Pensatori liberali e la curva di Laffer

L’articolo inizia riportando la parabola dei talenti del Vangelo. Successivamente si fa cenno al pensiero dei principali economisti liberali di destra e di sinistra: Kaldun, Smith, Keynes, Einaudi, Hayek, ecc. insistendo in particolare sulle tematiche relative alla pressione fiscale e allo intervento statale nella economia. Infine l’articolo propone una semplice funzione analitica $y = f(x,n)$ flessibile per rappresentare, secondo le diverse interpretazioni, la curva di Laffer (pressione – gettito fiscale) tabulata e tracciata graficamente nell’allegato foglio Excel.

Matteo 25,14-30

14 Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. 15 A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì. 16 Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque. 17 Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. 18 Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. 19 Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò, e volle regolare i conti con loro. 20 Colui che aveva ricevuto cinque talenti, ne presentò altri cinque, dicendo: Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque. 21 Bene, servo buono e fedele, gli disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. 22 Presentatosi poi colui che aveva ricevuto due talenti, disse: Signore, mi hai consegnato due talenti; vedi, ne ho guadagnati altri due. 23 Bene, servo buono e fedele, gli rispose il padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. 24 Venuto infine colui che aveva ricevuto un solo talento, disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; 25 per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra; ecco qui il tuo. 26 Il padrone gli rispose: Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; 27 avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. 28 Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. 29 Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. 30 E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La parabola dei talenti è forse una di quelle ancora oggi meno compresa, ma sempre discussa dai cristiani. Ai cattolici non piace molto il riconoscimento, che fa la parabola, delle disuguaglianze, delle diverse capacità (talenti), della libertà di scelta, dell’impegno, del merito e della ricompensa anche in questo mondo. Si preferisce infatti questo altro passo, sempre preso dal vangelo:
È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio. (Matteo 19,23-30)
La mediazione della Chiesa tra il fedele e Dio, presente nel cattolicesimo, viene cancellata nel luteranesimo. Ogni credente è sacerdote di sé stesso. Con Calvino arriva una svolta drastica. Il segno della grazia divina diventa visibile e sicuro: è la ricchezza, il benessere generato dal lavoro. Anzi il lavoro in sé acquista il valore di una vocazione religiosa: è Dio che ci chiama a esso. È quindi il Beruf, il lavoro e il successo che ne consegue, ad assicurare il calvinista che «Dio è con lui», che egli è l’eletto, il predestinato toccato dalla grazia divina.

Da parte di alcuni economisti cattolici di comunione si critica il fatto, che il “Padrone ” della parabola abbia distribuito i talenti “a ciascuno secondo le sue capacità”, come se le differenze di attitudine delle persone fossero qualcosa di ingiusto, da rimuovere/livellare e non una risorsa che rende gli individui attraenti e utili socialmente. La parabola in realtà condanna chi non sa mettere a frutto i propri talenti, grandi o piccoli, di industriosità o di creatività che siano. E’ interessante osservare come oggi sia gli “economisti cattolici” che quelli “liberal”, cioè di sinistra, siano concordi nel denunciare le “diseguaglianze” indotte dai sistemi capitalistici invece di concentrarsi su aspetti molto più importanti come il miglioramento del PIL pro capite e la riduzione della povertà estrema che è stata possibile con lo sviluppo della modernità, della tecno scienza e del capitalismo (vedi in bibliografia: Pascale, Kahan, Epstein, Norberg, Pinker e Rosling).

Ibn Khaldun, filosofo, sociologo arabo nato a Tunisi nel 1332 può a ragione considerarsi il primo pensatore economico liberale. Nel suo Muqaddima scriveva infatti:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Vessare la proprietà privata significa uccidere negli uomini la volontà di guadagnare di più, riducendoli a temere che la spoliazione sia la conclusione dei loro sforzi. Una volta privati della speranza di guadagnare essi non si prodigheranno più. Gli attentati alla proprietà privata fanno crescere il loro avvilimento. Se essi sono universali e se investono tutti i mezzi di esistenza, allora la stagnazione degli affari è generale, a causa della scomparsa di ogni incentivo a lavorare. Al contrario, a lievi attentati alla proprietà privata corrisponderà un lieve arresto del lavoro. Poiché la civiltà, il benessere e la prosperità pubblica dipendono dalla produttività e dagli sforzi che compiono gli uomini in tutte le direzioni, nel loro proprio interesse e per il loro profitto. Quando gli uomini non lavorano più per guadagnarsi la vita e cessa ogni attività lucrativa, la civiltà deperisce ed ogni cosa va di male in peggio. Gli uomini per trovare lavoro si disperdono all’estero. La popolazione si riduce. Il paese si svuota e le sue città cadono in rovina. La disintegrazione della civiltà coinvolge lo Stato come ogni alterazione della materia è seguita dall’alterazione della forma”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Khaldun, storico, filosofo, ed economista è da molti considerato il fondatore della sociologia avendo a lungo studiato le dinamiche delle relazioni di gruppo. Da alcuni è visto come un anticipatore di Nicolò Machiavelli, ma il brano sopra riportato mostra anche come abbia anticipato alcune idee liberali di Adamo Smith. Da un punto di vista metodologico Kaldun fu un innovatore nel senso che sottopose il giudizio storico al vaglio della ragione piuttosto che a quello della religione o dell’ideologia. Secondo Kaldun allo stato competono alcune funzioni limitate: difendere la comunità contro l’aggressione ingiustificata, proteggere la proprietà privata, vigilare sulla correttezza degli scambi commerciali tra i cittadini, evitare la svalutazione ed esercitare una saggia guida politica. Denunciò l’alto prelievo fiscale e la competizione tra governo e privato, dal momento che la minore produttività rappresenta un disincentivo al lavoro ed alla fine distrugge lo stato.

