Intervista a Michele Emmer

Tratto da

M. Bertolani, PROFESSIONE MATEMATICO, Interviste scelte a 12 matematici italiani, SciBooks Edizioni, Pisa, 2005

per gentile concessione dell’editore 

Michele Emmer

Nato a Milano nel 1945 e laureatosi in Matematica a Roma nel 1970, Michele Emmer è professore ordinario di istituzioni di matematica presso l’Università di Roma "La Sapienza". In precedenza ha insegnato alle università di Ferrara, L’Aquila, Trento, Sassari, Viterbo e Venezia. I suoi interessi di ricerca hanno riguardato le equazioni alle derivate parziali e le superfici minime. Da trent’anni si occupa di cinema, arte, musica e letteratura. Ha realizzato, in coproduzione con la RAI, oltre una ventina di film sulla matematica, tradotti in diverse lingue e distribuiti in molti paesi. Ha curato, a Napoli, la sezione matematica della "Città della Scienza" e, alla Biennale di Venezia del 1986, la sezione sullo spazio. Ha organizzato svariate mostre e conferenze su matematica e arte, e da una decina d’anni organizza, all’Università di Venezia, convegni sul tema "matematica e cultura". Autore di numerosi saggi, dal 1986 collabora con L’Unità, Le Scienze, Sapere, FMR, Diario e numerose altre riviste.

D.: Professor Emmer, cominci parlandoci un po’ di lei…
R.: Ho appena compiuto 59 anni e vivo a Roma ormai da cinquant’anni, sebbene sia molto legato anche a Venezia, dove ho vari amici e vado spesso. Quest’anno insegno alla facoltà di architettura dell’Università di Roma "La Sapienza", presso la quale tengo alcuni corsi di matematica.
D.: Come si è avvicinato alla matematica?
R.: Ho sempre voluto fare il matematico, e sono stato fortunato, perché ho realizzato il mio sogno. A casa mia non c’erano libri di matematica, perché in famiglia nessuno si occupava di questa materia: in particolare, mio padre Luciano era – ed è tuttora – regista di cinema. Io ho sempre avuto in mente l’idea di studiare matematica, ma non saprei spiegarne il motivo. Certo è che, come dicevo, ho avuto davvero molta fortuna nella mia vita, in quanto sono riuscito a svolgere il mestiere che desideravo. L’unico episodio legato alla matematica che ricordo di quando ero piccolo si riferisce a quando vidi il film Paperino nel regno della matemagica, ma all’epoca avevo già dodici anni.
D.: Oltre alla matematica, il suo grande interesse è il cinema…
R.: Sì, io sono nato e vissuto nel cinema, perché era il mondo di mio padre. Il cinema è sempre stato la mia passione, ha costituito una parte molto importante della mia vita. Da piccolo, ho fatto perfino l’attore in un film di mio padre. Il mio padrino è stato lo scrittore e sceneggiatore Ennio Flaiano. Inoltre, ho conosciuto ben presto Marcello Mastroianni e molti altri grandi attori. Nonostante ciò, non avrei mai pensato che, dopo un certo numero di anni, mi sarei messo anch’io a girare dei film e che, per questa mia attività, avrei pure ricevuto omaggi in festival del cinema indipendente. Il cinema non è però il mio unico interesse. Mi piace molto anche leggere. Ho iniziato con la letteratura russa, perché mia madre è russa, e poi ho letto di tutto: in particolare, letteratura americana, francese e inglese. Da giovane, inoltre, praticavo parecchio sport: ho giocato a tennis per una decina d’anni, e ho partecipato a varie gare di nuoto assieme a mia sorella e a due miei cugini. Io, però, non ero bravo quanto loro, che eccellevano: mia sorella è arrivata, a suo tempo, seconda ai campionati italiani di nuoto nella specialità dorso; e mio cugino li ha vinti, nella specialità rana.
D.: Come è iniziata la sua carriera di matematico?
R.: Nel 1970, io svolsi la tesi su un teorema di Caccioppoli avendo per relatori due matematici, di cui poi uno in particolare – Umberto Mosco – è diventato famoso e ha vinto anche il premio Feltrinelli; l’altro, Andrea Schiaffino, adesso è professore a Roma "Tor Vergata", ma all’epoca era assistente a Ferrara. Casualmente quest’ultimo, pochi giorni dopo la mia laurea, ebbe un posto a Roma, per cui mi chiese se volessi andare a insegnare a Ferrara. All’inizio io fui abbastanza titubante, perché stavo per sposarmi: il trasferimento lo vedevo un po’ complicato, soprattutto per mia moglie. Alla fine, però, andai a Ferrara, capitando nel posto giusto al momento giusto. Infatti, negli anni Settanta, la matematica italiana delle superfici minime era all’avanguardia nel mondo. Il matematico più famoso in questo campo era Ennio De Giorgi, morto nel 1996, tre mesi dopo avermi concesso una lunga intervista televisiva a cui tengo moltissimo. A Ferrara, in particolare, c’era Mario Miranda, l’allievo prediletto di De Giorgi, e in quella città ebbi occasione di incontrare anche Enrico Giusti ed Enrico Bombieri, il quale nel ’76 vinse la medaglia Fields e in seguito si trasferì a Princeton, dove vive tuttora. Quindi io mi ritrovai a lavorare con un gruppo di matematici di altissimo livello. Nel 1973, mi capitò di risolvere un problema, aperto da due secoli, su "superfici minime e capillarità", ottenendo un risultato che successivamente si rivelò utile anche per le sue applicazioni nei voli spaziali della NASA. Il relativo lavoro, pubblicato in italiano su una rivista di Ferrara, fu presto citato a livello internazionale e mi permise di balzare a un certo livello di notorietà, e di diventare quasi immediatamente, dopo soli due o tre anni, assistente e professore incaricato all’Università di Trento. Successivamente, nel campo della ricerca mi trovai nella stessa situazione in cui si trova un regista quando, realizzato un primo film bellissimo, poi non sa cosa proporre nel secondo: di fatto, non mi capitò più di risolvere un altro problema di quella portata.
 

Commenti

commenti

C'è un commento su questo articolo: