Apprendimento di una disciplina non linguistica con metodologia CLIL

Lo scorso 19 marzo, Tullio De Mauro, ex ministro dell’Istruzione, nel suo intervento al Festival delle Lingue a Rovereto, ha denunciato: “Il metodo CLIL per l’apprendimento integrato di lingua e contenuto è buono a patto però che ci siano insegnanti adeguati e forse siamo ancora lontani da questo obiettivo. Non vorrei che fosse solo una moda”.
I Decreti attuativi della Riforma della Scuola Secondaria di secondo grado hanno previsto l’insegnamento di una disciplina non linguistica (indicata con l’acronimo DNL) in una lingua straniera nell’ultimo anno dei Licei e degli Istituti Tecnici e di due discipline nei Licei Linguistici. Il termine CLIL, acronimo di Content and Language Integrated Learning (ovvero apprendimento integrato di contenuti disciplinari in lingua straniera veicolare), è stato introdotto nel 1994 da David Marsh e Anne Maljers.
Durante una lezione CLIL, l’insegnante non deve solo tramettere i contenuti inerenti la propria disciplina e, visto che non è un laureato in lingue, non può nemmeno dedicarsi unicamente all’apprendimento della lingua straniera: la lezione CLIL è una fusione di entrambe le cose e l’insegnante e gli alunni lavorano a entrambi gli aspetti. Per questo motivo, il docente deve possedere le competenze linguistico-comunicative nella lingua straniera veicolare di livello C1 e deve aver seguito un corso di perfezionamento universitario della durata complessiva di 130 ore, tra ore in presenza e ore on-line, per l’acquisizione delle competenze metodologico-didattiche.
L’approccio dell’immersione linguistica è stato sviluppato negli anni Sessanta in Québec, una provincia del Canada a prevalenza francofona, per migliorare l’apprendimento della lingua francese per gli studenti anglofoni: la proposta nacque all’interno delle associazioni dei genitori, ma il percorso venne seguito anche da altri paesi, in particolare nelle scuole di regioni bilingui (basti pensare al Trentino-Alto Adige / Südtirol in Italia). Grazie al CLIL, gli studenti possono avere un aumento di input linguistici e diventare realmente protagonisti del processo di apprendimento. L’obiettivo principale resta l’apprendimento disciplinare, ma, grazie all’incremento delle competenze comunicative in lingua straniera – che non è che una conseguenza del processo – esso avviene in modo completamente diverso.

Durante questo anno scolastico, dato che insegno matematica e fisica in una quarta liceo scientifico, stiamo cominciando, molto gradatamente, a sperimentare una metodologia CLIL in fisica: ho un livello B2 in inglese e non ho ancora seguito un corso metodologico, ma, in attesa di aver sviluppato le competenze necessarie, abbiamo deciso di avviare il percorso, per poter essere già rodati l’anno prossimo. I lati positivi sono innumerevoli, anche se non mancano le difficoltà. Affrontare l’elettromagnetismo in inglese dà un valore aggiunto ad entrambe le materie: scegliere efficacemente le parole da usare aiuta a evidenziare i concetti e nella descrizione di un esperimento è un ottimo espediente per sottolineare l’importanza di un certo tipo di strumentazione. Per quanto riguarda la lingua inglese, invece, è importante accorgersi che non si può effettuare una traduzione letterale dei termini scientifici dall’italiano all’inglese, perché i termini specifici non sono quelli del linguaggio parlato: il valore aggiunto è nel continuo confronto con il linguaggio quotidiano, grazie al quale si ha la possibilità di riprendere le regole grammaticali.
Le difficoltà si manifestano soprattutto in termini di preparazione delle lezioni: per l’insegnante è una bella sfida presentare i “soliti” contenuti in una veste nuova, non solo linguistica. Ma non è tutto: rimettersi in gioco con la preparazione degli esami non è certo facile, soprattutto considerando che le certificazioni non sono una passeggiata. Che dire poi del corso metodologico? Ventun settimane per il corso in presenza, in contemporanea il corso on line e il tirocinio, al termine gli esami… Diciamo che non è un’impresa da poco e che la motivazione deve essere forte, ma ne vale veramente la pena!
Daniela Molinari

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