Lo scozzese Adam Smith nato nel 1723 e autore del testo fondante “La ricchezza delle nazioni” è universalmente riconosciuto come il primo pensatore liberale e moderno. Da questo testo e da “Teoria dei sentimenti morali” sono tratte le citazioni riportate sotto:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  •  “Ciascun individuo, impiegando il proprio capitale in modo da dare il massimo valore al suo prodotto, “mira soltanto al proprio guadagno ed è condotto da una mano invisibile a promuovere un fine che non entrava nelle sue intenzioni… Non ho mai visto che sia stato raggiunto molto da coloro… che pretendevano di trafficare per il bene pubblico”;
  • “La causa principale del progresso nelle capacità produttive del lavoro, nonché della maggior parte dell’arte, destrezza e intelligenza con cui il lavoro viene svolto e diretto, sembra sia stata la divisione del lavoro. In genere essa è più spinta nei paesi più industriosi che godono di un più alto livello di civiltà. Questo grande aumento della quantità di lavoro che, a seguito della divisione del lavoro, lo stesso numero di persone riesce a svolgere, è dovuto a tre diverse circostanze: primo, all’aumento di destrezza di ogni singolo operaio; secondo, al risparmio del tempo che di solito si perde per passare da una specie di lavoro a un’altra, e infine all’invenzione di un gran numero di macchine che facilitano e abbreviano il lavoro e permettono a un solo uomo di fare il lavoro di molti”;
  • “Gran parte delle macchine di cui si fa uso nelle manifatture in cui il lavoro è suddiviso, furono invenzioni di comuni operai. Nelle prime macchine a vapore (James Watt era uno scozzese contemporaneo di Smith, N.d.A.) un ragazzo era espressamente occupato ad aprire e chiudere alternativamente la comunicazione fra la caldaia e il cilindro, a seconda che il pistone salisse o scendesse. Uno di questi ragazzi, cui piaceva giocare con i compagni, osservò che, legando un laccio alla maniglia della valvola che apriva questo collegamento, la valvola si apriva e chiudeva senza bisogno della sua assistenza, lasciandolo libero di divertirsi con i suoi compagni di gioco. Ecco così che uno dei più notevoli perfezionamenti che siano stati apportati a questa macchina (il regolatore di Watt Governor, N.d.A.) fin da quando fu inventata, fu la scoperta di un ragazzo che voleva risparmiarsi il lavoro. Non tutti i perfezionamenti delle macchine, però, sono derivati dalle invenzioni di coloro che le usavano abitualmente. Molti perfezionamenti sono stati realizzati grazie all’ingegnosità dei costruttori di macchine, quando costruirle divenne il contenuto di una professione specifica, e altri dalla ingegnosità dei cosiddetti filosofi o speculativi”;
  • “I monopolisti, mantenendo il mercato continuamente a corto di merci, non soddisfacendo mai pienamente la domanda effettiva, vendono i loro prodotti molto al di sopra del prezzo naturale e fanno salire i propri emolumenti, sia che consistano in salari sia che consistano in profitti, molto al di sopra del loro livello naturale: Il prezzo del monopolio… è in ogni possibile occasione il più alto che si può spremere dal compratore…”;
  • “Non appena i capitali si sono accumulati nelle mani di singole persone alcune di loro li impiegheranno naturalmente nel mettere al lavoro gente operosa, a cui forniranno materiali e mezzi di sussistenza, allo scopo di trarre profitto dalla vendita delle loro opere o da ciò che il loro lavoro aggiunge al valore dei materiali… Il valore che gli operai aggiungono ai materiali si divide dunque in questo caso in due parti, una delle quali paga il loro salario, mentre l’altra paga i profitti di chi li impiega, e ciò in rapporto all’entità del capitale che costui ha anticipato per i materiali e i salari”;
  • “Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro desinare, ma dalla considerazione del loro personale interesse. Non ci rivolgiamo alla loro umanità, ma al loro egoismo, e parliamo dei loro vantaggi e mai delle nostre necessità. Ciascun individuo, impiegando il proprio capitale in modo da dare il massimo valore al suo prodotto, mira soltanto al proprio guadagno ed è condotto da una mano invisibile a promuovere un fine che non entrava nelle sue intenzioni…”;
  • “Ogni sistema che cerca… di attrarre verso una particolare specie d’industria una parte del capitale della società più grande di quella che propenderebbe naturalmente in quella direzione… ritarda, anziché accelerare, il progresso della società verso la reale ricchezza e grandezza”;
  • “Quando la quantità di un bene che vien portato sul mercato scende sotto il livello della domanda effettiva… il prezzo di mercato salirà… Quando la quantità portata sul mercato eccede la richiesta effettiva di un dato bene… il prezzo di mercato scenderà”;
  • “Per quanto egoista si possa ritenere l’uomo, sono nettamente presenti nella sua natura alcuni principi che lo rendono partecipe delle fortune altrui, e che rendono per lui necessaria l’altrui felicità, nonostante da essa egli non ottenga altro che il piacere di contemplarla”.

Il pensiero di Adam Smith è stato considerato, analizzato, commentato ed integrato da molti autori liberali e non. Vediamone alcuni:

Jeremy Bentham: “Il massimo benessere per il maggior numero di persone possibile”. L’uso della utilità sociale costituiva una pratica rivoluzionaria nell’Inghilterra dell’inizio del XIX secolo. Il partito dei filosofi radicali sosteneva che la ricerca della massima utilità individuale porta alla massima utilità sociale coerentemente con le esigenze della nascente borghesia industriale: abolizione delle leggi sul grano, libero commercio all’estero, efficienza dell’apparato statale, abolizione di ogni privilegio feudale, ecc.

