L’ingannevole paternità del premio Nobel

Il premio Nobel è l’onorificenza più prestigiosa al mondo. Soprattutto in ambito scientifico, cioè l’ambito che in questo articolo sarà di nostro interesse, l’assegnazione di tale riconoscimento per straordinari risultati ottenuti in Fisica, Chimica, Medicina ed Economia, rappresenta la più ampia convalida al genio, all’impegno, all’organizzazione.

Il mio ragionamento si concentrerà sui premi Nobel nei quattro campi suddetti per l’ovvia ragione d’interesse specifico del sottoscritto e, con ogni probabilità, dei lettori.

Dicevamo che il Nobel è l’onorificenza più prestigiosa al mondo. Talmente prestigiosa che non è indicativa di nulla se non della genialità dei vincitori e dell’efficienza del gruppo di lavoro. Quello che intendo dire è che un tale riconoscimento rappresenta un picco così elevato di intuito e applicazione, da essere un evento isolato e statisticamente non rappresentativo di altro all’infuori delle capacità dei vincitori. Una mente geniale si può trovare in qualunque parte della Terra. Se nell’elenco dei premi non risultano rappresentanti di determinati paesi, la causa è da ricercarsi esclusivamente nella mancanza di risorse e opportunità e non nella mancanza di intelligenze. L’intuizione di una mente brillante, unita al lavoro metodico, può portare a risultati eccezionali che troveranno conferma nell’ambito premio e ci porteranno a pensare, ancora una volta, che il genio è forse un fluido leggero e misterioso che svolazza e illumina, di tanto in tanto, questa o quella mente.

La distribuzione dei premi Nobel è sufficientemente ampia da indurci a pensare che la genialità sia un evento probabilistico e nulla più. Tuttavia, esistono due esempi che meritano una considerazione diversa. Il primo esempio, che contraddice l’idea fatalistica della distribuzione di genialità, è il CalTech, l’Istituto di Tecnologia della California dove sono stati vinti trentuno premi Nobel in ambito scientifico, molti di più dell’intero palmares italiano che conta venti Nobel, inclusi quelli per la pace e la letteratura. Il secondo esempio di grande impatto è il Politecnico di Zurigo dove si contano ventuno premi Nobel in ambito scientifico: ancora una volta una sola università vanta più riconoscimenti dell’intera nostra nazione.

Perché cito questi esempi? Dove voglio arrivare col mio ragionamento?

E’ presto detto: forse gli straordinari risultati che portano al Nobel, non sono conseguenza di intelligenza casualmente distribuita! Forse non sono neanche frutto di accidentalità biologiche che generano casualmente il genio! A giudicare dai risultati delle due università in questione, viene da pensare che esista un ben preciso metodo di lavoro per ottenere questi stupefacenti traguardi. Entrambi gli Istituti sembrano opifici di premi Nobel e danno l’impressione di conoscere perfettamente quale sia il miglior sistema di lavoro per ottenere grandi risultati.

A questo punto si potrebbe iniziare tutto un discorso per cercare di capire il perché di successi così strabilianti, ma io credo che non basterebbe individuare qualche singolo aspetto per poter giustificare la loro eccellenza. Credo piuttosto che la spiegazione vada cercata nella mentalità con cui questi gioielli della conoscenza svolgono regolarmente le loro attività: come selezionano gli studenti, come reclutano i docenti, come svolgono la didattica, come incentivano il lavoro e lo studio, come trovano le risorse, come valutano le attività svolte, come scelgono su quale ricerca puntare, ecc ecc… In conclusione, sembra che il CalTech e il Politecnico di Zurigo abbiamo scoperto cosa bisogna fare per raggiungere risultati che portino al premio Nobel con una frequenza strabiliante. Sarebbe il caso di prendere a modello questi due baluardi del sapere e smettere di pavoneggiarsi, nella tipica supponenza italiana, continuando a sostenere che questo paese ha dato i natali a Galielo e a Leonardo Da Vinci e insistendo nell’ostensione di qualcosa che oggi rappresenta solo un antico patrimonio artistico e culturale.

