione matematica che le ha permesso di essere universalmente accettata, l’interpretazione verbale è molto meno convincente e ancor meno lo è la possibilità di divulgazione e diffusione.

E’ di grande effetto la somiglianza che si può ravvisare tra alcuni scritti dei grandi fisici dei primi del novecento e alcuni estratti di testi sacri orientali. Mentre da un lato Niels Bohr spiega che: “le particelle materiali isolate sono astrazioni, poiché le loro proprietà sono definibili ed osservabili solo mediante la loro interazione con altri sistemi”, dall’altro lato i mistici orientali affermano che: “le cose derivano il loro essere e la loro natura dalla mutua dipendenza e non sono nulla di per se stesse”.

Gli sconvolgenti paradossi che nacquero con la fisica quantistica, fecero vacillare i rigidi schemi che la logica occidentale aveva da sempre usato come faro illuminante e arbitro di discernimento. La realtà atomica sgretola ogni possibilità di certezza e fonde gli opposti in un limbo nel quale l’essere e il non-essere possono coesistere simultaneamente. Robert Oppenheimer spiegava tutto questo, con le seguenti parole: “…alla domanda se la posizione dell’elettrone resti sempre la stessa, dobbiamo rispondere no; alla domanda se la posizione dell’elettrone cambi col passare del tempo, dobbiamo rispondere no; alla domanda se esso sia fermo, dobbiamo rispondere no; alla domanda se esso sia in movimento, dobbiamo rispondere no”.

Le stesse considerazioni le troviamo nell’approccio mistico orientale che, da sempre, è stato improntato al rifiuto delle rigorose contrapposizioni che portano a rappresentare la realtà come un continuo avvicendarsi di opposti. Nelle Upanisad, i testi religiosi e filosofici indiani, si dice: “Costui si muove, Costui non si muove; Costui è lontano, Costui è vicino; Costui è all’interno di questo Tutto, Costui è anche all’esterno di questo Tutto”.

Dinanzi ad una realtà che non ha più contorni netti e che non può essere inquadrata in paradigmi fissi, la mente non ha altra soluzione che continuare a muoversi e a cambiare punto di vista. Questo è ciò che hanno dovuto fare i fisici nel momento in cui hanno accettato, ad esempio, il dualismo onda-particella; questo è ciò che fanno i mistici orientali per interpretare una realtà che si trova al di là degli opposti.

Il Lama Govinda afferma che: “il modo orientale di pensare consiste soprattutto nel girare intorno all’oggetto della contemplazione…un’impressione sfaccettata, cioè pluridimensionale che si forma dalla sovrapposizione di singole impressioni ottenute da punti di vista differenti”.

Niels Bohr aveva ben chiaro il legame tra il pensiero orientale e la sua interpretazione quantistica, a tal punto che, quando la Danimarca gli assegnò un titolo nobiliare come riconoscimento dei suoi grandi meriti e gli fu chiesto di scegliere uno stemma, la sua scelta cadde sull’emblema cinese del T’ai Chi che rappresenta la complementarità degli opposti yin e yang. A tale stemma, Bohr fece aggiungere il motto Contraria sunt complementa, riconoscendo così una profonda armonia tra l’antica saggezza orientale e la scienza occidentale moderna.

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