 

 

 

 

 

Alexis de Tocqueville: “Cosa ci si può attendere da un uomo che ha impegnato venti anni della sua vita a fare capocchie di spillo?…” Nato dieci anni prima di Marx e novanta prima di Freud, Tocqueville anticipò il problema della alienazione nelle organizzazioni industriali, derivante dal fatto che la divisione del lavoro non permette la soddisfazione di vedere l’intero progetto realizzato.

 

 

 

 

 

 

 

 

Carlo Cattaneo: “Non ha senso l’accusa fatta ad Adam Smith che la sua dottrina della libera concorrenza non sia nazionale e politica…Il diviso lavoro è in economia ciò che in meccanica è il braccio di leva o la macchina a vapore…
Solo in seno alla libera concorrenza crediamo potersi pareggiare le sorti delle minori nazioni e delle maggiori… con la perpetua emulazione dell’industria e dell’ingegno”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Indro Montanelli così spiegava in una delle sue celebri ed ultime “Stanze” scritte sul Corriere della Sera, il significato del termine “liberale” e la differenza tra “liberali di destra e liberali di sinistra (2001):

Cominciamo intanto col dire che, prima che una scelta ideologica, quella liberale è una scelta di civiltà: nel senso che ha diritto a considerarsi e ad essere considerato liberale chiunque rispetta le opinioni diverse ed anche opposte alle sue.
Ecco perché si può essere liberali anche militando sotto altre bandiere: quelle per esempio socialiste o cattoliche: basta che i loro militanti non pretendano di essere depositari di Verità assolute che escludono tutte le altre e d’imporre quella propria con gli strumenti del potere: la censura e il resto.
Ecco il punto in cui il liberalismo si differenzia dalla democrazia che con la sua religione della maggioranza rischia molto spesso di diventare, in nome di essa, dispotica. L’oltranzista della democrazia crede che il numero sia il metro di tutte le cose e abbia il potere di rendere buone anche quelle cattive. Il liberale, quello vero, non rinunzia affatto a giudicarle secondo il suo metro morale, anche se riconosce il diritto della maggioranza a realizzare le sue volontà. Purché rispetti quello della minoranza e, se del caso, a condannarle, sempre – si capisce – coi mezzi legali della critica e della persuasione.
Il democratico, quando ha il numero, crede di avere tutto e di essere autorizzato a sovvertire, in nome di esso, anche la legalità. Fu la democrazia dei giacobini, non certamente il liberalismo dei girondini, a inventare la ghigliottina. Non dimentichiamolo.
Stabiliamo dunque il punto fondamentale. L’ideale della democrazia, in nome della maggioranza, è l’eguaglianza, cioè l’abolizione, anche con la violenza, di qualsiasi distinzione fra persone, ceti, qualità, meriti e colpe.
L’ideale del liberalismo è, come dice la stessa parola, la libertà, perché solo nella libertà, cioè in una condizione che lo affranchi da qualsiasi vincolo e controllo, l’uomo trova lo stimolo a dare il meglio di sé per arrivare più in alto che può sia socialmente sia economicamente.
Ma è a questo il punto (seconda metà del 1600) che prendono corpo due scuole di pensiero entrambe liberali, ma con una metodica diversa, anzi opposta. Questo conflitto trovò il suo campo di sperimentazione in Inghilterra), nel momento in cui scoppiò il contrasto tra il liberalismo tradizionale, quello conservatore (Tory) e quello riformista (Whig), ingenerato dalla rivoluzione industriale con le sue masse operaie sfruttate fino al midollo in nome della libertà di una concorrenza che si esercitava soprattutto sulla riduzione dei costi, cioè dei salari.
Attenti, dicevano i Whig, una libertà senza freni creerà una società di pochi privilegiati intenti a scannarsi tra loro in una crescente moltitudine di affamati che alla fine (e questa era infatti la previsione di Marx) s’impadroniranno dei mezzi di produzione – macchine e capitali – per gestirseli in proprio. Di qui, la necessità di una legislazione «sociale» che, pur conservando al singolo il diritto a far valere i propri meriti, lo costringa a rispettare quelli dei suoi sottoposti, collaboratori e maestranze.
Sulla fine dell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento questo conflitto scoppiò anche in Italia, e fu quello che si accese fra i liberal-conservatori alla Crispi, Di Rudinì, Salandra ecc. che volevano uno Stato risolutamente garante dei diritti del singolo e dei suoi privilegi, e il liberal-riformista Giolitti, che dette alle masse popolari, fin allora tenute fuori dal gioco democratico, i due strumenti per entrarci: il diritto di voto e quello di sciopero.
Naturalmente questa non è che una sinossi grossolana e sommaria, come tutte le sinossi, di un processo che richiederebbe ben altri approfondimenti. Ma spero che basti per far capire a lei, e a quanti si pongono la sua stessa domanda, in cosa consiste, sostanzialmente, la differenza fra il liberalismo di destra (Crispi) e quello di sinistra (Giolitti).”

Nel primo dopo guerra, negli Stati Uniti Taylor, Ford e Gantt, concretizzarono la riforma industriale di cui ancora tutti beneficiamo.

Frederick Taylor. è stato un ingegnere e imprenditore statunitense, iniziatore della ricerca sui metodi per il miglioramento dell’efficienza e della produttività del lavoro (da cui il termine di “taylorismo”, per riferirsi alla teoria da lui stesso elaborata).
Secondo Drucker, uno dei maggiori guru del management dello scorso secolo: “Sull’organizzazione scientifica del lavoro, introdotta da Taylor, poggia la straordinaria ondata di benessere degli ultimi 75 anni, che ha innalzato le masse lavoratici dei paesi sviluppati ben al di sopra di qualsiasi livello registrato in precedenza, persino dalle classi più agiate”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Con Taylor lavorò a lungo un altro ingegnere, Henry Gantt che, durante la prima guerra mondiale, lavorando per l’ufficio approvvigionamenti dell’esercito americano, aveva inventato i celebri diagrammi a barre (o diagrammi di Gantt) utilizzati ancora oggi e sfornati dai computer sia delle aziende operanti per produzioni di serie che da quelle operanti per progetto. Ebbe anche grande attenzione ai servizi sociali, alla assistenza ai lavoratori e ai sistemi di incentivazione cercando di misurare efficienza e produttività oraria.