Veniamo ora ad un altro aspetto. Sul sito del Politecnico di Zurigo, nella versione inglese, si trova la pagina Nobel Prize Laureates, aprendo la quale si può consultare l’elenco dei vincitori del prestigioso premio. Mi ha molto colpito una frase della breve nota introduttiva all’elenco che riporto tale e quale: “ETH Zurich has association with 21 Nobel Prize winners, who at the time of their awards were engaged as professors at ETH Zurich, or had studied or researched there…” La traduzione è molto semplice: “La storia del Politecnico di Zurigo è associata a 21 vincitori di premi Nobel, che nel periodo in cui ricevevano tale riconoscimento erano legati all’Istituto in qualità di professori o in qualità di studenti o in qualità di ricercatori”.

Perché ho voluto riportare questa nota? Rispondo a questa domanda con un’altra domanda: Chi ha più diritto a rivendicare la paternità di un premio Nobel, il paese che ha dato i natali al vincitore o il paese che ha messo a disposizione risorse, strumenti e un ambiente consono a quel tipo di obiettivo? Andando a consultare la lista dei vincitori del Nobel per l’Italia, cosa che si può facilmente fare su Wikipedia, mi sono spesso chiesto se non sarebbe il caso di aggiungere qualche nota che aiuti a fare chiarezza. Chiarezza su cosa? Sul fatto che almeno sei di quei premi Nobel non hanno nulla a che vedere con l’Italia se non per il fatto di essere nati sul territorio italiano.

Partiamo dal Nobel per l’economia Franco Modigliani. Nasce nel 1918 da famiglia ebrea e già nel 1938, a soli venti anni, a causa delle leggi razziali vigenti nella penisola, è costretto a lasciare il paese e ad approdare negli Stati Uniti dove troverà condizioni e ambiente favorevoli ai suoi studi e alle sue ricerche.

Una situazione molto simile riguarda il Nobel per la medicina Rita Levi Montalcini. Anche in questo caso le leggi razziali costrinsero questa mente brillante a nascondersi e ad allestire piccoli laboratori nei sottoscala dei rifugi in cui si trovava a vivere di volta in volta. Quando non fu più possibile nascondersi, decise di recarsi negli Stati Uniti dove poté serenamente dare continuità e sostanze alle sue ricerche.

Collega di studi e sincero amico della Montalcini fu Renato Dulbecco per il quale l’idea di spostarsi verso gli Stati Uniti non fu dettata dall’intolleranza, ma dall’attrattiva di trovare un ambiente più stimolante. La fase più proficua dei suoi studi si svolse proprio al CalTech e lì fu insignito del Nobel.

La storia di Enrico Fermi è la storia di uno studioso che fa avanti e indietro tra Italia e la Germania e tra Italia e Stati uniti alla ricerca di confronti e strumenti. Stanco di questo continuo girovagare, e preoccupato dalle leggi razziali che minacciavano la moglie ebrea, decise di trasferirsi definitivamente in America. Possiamo comprendere questa decisione dalle parole di Segrè: “ Lo attraevano i laboratori attrezzati, gli abbondanti mezzi di ricerca…”.

Carlo Rubbia nasce nel 1934 e dopo gli studi, nel 1960, cioè a soli ventisei anni, si reca a svolgere la sua attività di ricerca al CERN di Ginevra che sarà coronata dal premio Nobel. L’ultimo dei Nobel che considereremo, soltanto per ordine cronologico, è Riccardo Giacconi. Astrofisico nato nel 1931 e che già nel 1956, a soli venticinque anni, si trasferisce negli Stati Uniti e inizia la sua brillante carriera.

A questo punto, a meno che non si voglia sostenere che il semplice fatto di nascere in un paese sia già di per sé un merito o peggio ancora un segno distintivo, credo che le conclusioni del nostro ragionamento siano abbastanza scontate.

http://www.nobelprize.org/

Domenico Signorelli 

 

Immagine da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Nobel_prize_medal.svg 

 

Commenti

commenti