Passeggiata spaziale

parmitano.pngCon i suoi quasi 37 anni, Luca Parmitano è uno degli italiani più citati nel web in questa estate del 2013 e il motivo è ben noto: è stato il primo italiano a passeggiare nello spazio. Partito il 28 maggio di quest’anno con due compagni, a bordo della navicella Sojuz TMA-09M dal cosmodromo di Bajkonur, in Kazakistan, Parmitano resterà nello spazio fino a novembre per la missione Volare: con il ruolo di ingegnere di volo, ha – tra le altre cose – il compito di gestire le manovre del braccio robotico della stazione, quando arrivano i cargo previsti.

Possiamo seguire il suo lavoro sia attraverso la sua pagina facebook https://www.facebook.com/AstronautLucaParmitano, costantemente aggiornata, sia attraverso il suo blog http://blogs.esa.int/luca-parmitano/?lang=it. E proprio nell’articolo scritto il primo agosto, Parmitano ci racconta la propria routine: dalle pulizie del sabato mattina, svolte volando in assenza di peso al laboratorio della Stazione Spaziale Internazionale, dove si possono sperimentare le tecnologie più avanzate. Tra gli esperimenti scientifici che verranno svolti c’è Green Air, che comprende due esperimenti, uno per lo studio dell’inquinamento e l’altro per l’analisi di un biocombustibile, entrambi di ideazione italiana. I risultati di questi esperimenti avranno un impatto difficile da quantificare e, proprio per l’importanza che rivestono, uno dei compiti di Parmitano è la divulgazione di queste informazioni. Forse proprio per questo motivo, uno dei luoghi virtuali in cui possiamo incontrare Luca è la sua pagina facebook, sulla quale, il 3 agosto, è stata data la possibilità di rivolgergli delle domande. Così leggiamo la sua risposta a chi gli domanda se, nella sua missione, si sia ritrovato ad affrontare qualcosa di inaspettato: “Onestamente no – mi sono sentito subito a mio agio. Ero pronto all’idea che bisogna adattarsi. La meraviglia di essere a 0g, ovviamente, è inimmaginabile” e a chi gli domanda se si sia sentito solo, avvolto dal silenzio e durante l’EVA (Extra Vehicular Activity – Attività extra veicolare), risponde di no.

L’esperienza delle uscite è raccontata dettagliatamente nel suo blog: il 15 luglio 2013, dopo la prima EVA, ci descrive la procedura di preparazione, gli indumenti particolari che ha dovuto indossare, i 40 minuti di ossigeno puro per eliminare l’azoto dall’organismo, i controlli alle tute EMU (Extravehicular Mobility Unit – Unità Mobile Extraveicolare) con la guida del team da terra. E poi la pompa che depressurizza la camera stagna, mentre sembra che tutto attorno a lui si svolga come al rallentatore: “La cacofonia scampanellante dei nostri attrezzi metallici che galleggiano, tutt’a un tratto svanisce”, perché dopo la depressurizzazione, si trovano nel vuoto dove il suono non si trasmette più. “Mi trovo benissimo, a mio agio, nel mio ambiente, che dovrebbe essermi alieno e invece è quasi familiare. Centinaia di ore sott’acqua hanno ottenuto il risultato voluto” e tutto sembra finire in un attimo, anche se sono passate 6 ore e 7 minuti. Nel racconto dell’emergenza della seconda EVA, che è stata interrotta a causa dell’acqua presente nel casco, si percepisce la calma di quest’uomo, che riesce a valutare con serenità anche la gravità di quanto sta succedendo: “La parte superiore del casco è ormai piena di acqua, e non so neanche se la prossima volta che respirerò dalla bocca riuscirò a riempirmi i polmoni di aria e non di liquido.”

I racconti della sua esperienza ci trasmettono l’importanza dell’allenamento e dell’esercizio per affrontare al meglio le situazioni inusuali, la necessità di adattarsi, l’efficacia della forza di volontà: “con uno sforzo di volontà sovrumano mi impongo di riferire a Houston quello che sento” dice parlando dell’emergenza durante la seconda EVA. Ma in tutto questo, non manca il senso di meraviglia, che si percepisce dalle numerose foto che costellano la sua pagina facebook: foto di notte, di giorno, con le nuvole all’orizzonte, i particolari dei deserti, le dune come in un dipinto di Escher, la scia lunghissima di una nave da crociera… Visto da 400 km dalla superficie terrestre, tutto assume un sapore e un significato particolare e Parmitano rinuncia a preziosi momenti di riposo per “incontrare la mia terra come non l’ho ancora vista” e mentre scatta le foto dello “Stivale perfettamente delineato dalle luci che, ininterrottamente dalla punta della Calabria fino alle coste liguri, ne disegnano il profilo come una nuova costellazione nel nero profondo del Mediterraneo di notte”, è consapevole che “nessuna immagine può replicare il senso di meravigliosa fragilità che si sta formando nella mia memoria”.

 Un’esperienza scientifica e, al tempo stesso, un’esperienza di vita molto intensa, come dimostrato dal contenuto dell’ultimo pacco viveri che è stato recapitato sulla Stazione Spaziale: “Sono due quadratini, grandi come un fazzoletto, ritagliati dalle coperte delle mie bimbe. Soffici e profumate, le porto al volto e mi perdo nel dolce odore, unico, inconfondibile delle mie figlie, e del loro abbraccio mi sembra quasi di sentirne il calore, mentre mi lascio avvolgere da quello, affatto diverso, dell’amore di un padre per le sue figlie.”

Daniela Molinari

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