Diagramma di Gantt

 

 

 

 

 

 

 

“Tutto ciò che facciamo deve essere in accordo con la natura umana. Non possiamo guidare le persone: dobbiamo dirigere il loro sviluppo… La politica generale seguita in passato era guidare, ma l’era della forza deve cedere il passo a quella della conoscenza, e la politica del futuro sarà insegnare a dirigere a vantaggio di tutte le persone coinvolte”.

Adriano Olivetti, in giovane età fu inviato, dal padre Camillo, negli Stati Uniti a studiare le scuole dello Scientific Management di Taylor e quelle di Elton Mayo e Henry Gantt relative alle relazioni umane. Nel secondo dopoguerra Adriano, fortemente osteggiato dalla CGIL e dal PCI, fece crescere enormemente l’azienda del padre grazie ai profitti ottenuti con la produzione di macchine da calcolo, all’epoca uniche al mondo per prestazioni e design. Tra l’altro distaccò giovani ingegneri, anche nell’ambito del piano Marshall, incaricandoli di studiare e migliorare la produttività delle imprese (CNP) e di sviluppare la prima scuola di management italiana (IPSOA). Egli si distinse per i suoi innovativi progetti industriali basati sul principio in base al quale i profitti aziendali devono essere reinvestiti per la crescita e il miglioramento dell’impresa, ma anche a beneficio della comunità.
In merito si può leggere il mio articolo citato in bibliografia sul miracolo economico italiano.

John Maynard Keynes è stato forse il più noto e seguito studioso di economia in occidente assieme ad Adam Smith e a Karl Marx. La sua notorietà, già emersa a seguito della pubblicazione de “Le conseguenze Economiche della Pace”, una denuncia delle implicazioni politicamente ed economicamente devastanti del trattato di pace di Versailles del 1919, divenne ancora più clamorosa in relazione al suo ruolo di consigliere economico del presidente Roosevelt che a lui si rivolse, per fronteggiare la crisi economica americana del 1929. In sintesi, in quella circostanza la ricetta di Keynes fu: attivare la spesa pubblica e la metafora, a lungo divulgata, ingigantita e talora travisata, era: se non si trova altro da fare meglio mettere una squadra di operai a scavar buche ed un’altra a riempirle. L’intento era comunque quello di far ripartire l’economia americana allora stagnante, verso la crescita utilizzando la spesa pubblica.
Così lo stesso Keynes descrive il suo lavoro principale: «Ho intitolato questo libro Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, insistendo sull’aggettivo generale. Lo scopo di tale titolo è di contrapporre il carattere dei miei ragionamenti e delle mie conclusioni a quelli formulati nella stessa materia dalla teoria classica […] Dimostrerò che i postulati della teoria classica si possono applicare soltanto ad un caso particolare e non a quello generale, poiché la situazione che essa presuppone è un caso limite delle posizioni di equilibrio possibili. Avviene inoltre che le caratteristiche del caso particolare, presupposto dalla teoria classica, non sono quelle della società economica nella quale realmente viviamo; cosicché i suoi insegnamenti sono ingannevoli e disastrosi se si cerca di applicarli ai fatti dell’esperienza.» Keynes considera l’economia come un unico sistema complesso ed aperto invece che una somma di sistemi chiusi, come faceva la teoria classica e cerca di confutare una serie di presupposti limitativi e irrealistici come ad esempio del tipo: “Ceteris Paribus”. Ne scaturì una visione dell’economia politica e della politica economica che, sebbene integrata in alcuni modelli con alcune conclusioni dell’economia neoclassica, rimase pressoché egemone fino al fiorire, negli anni settanta, del monetarismo, che ebbe come capofila Milton Friedman.
Non stupisce, visto il successo del suo pensiero, che socialisti, marxisti e comunisti abbiano tentato di impadronirsi delle sue idee. Anche se Keynes in merito era stato esplicito:

Copertina di Time dedicata a John Maynard Keynes

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Il socialismo marxista deve sempre rimanere un mistero per gli storici del pensiero; come una dottrina così illogica e vuota possa aver esercitato un’influenza così potente e durevole sulle menti degli uomini e, attraverso questi, sugli eventi della storia.»
( Keynes La fine del laissez –faire 1926).
Ed ancora, in una lettera indirizzata all’economista Italiano Sraffa ribadisce:
«Ho provato sinceramente a leggere i volumi di Marx, ma ti giuro che non sono proprio riuscito a capire cosa tu ci abbia trovato e cosa ti aspetti che ci trovi io! Non ho trovato neanche una sola frase che abbia un qualche interesse per un essere umano dotato di ragione. Per le prossime vacanze dovresti prestarmi una copia del libro sottolineata.»
(Lettera di John Maynard Keynes a Piero Sraffa, 5 aprile 1932)
Sul capitalismo poi asseriva:
«Il capitalismo non è intelligente, non è bello, non è giusto, non è virtuoso e non mantiene le promesse. In breve, non ci piace e stiamo cominciando a disprezzarlo. Ma quando ci chiediamo cosa mettere al suo posto, restiamo estremamente perplessi.»
(Keynes, Autosufficienza nazionale, 1933)

Viene in mente un pensiero del conservatore Churchill:

