Morten Brask, La vita perfetta di William Sidis

Quello di Morten Brask è il “tentativo letterario di mettere in luce in qualche modo il destino di un uomo”, un uomo apparentemente molto fortunato. Il romanzo ci mostra fin dal principio le contraddizioni di questo personaggio geniale: da un lato, un ragazzino di nemmeno dodici anni che parla a dei professori di Harvard ininterrottamente per due ore della quarta dimensione, dall’altro un ultraquarantenne che vive nascondendosi, senza riuscire ad affrontare con serenità la propria genialità, cercando in continuazione la solitudine.

Il testo non segue uno sviluppo lineare, cronologico, ma offre al lettore continui salti temporali, costruendoci l’immagine di William Sidis, con le sue contraddizioni e le sue paure, come in un puzzle. Conosciamo così l’infanzia difficile della madre, cresciuta in Ucraina e gli ideali del padre, russo, che ha rischiato di passare la sua vita in galera per offrire ai contadini una possibilità di riscatto.

La sua infanzia è sorprendente: i genitori, in particolare il padre, sono convinti che lui possa imparare semplicemente per imitazione e gli lasciano quindi la libertà di esplorare, limitandosi a offrirgli degli stimoli e così a tre anni ha già imparato il latino autonomamente e a sei diventa oggetto della curiosità dei giornalisti.

Il suo percorso scolastico è rapido e lo porta a concludere il liceo a soli otto anni. Ha la possibilità di iscriversi a Harvard e comincia il suo percorso nell’ottobre del 1909, ma per sopravvivere ai compagni di scuola e ai loro scherzi non gli resta che una cosa da fare: isolarsi!

Di Harvard gli resta solo Sharfman, che sarà vicino a lui anche poco prima della sua morte. Il suo percorso di laurea lascia la madre molto delusa, visto che non si è laureato con il massimo possibile, mentre il padre guarda oltre, invitandolo a valutare con attenzione le offerte di lavoro: comincia ad insegnare ad Harvard, ma il rapporto con gli studenti non è certo facile.

Poco più che ventenne, proprio grazie ai suoi ideali socialisti, incontra Martha Foley e scopre l’amore: insieme partecipano alla manifestazione del primo maggio, che si conclude in mezzo ai disordini, con il ferimento e l’arresto di molti manifestanti, tra cui William.

Quando comincia il processo che lo vede imputato, i genitori, per salvarlo dal carcere, lo fanno dichiarare mentalmente instabile e lo rinchiudono nel sanatorio che gestiscono. Quando riesce di nuovo a contattare Martha, questa si è ormai costruita una vita, senza di lui.

Dopo un’infanzia piena di promesse e una giovinezza durante la quale si respira solo tristezza, la vita adulta sembra non avere alcuno sbocco: passa da un lavoro a un altro, perché non vuole che si accorgano delle sue doti e, quando gli propongono delle mansioni più adeguate alle sue capacità, si licenzia e cerca altro.

Persino all’ufficio collocamento è costretto a mentire: la sua abilità nel risolvere il test di Stanford-Binet gli guadagna il rimprovero dell’addetto che pensa che abbia copiato, visto che non è possibile che l’abbia fatto tutto giusto.

Sharfman cerca di offrigli un po’ di normalità e lo porta in un bordello, per offrirgli una serata da uomo, ma William cerca quello che gli è stato portato via a vent’anni, cerca l’amore di Martha. Poco dopo, William si sente male per strada e viene ricoverato, per un’emorragia cerebrale: solo Sharfman entra a salutarlo, mentre la madre, fuori con i giornalisti, non osa entrare, dopo che si sono evitati per anni.

William muore solo, a quarantasei anni.

Brask ci guida nell’incontro con William, un incontro che disorienta e lascia molte domande dietro di sé: è davvero impossibile conciliare la genialità con la socialità? Forse non sbagliano gli amici dei genitori quando li invitano a farlo giocare con gli altri bambini, ma come è possibile per William avere un rapporto normale con gli altri bambini quando non ha strumenti per comunicare con loro, visto che non parla la loro lingua? Lui conosce argomenti che a loro non dicono assolutamente nulla e lui non conosce niente della vita di un bambino della sua età.

I suoi genitori sono convinti di avergli offerto il meglio: “Gli ho insegnato a osservare le cose con attenzione, ad analizzare, combinare e trarre conclusioni logiche. […] È questo che ho dato a nostro figlio: un’educazione volta a stimolare le comuni e naturali attitudini all’attività intellettuale che tutti i bambini hanno. Tutti i bambini. Mio figlio non è un genio.” Per quanto William Sidis ci colpisca per la sua genialità, al lettore resta l’impressione che la sua genialità sia stata coltivata più degli affetti: William è cresciuto sproporzionato, con un grande cervello ma un cuore impreparato ad affrontare la vita.

Brask ricostruisce per noi i dialoghi che danno ritmo alla narrazione, traendo ispirazione e attingendo materiale dagli scritti del protagonista, dai giornali dell’epoca, da tutto ciò che è stato scritto su di lui, ma ci ricorda che i ritratti che vengono tratteggiati sono frutto della sua immaginazione.

Daniela Molinari

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