All’affannosa ricerca delle longitudini

Roberto de la Grive, protagonista del romanzo di Umberto Eco “L’isola del giorno prima”, naufraga nell’estate del 1643 nei mari del sud, a bordo di una nave deserta. La sua è “un’iniziazione al mondo secentesco della nuova scienza, della ragion di stato, della guerra dei trent’anni, di un cosmo in cui la Terra non è più al centro dell’universo”.

La vicenda di nostro interesse ha inizio in Francia.

Roberto, in maniera rocambolesca, viene accusato di un delitto. Personaggi che, tra luci e ombre, tramano e ordiscono i disegni politici dello Stato, sfruttano questa situazione per offrire un salvacondotto al malcapitato e così, il protagonista viene portato al cospetto del cardinale Mazarino.

Nel capitolo, che non a caso ha come titolo “La desiderata scienza delle longitudini”, il cardinale spiega che la marina francese è ben poca cosa di fronte a quella dei suoi nemici e questo è fonte di grande preoccupazione. Oltre agli aspetti di natura militare, un’altra questione angoscia seriamente il cardinale e cioè il fatto che, anche in periodi di pace, l’inferiorità navale francese rappresenta un problema altrettanto allarmante, poiché non consente di avvantaggiarsi delle grandi opportunità commerciali che le recenti scoperte geografiche stanno offrendo agli stati europei.

Il cardinale si rammarica del fatto che “in Inghilterra, Portogallo e Spagna non v’è famiglia nobile che non abbia uno dei suoi a far fortuna sul mare; non così in Francia”.

E’ a questo punto che viene proposto a Roberto di imbarcarsi su una nave inglese a bordo della quale si troverà un certo dottor Byrd che, alcune fonti segrete, indicano come l’inventore di un nuovo metodo per calcolare le longitudini.

In un periodo in cui non esisteva certo la rete di satelliti artificiali GPS, che permette di determinare la posizione di un oggetto sulla superficie terrestre con un errore inferiore al metro, la determinazione delle coordinate in mare aperto rappresentava una questione tutt’altro che facile da risolvere.

Come si sa, per individuare univocamente la propria posizione occorrono due informazioni: la latitudine, ovvero la posizione a nord o a sud rispetto all’equatore, e la longitudine, ovvero la posizione a est o a ovest rispetto al meridiano di Greenwich.

Ma se la determinazione della latitudine di un luogo è molto semplice, basta infatti misurare l’altezza di una stella o del Sole al momento della culminazione per poterla calcolare, non altrettanto semplice è conoscere la longitudine, perché essa implica che si conoscano esattamente due orari: quello del meridiano di riferimento e quello del meridiano in cui ci si trova in quel preciso momento. Facendo la differenza fra questi due valori si riesce a determinare la longitudine del luogo.

Naturalmente un marinaio esperto era sempre in grado di conoscere l’ora locale grazie al Sole, ma per conoscere l’ora del meridiano di riferimento, in mancanza di strumenti per comunicare a distanza, occorreva portarsi dietro un orologio che segnasse il tempo di Greenwich, senza commettere errori.

Il rischio era quello di perdersi in mare o di andare a sbattere contro gli scogli in caso di nebbia.

In realtà il problema delle longitudini può essere risolto anche con metodi astronomici, ma l’uso dell’orologio è di gran lunga il metodo più comodo.

A questa spinosa e affascinante ricerca è legato il nome di John Harrison che, a partire dal 1730, dedicò trent’anni della sua vita a costruire l’orologio ideale. Ideale nel senso che doveva avere una serie di caratteristiche che lo rendessero adeguato ad essere caricato su una nave.John Harrison

Un tale orologio non doveva essere quindi troppo ingombrante, non doveva risentire di rollio e beccheggio e doveva rimanere indifferente alla dilatazione e contrazione, cui sono soggetti i metalli, al variare della temperatura. Per ovvie ragioni, la soluzione a pendolo dovette essere scartata. Il meccanismo di oscillazione periodica non fu basato sulla forza di gravità, ma sulla forza elastica di richiamo di due molle orizzontali.

Prima che Harrison realizzasse un orologio con le suddette caratteristiche, tutte le maggiori potenze navali europee dedicarono tempo, risorse ed enormi quantità di denaro nell’obiettivo di ideare un metodo che desse solide garanzie in tal senso.

A Roberto de la Grive, dunque, venne dato quest’incarico di azione di spionaggio. Il destino volle che finisse naufrago nella solitudine della nave che lo ospitava. L’unica speranza era quella di approdare su un’isola che apparentemente gli stava di fronte, ma che la mente ingenua di un uomo del suo tempo vedeva lontana, non solo nello spazio, ma anche nel tempo.

Domenico Signorelli

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