Frase famosa di Winston Churchill

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sulla pressione fiscale Keynes scriveva:
“… E non dovrebbe sembrare strano il ragionamento in base al quale si sostiene che la tassazione può diventare così elevata da vanificare i suoi obiettivi , e che, quando ci sia il tempo sufficiente per raccogliere i frutti, una riduzione delle tasse avrà  migliori possibilità di successo di un loro incremento ai fini di far quadrare il bilancio. Sostenere l’idea opposta oggi significa comportarsi come una azienda produttrice che, essendo in perdita, decide di alzare i prezzi e che , quando la diminuzione delle vendite aumenta le perdite,  trincerandosi dietro la rettitudine di una aritmetica grossolana, decide che la prudenza gli impone di alzare i prezzi ancora di più e quando alla fine il saldo è a zero da entrambe le parti, continua a dichiarare in modo saccente che sarebbe stato un azzardo ridurre il prezzo quando già l’azienda era in perdita.”
(John Maynard Keynes, The Collected Writings of John Maynard Keynes, London, Macmillan, Cambridge University Press, 1972).

E’ un concetto che ancora una volta sembra essere in sintonia con una delle numerose metafore di Churchill:

Metafora di Winston Churchill

 

 

 

 

 

 

 

 

Friedrick Von Hayek. È stato uno dei massimi esponenti della scuola austriaca e del liberalismo in economia. Fu un critico dell’eccessivo intervento statale. Nel 1974 è stato insignito del Premio Nobel per l’economia per i suoi lavori “sulla teoria monetaria, sulle fluttuazioni economiche e per le analisi sull’interdipendenza dei fenomeni economici”. Benché favorevole a forme di reddito di base, Hayek elaborò una critica al modello di Welfare State, che lo spinse a mettere in discussione molte delle tesi di Keynes il cui merito è stato più che altro quello di aver interpretato in maniera perfetta il proprio tempo, offrendo una legittimazione accademica al New Deal, e garantendo, involontariamente, una copertura ideologica all’interventismo dei regimi autoritari, come ad esempio lo stalinismo.

Quando negli anni Settanta le economie occidentali entrarono in crisi è apparso chiaro quanto fosse fragile l’edificio concettuale del keynesismo che, di fatto, ha portato a una smisurata tassazione, alla spesa pubblica fuori da ogni controllo, all’aumento del debito pubblico e alla recessione.

Grafico rapporto debito/PIL dell'Italia

 

 

 

 

 

 

 

Hayek, previde fin dall’inizio l’esito fallimentare di ogni dirigismo economico; previsione confermata dalla fine catastrofica del comunismo. In conclusione, la «filosofia» statalista si può grossolanamente sintetizzare in questi termini: priorità del collettivo sull’individuale, per cui gli esseri umani devono essere tenuti in uno stato di «minorità», assegnando al potere statale il compito di una direzione superiore e consapevole della società, in base alla convinzione quantomeno discutibile, che solo organizzando la vita sociale dall’alto sia possibile creare e mantenere un ordine politico e morale valevole per tutti.

L’idea che il “capitalismo di stato” possa costituire un nuovo modello di sviluppo è affascinante e rappresenta una sfida per accademici e politici. Le imprese statali hanno le dimensioni per sfruttare le economie di scala e l’accesso a credito e contratti governativi per garantire stabilità economica in tempi di crisi e cambiamenti strutturali, ma il rischio di involuzione burocratica e clientelismo può superare i benefici.

Foto e citazione di F. A. Hayek

 

 

 

 

 

 

 

Anche secondo Sergio Ricossa (economista liberale e libertario italiano che promosse anche una marcia contro il fisco): “Keynes condannando la metaforica mano invisibile smithiana, dava fiducia alla non meno metaforica mano visibile e ‘infallibile’ del pianificatore. Alla illusoria concorrenza perfetta sostituiva l’altrettanto illusoria pianificazione perfetta”.
Quando Hayek insieme ad altri membri della London School of Economics si trasferìrono a Cambridge nel 1940 per sfuggire ai bombardamenti di Londra, Keynes se lo ritrovò nel suo college e i due rimasero in contatto regolare fino alla morte di Keynes nel 1946.
Entrambi erano liberali con una forte avversione per i regimi autoritari, come il comunismo e il fascismo.
Keynes respinse l’idea che qualsiasi aumento di pianificazione statale fosse il primo passo sulla strada per la tirannia, ma fu d’accordo nella visione d’insieme che gli argini all’ intervento statale fossero necessari affinché la democrazia liberale rimanesse al sicuro.
In sostanza è una questione di sapere dove tracciare la linea di demarcazione tra intervento statale e libero mercato.

Luigi Einaudi (Prediche inutili): “Le leggi frettolose [di stato ed enti locali] partoriscono nuove leggi intese ad emendare e perfezionare…sicché ben presto il tutto diviene un groviglio inestricabile, da cui nessuno cava più i piedi; e si è costretti a scegliere la via di minor resistenza, che è di non far niente e frattanto tenere adunanze e scrivere rapporti e tirare stipendi in uffici occupatissimi a pestar l’acqua nel mortaio delle riforme urgenti…”

“…Gli uomini dal temperamento socialistico oltrepassano il punto critico della progressività nelle imposte anche perché, contrariamente ai liberali, si sono ficcati in testa una divulgatissima opinione; che oggi il vero problema sociale sia quello della distribuzione della ricchezza e non più come in passato, della sua produzione. Opinione, oltreché strana, manifestamente sbagliata…”

Foto e citazione di Luigi Einaudi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“ L’aumento di aliquota, quando passi un certo segno, è causa di diminuzione e no di aumento delle entrate [anche lui fu precursore, come Kaldun, della Curva di Laffer che, ai suoi tempi, non era stata ancora formulata]…
Semplificare il groviglio delle imposte sul reddito è la condizione essenziale perché gli accertamenti cessino di essere un inganno, anzi una farsa. Affinché i contribuenti siano onesti, fa d’uopo anzitutto sia onesto lo Stato. ..”.

Milton Friedman
«Il Cile non è un sistema politicamente libero, e io non posso perdonare questo. Ma il popolo è più libero che nelle società comuniste perché il governo ha un ruolo più piccolo. Le condizioni di vita in questi ultimi anni sono andate sempre meglio e non peggio. Migliorerebbero ancora di più se il paese riuscisse a sbarazzarsi della giunta e a creare le condizioni per un sistema democratico libero.»

Fotografia di Milton Friedman

 

 

 

 

 

Per Friedman la considerazione della moneta cambia a seconda del reddito della persona. Se la persona possiede un basso reddito, la moneta è molto veloce, dinamica. Basti pensare al fatto che il basso stipendio di una persona si consuma molto rapidamente tra spese primarie o secondarie. Quando il reddito tende a salire, la moneta inizia ad avere funzioni molteplici. Servirà non solo a soddisfare le spese primarie e secondarie, ma anche a esercitare la libertà di scelta tra diverse opzioni di spesa: viaggi, investimenti, hobby, beneficienza, assicurazioni, risparmi.

Immagine “Benefits For Commitment Real estate” di Ian AndrewsLa Flat-Tax ha lo scopo principale di permettere alle persone di esercitare la liberta di scelta sui propri guadagni. Essa da respiro alla classe media e non è vero che avvantaggia i più ricchi a danno dei più poveri. Oggi abbiamo (soprattutto in Italia) un fisco invadente e ingiusto che contribuisce a mortificare l’ascensore sociale inibendo le aspirazioni di miglioramento della propria situazione, di risparmio o di investimento. Il regime fortemente progressivo delle imposte ne è prova, in quanto, chi possiede un reddito più alto, deve pagare aliquote via via più elevate, quasi fosse un reato guadagnare di più. Oggi, anche Nicola Rossi, economista a lungo aderente al partito democratico e attuale presidente dell’istituto Bruno Leoni, ritiene che la sinistra, purtroppo sempre ancorata a vecchi schemi ideologici, sbagli ad osteggiare la tassa piatta (vedi i riferimenti in bibliografia).

Da liberale Friedman sposta l’attenzione dalla “distribuzione del reddito” a un metodo efficace per combattere la miseria: l’unica società senza differenze di reddito è infatti quella in cui tutti sono ugualmente poveri.

Ecco la sua proposta relativa al reddito di cittadinanza basato sul meccanismo della “tassazione negativa” e su controlli seri. Si deve fissare una soglia minima di reddito per l’attivazione del meccanismo, poniamo ad esempio 1000 Eur e una aliquota negativa di tassazione, ad esempio del 50%. Supponiamo che il percettore abbia un suo reddito di 500 Eur. Avrà diritto a (1000 – 500)*50% = 250 Eur. Se invece il suo reddito fosse zero avrebbe diritto a 1000*50% = 500 Eur.

Franco Modigliani
Unico economista italiano ad aver vinto il premio Nobel (nel 1985) il neokeynesiano Modigliani si oppose alle teorie monetariste di Friedman. Si occupò di economia e finanza aziendale, studiando i diversi impatti sulle aziende a seconda che si finanziassero con capitale di rischio (emissione di azioni) o con l’indebitamento bancario (emissione di obbligazioni). Per quanto riguarda la macro economia si occupò del ciclo vitale risparmio-consumo mostrando come gli individui tendano ad alternare la propensione al risparmio-consumo a seconda della età e della visione pessimistica – ottimistica del futuro (vedi più avanti Giavazzi). Modigliani si occupò anche di produttività (efficienza) del lavoro, un tema centrale negli studi economici sino dai tempi di Ibn Kaldun (vedi sopra).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In una lettera del 1975 indirizzata a Paolo Baffi (direttore generale e poi governatore della banca d’Italia) scriveva: “…Come è possibile che nessuno si impegni a far capire ai sindacati che aumenti di salari monetari senza aumenti di produttività possono solo generare inflazione o disoccupazione? Che io sappia l’unico che ha provato a dirlo è Ugo La Malfa, ma a titolo personale e non a nome del governo…Certo i mesi prossimi non saranno facili per Lei e per il Governatore e posso solo augurarle “to make the best out of a terrible mess”. D’altra parte la nostra situazione qui (USA) non è poi tanto invidiabile, presi nella morsa fra un governo decisamente incompetente ed una banca centrale paralizzata da dogmi monetaristi”.

Pensando alla Italia di oggi (2019) viene in mente una frase recentemente pronunciata da Carlo Cottarelli: “siamo finiti in un cul de sac e per uscirne ci vorrà un sac de cul”.

Arthur Laffer
La politica economica repubblicana (che ha come capostipite Reagan), e quella di gran parte delle formazioni liberali europee (in primis Margaret Tacher), in merito alla tassazione, nasce dalla idea di mettere in atto quello che si evince dalla Curva qualitativa di Laffer (economista statunitense). Anche  Berlusconi, in una delle sue prese di posizione disse: “… Con tasse troppo alte ci si ingegna ad evadere… Non bisogna chiedere più di un terzo di quanto uno guadagna altrimenti è una sopraffazione – e di conseguenza -…ci si spinge ad evadere”. Il 33% suggerito da Berlusconi (in Italia attualmente la pressione fiscale è intorno al 43%, 6° posizione tra i paesi OCSE, contro un 34% della media europea) non a caso coincide all’incirca con il massimo della curva di Laffer.
Questa curva spiega che vi è un punto di soglia fra le percentuali di applicazione delle imposte per il quale l’elusione, l’evasione e le altre forme di sottrazione al fisco si attenuerebbero e la tassazione raggiungerebbe il punto ideale in cui il gettito fiscale è massimo. Al contempo, essendo considerata una aliquota equa dal cittadino soggetto ad imposta, lo invoglierebbe a pagare per intero le quote previste sui suoi redditi, rendite e patrimoni. La curva mette in evidenza una relazione di tipo parabolico tra gettito fiscale (Y) e pressione fiscale (X). Il gettito fiscale cresce all’aumentare della pressione fiscale fino a raggiungere un massimo. Raggiunto tale massimo, il gettito decresce all’aumentare della pressione fiscale fino ad azzerarsi in corrispondenza ad una pressione fiscale pari al 100%. Dopo un certo livello di pressione fiscale, entrano in gioco fenomeni di evasione fiscale, di erosione e di elusione. In altre parole, i comportamenti effettivi riportano la pressione fiscale reale ad un livello ritenuto sopportabile, grazie ai suddetti fenomeni. Aumenti della pressione fiscale al di là del livello del 25-30%, che per convenzione possiamo definire ottimale, si accompagnano a riduzioni del gettito fiscale. Riduzioni dell’aliquota consentono invece di accrescere le entrate fiscali.

Curva di Laffer

 

 

 

 

 

Sarà il Nobel per l’economia Joseph E. Stiglitz (Statunitense, liberal, di sinistra) a definire nel suo libro I ruggenti anni novanta (Einaudi, 2004) quella di Laffer “una teoria scarabocchiata su un foglio di carta”. In effetti la leggenda racconta che per la prima volta, fosse stata tracciata sul tovagliolo di carta di una trattoria.
Nell’articolo La Curva di Laffer: Passato, Presente e Futuro, pubblicato sul sito web della Heritage Foundation il 1° giugno, 2004 lo stesso Laffer così replicava: “La cosiddetta “curva di Laffer”, non è stata inventata da me. Per esempio, Ibn Khaldun, filosofo islamico del 14° secolo, ha scritto nel suo lavoro Muqaddimah: “Si dovrebbe sapere che all’inizio di una civiltà economica, la tassazione produce un grande gettito pur basandosi su piccoli prelievi. Alla fine di essa, la tassazione produce, invece, un piccolo gettito pur basandosi su grandi prelievi”’.

Francesco Giavazzi
Al di la della ricerca del massimo gettito fiscale, comunque auspicabile, esistono altri motivi per privilegiare politiche di riduzione delle imposte rispetto a quelle di aumento incontrollato della spesa pubblica e della assistenza, al fine di stimolare la crescita economica del PIL di un paese.

Teoria del moltiplicatore

 

 

 

 

 

 

 

Valore del Moltiplicatore Keynesiano secondo Giavazzi:

Spesa pubblica circa 0.7%

Riduzione Imposte circa 2%

Nell’articolo citato in bibliografia si può leggere:
“…Il numero chiave è quello che gli economisti chiamano il «moltiplicatore della spesa». Ovvero, per un euro di maggior spesa pubblica di quanto «si moltiplica», cioè aumenta il Pil? La risposta ovviamente dipende da molti fattori: di quale spesa si tratta, quali sono i livelli iniziali di spesa, debito e pressione fiscale; dipende anche da come reagisce la banca centrale. Molti economisti hanno cercato di misurare questo moltiplicatore in tanti modi diversi e usando dati recenti. Questo è importante perché in molti Paesi spesa e tasse sono oggi pari a circa la metà del Pil, non il 20 per cento come ai tempi di Keynes. Una delle riviste ufficiali dell’American Economic Association (il Journal of Economic Perspectives, Valerie Ramey) sta per pubblicare una rassegna degli studi degli ultimi decenni su questo punto. La Ramey conclude che il moltiplicatore della spesa si aggira tra 0,5 e 1. In particolare quello della spesa per trasferimenti è più vicino a 0,5. Cioè per ogni euro di spesa pubblica in più — a parità di tasse, quindi finanziata a debito — il Pil aumenta meno di un euro. Il motivo è che più spesa pubblica spiazza un po’ di spesa privata. Sia perché i tassi di interesse aumentano e gli investimenti privati scendono, sia perché consumatori e investitori si aspettano che le tasse prima o poi aumenteranno per pagare la maggiore spesa, e quindi consumano e investono di meno…
…Invece i moltiplicatori delle imposte, ovvero di quanto sale il Pil per ogni euro di riduzione di tasse, sono molto più alti, stimati intorno a 2 se non di più. Ovvero per ogni euro in meno di imposte si creano due euro in più di Pil. L’effetto e’ particolarmente forte se riduzioni di imposte sono accompagnate da annunci credibili di riduzioni graduali delle spese per mantenere il debito sotto controllo. I consumatori si sentono più ricchi perché tassati di meno sia oggi che domani, e possono quindi aumentare le spese. Idem per gli imprenditori, per via di costi del lavoro più bassi. In più tasse più basse favoriscono la partecipazione al mercato del lavoro, stimolando in particolare l’occupazione femminile che e’ molto bassa in Italia.”

Espressione analitica proposta per la Curva di Laffer

L’intento è quello di fornire una funzione $y = f(x)$ flessibile che possa descrivere numericamente (grazie ad un unico parametro “n”) le posizioni teoriche i punti di vista e le rilevazioni empiriche di studiosi ed economisti di diversa estrazione politica e culturale (libertari, liberali, liberal, socialisti, ecc.)
Nella sua forma originaria la Curva di Laffer prevedeva sulle ascisse l’aliquota fiscale media di una nazione e sulle ordinate il corrispondente gettito ottenuto dall’erario. Attualmente si preferisce, come scritto sopra, riportare sulle ascisse la pressione fiscale di un paese che è misurata dal rapporto, espresso sempre in percentuale, Gettito/PIL. Poiché la pressione fiscale è facilmente misurabile nelle varie nazioni, essa permette facili raffronti. Ad esempio nel 2017 la pressione fiscale di alcuni dei 35 paesi OCSE era:

Paese Pressione Fiscale
Francia 46.2%
Danimarca 46%
Belgio 44.6%
Svezia 44%
Finlandia 43.3%
Italia 42.4%
Austria 41.8%
Stati Uniti 27.1%
Turchia 24.9%
Irlanda 22.8%
Media OCSE 34.2%

In genere i paesi con elevata pressione fiscale hanno un welfare più ampio (sanità, scuola, previdenza) e, come contropartita, una burocrazia (comprese le degenerazioni dell’inefficienza e del clientelismo) più opprimente e una minor libertà individuale di disporre delle proprie risorse economiche. Il valore della pressione fiscale consente anche di calcolare facilmente il “Tax Freedom day” cioè il momento dell’anno in cui smettiamo di lavorare e produrre per l’erario e cominciamo a lavorare per noi stessi. Ad esempio nel 2017:

Italia 42.4%*12 = 5,088 = primi giorni di Giugno

Stati Uniti 24.9%*12 = 2,988 = fine di Marzo

Irlanda 22.8%*12 = 2,736 = seconda metà di Marzo

Media OCSE = 34,2%*12 = 4.104 = primi giorni di Aprile.

Sulle ascisse riportiamo dunque la pressione fiscale (il ragionamento vale anche se si riporta invece la fantomatica “aliquota media”) che sarà compresa tra 0 e 100%. Sulle ordinate si riporta il gettito fiscale esso sarà compreso tra 0 =< Gettito <= PIL. Non è possibile che un paese prelevi con le imposte in un anno più di quanto prodotto dal paese nell’anno medesimo. La forma della curva è incerta e molto discussa tra gli economisti, tuttavia, in presenza di alcuni assunti, come ad esempio che il gettito sia una funzione continua della pressione fiscale; la forma a parabola rovesciata e il conseguente massimo descritto da Laffer, sono il risultato del teorema di Rolle, ben fondato nella analisi matematica.

Per normalizzare la curva esprimiamo il Gettito in percentuale sul PIL. Sarà dunque: 0% =< Gettito% <= 100%. Sotto è riportata l’espressione analitica proposta per la curva di Laffer ed il suo grafico che assume la forma di una parabola rovesciata che ha il suo massimo in corrispondenza ad una pressione fiscale del 50% ed è perfettamente simmetrica rispetto all’asse verticale passante per il 50%.

$X$ $Y=4*(X^n)*(1-X^n)$
($0.4 <= n <= 3$)
Per n = 1
X Y
0% 0%
10% 36%
20% 64%
30% 84%
40% 96%
50% 100%
60% 96%
70% 84%
80% 64%
90% 36%
100% 0%

Curva di Laffer per n = 1

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Secondo alcuni studiosi ed economisti (vedi la versione inglese di Wikipedia riportata in bibliografia) il massimo della Curva sarebbe invece addirittura di poco superiore al 70%, valore del tutto irrealistico in quanto nessun paese del mondo applica aliquote medie o ha pressione fiscale così elevate da togliere ai singoli individui la libertà di scegliere come impiegare i risultati del proprio lavoro ed annullare di fatto il concetto di proprietà privata.

$X$ $Y=4*(X^n)*(1-X^n)$
($0.4 <= n <= 3$)
Per n = 2
X Y
0% 0%
10% 4%
20% 15%
30% 33%
40% 54%
50% 75%
60% 92%
70% 100%
80% 92%
90% 62%
100% 0%

Curva di Laffer per n = 2

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Oggi, in via del tutto empirica, si ritiene che la pressione fiscale ottimale, cioè quella che garantisce il massimo gettito, sia intorno al 30% (Oltre a quanto scritto sopra vedi anche la versione italiana di Wikipedia riportata in bibliografia).

$X$ $Y=4*(X^n)*(1-X^n)$
($0.4 <= n <= 3$)
Per n = 0.6
X Y
0% 0%
10% 75%
20% 94%
30% 100%
40% 98%
50% 90%
60% 78%
70% 62%
80% 44%
90% 23%
100% 0%

Curva di Laffer per n = 0.6

 

 

 

 

 

 

Conclusioni

Nella conclusione del suo libro “La Saggezza dell’Occidente” Bertrand Russell scrive che: “ La tolleranza è un requisito base per una società nella quale sia possibile che si sviluppi la ricerca e la scienza. La libertà di parola e la libertà di pensiero sono le colonne di una società libera nella quale sia possibile al ricercatore lasciare che la verità lo guidi dove vuole. Da questo punto di vista, chiunque è in grado di dare il proprio contributo alla Conoscenza. Ciò non significa che dobbiamo avere tutti le stesse opinioni su tutto, ma garantisce che nessuna strada sarà preclusa da ostacoli artificiali. Per l’uomo (come sosteneva Platone), una vita non meditata non è davvero degna di essere vissuta”.

Campi filosofici di Bertrand Russel

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Karl Popper sembra aver integrato così il pensiero di Russell:

Il liberale non è uno statalista: “lo Stato è un male necessario. I suoi poteri non dovrebbero essere accresciuti oltre il necessario”, ma non è neppure un anarchico: “L’anarchismo è un’esagerazione dell’idea di libertà”.

“Se estendiamo l’illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro l’attacco degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi.”

“Il tentativo di attuare l’uguaglianza è di pregiudizio alla libertà. E se va perduta la libertà, tra non liberi non c’è nemmeno uguaglianza.”

Indice dei nomi

Riferimenti bibliografici

 

“Benefits For Commitment Real estate” by Ian Andrews is licensed under CC BY-NC 4.0

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